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Missing (un intero popolo è scomparso)

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(di Azra Nuhefendić)

E’ un intero popolo. Comprende bosgnacchi, serbi, albanesi, croati e rom. Non si riconoscono né per la nazionalità, né per la religione, né per il sesso, ma per la lunga angoscia degli anni di ricerca. Parole grosse come patriottismo, coraggio, onore e patria gli provocano il mal di stomaco. Vanno avanti intorpiditi, le ombre di se stessi. Per loro il presente è una sofferenza costante, le giornate nient’altro che il disperato attendere la notizia che i resti sono stati ritrovati. Desiderano questa notizia, ma allo stesso tempo la temono. Più di 34.000 persone sono scomparse durante le guerre in ex Jugoslavia. Nella sola Bosnia Erzegovina sono sparite 28.000 persone. Ancora oggi non si conosce il destino di circa 11.000, in Croazia ne mancano 2.283 mentre in Kosovo 1.895. La sorte incerta di ancora 16.000 scomparsi, in totale, tormenta circa un milione di loro famigliari. I numeri non chiariscono molto, le grosse cifre non impressionano più di tanto. Quelli che cercano i propri cari non vogliono sentire le statistiche, le rifiutano. Si ricordano di dettagli precisi, com’era vestita, cosa si sono detti quando si sono visti l’ultima volta, cosa indossava il primo giorno di scuola, il dente che mancava, i capelli ricci, il giocattolo che portava, le scarpe che indossava, la foto che aveva nel portafoglio, una cicatrice, un gesto della mano, l’orologio regalato, i pantaloni che aveva cucito varie volte. Continua la lettura di Missing (un intero popolo è scomparso)

Jugoslavo, bosniaco, musulmano

(di Azra Nuhefendic)*

40 anni fa il Comitato centrale del Partito comunista della Bosnia Erzegovina concedeva ai musulmani lo status di nazione. Le cause della confusione tra nazionalità e religione, le conseguenze per i laici, il ruolo dei leader religiosi nella Bosnia di oggi.

“Non ci viene concesso di chiamarci bošnjaci (bosgnacchi), ma ci viene invece offerto il nome di musulmani… Accettiamo, anche se questo è sbagliato, perché si apra il processo [di riconoscimento della nostra identità]”. Sono queste le parole di Hamdija Pozderac, noto politico bosniaco, pronunciate 40 anni fa, quando i musulmani bosniaci furono promossi allo status di nazione, uno dei popoli costituenti della Jugoslavia. Nel 1968, il Comitato centrale del partito comunista della Bosnia Erzegovina dichiarò: “È stato dimostrato, e la prassi socialista lo ha confermato, che i musulmani (bosniaci) sono una nazionalità distinta”. Nel censimento del 1971, per la prima volta, venne inserita la categoria “musulmani” in senso di identità nazionale. I bosniaci che non si sentivano né serbi né croati, potevano dichiararsi “Musulmani”, con la “M” maiuscola. Promuovendo i musulmani bosniaci al rango di nazione, i comunisti credevano di aver “tagliato il nodo di Gordio” e di aver messo fine alle pretese dei nazionalisti sia serbi che croati, che consideravano i musulmani bosniaci come “parte del proprio gregge”. La decisione presa fu una vittoria per i musulmani di Bosnia ma, purtroppo, nel nome allora scelto c’erano già i germi della futura tragedia. “Ogni musulmano laico sapeva che una tale definizione non-secolare, per un popolo, o per una nazione, era fuorviante, e che sarebbe stata fatale sia per gli individui che per un intero popolo europeo”, afferma l’artista bosniaco Damir Nikšić, meglio conosciuto per un video titolato “Se non fossi musulmano” (“If I wasn’t muslim”). Nei primi 20 anni della Jugoslavia socialista l’Islam fu visto come una religione arretrata. Le scuole coraniche furono proibite, i dervisci messi fuori legge, molte moschee distrutte, chiuse o usate per altri scopi. I membri musulmani del partito ricevettero istruzione di non circoncidere i propri figli; le società culturali musulmane furono proibite o abbandonate. Continua…