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Bloody Sunday, la giustizia impossibile

Chi si illude di poter credere ancora nella giustizia britannica ha iniziato un conto alla rovescia che terminerà tra pochi giorni. La pubblicazione del sospiratissimo rapporto del giudice Saville sulla Bloody Sunday di Derry è prevista infatti per la prossima settimana, dopo anni di estenuante attesa. Il magistrato che dal 2000 al 2004 ha condotto la seconda inchiesta sull’eccidio perpetrato nel 1972 dai paracadutisti britannici consegnerà i risultati del suo lavoro nelle mani di Shaun Woodward, segretario di Stato per l’Irlanda del nord, per un’analisi preventiva che il governo ha voluto imporre ritardando ulteriormente la pubblicazione del documento. Un passaggio intermedio di pessimo gusto, che Londra poteva francamente risparmiarsi, e che infatti non ha mancato di suscitare critiche veementi da parte dei familiari dei quattordici civili massacrati per le strade del quartiere popolare di Bogside, a Derry. In modo assai comprensibile e legittimo, i familiari temono che il rapporto possa essere in qualche modo emendato o modificato preventivamente dagli avvocati del governo. Secondo Woodward, l’analisi in anteprima da parte dei suoi uffici è necessaria per verificare se il corposo rapporto (si parla di 4500 pagine) non comprometta in qualche modo la sicurezza nazionale o la privacy delle persone coinvolte (i soldati autori della mattanza, per esempio). Un vero eccesso di zelo, specie ripensando alle udienze tenute nel totale anonimato dei testi militari e alla grande scrupolosità del giudice Saville. La sua inchiesta è stata la più lunga e dispendiosa dell’intera storia giudiziaria britannica (434 giorni di udienze in aula, 2500 dichiarazioni di testimoni per un costo totale di circa 200 milioni di sterline), forse anche per fare da contraltare alla vergognosa inchiesta-insabbiamento condotta nel 1972 da Lord Widgery, conclusa in undici settimane producendo un documento di poche pagine che scagionò completamente l’operato dell’esercito. Forse una verità giudiziaria capace di rendere finalmente giustizia alle vittime innocenti di quell’eccidio non ci sarà mai, come in tutte le vicende che coinvolgono gli eserciti e i servizi segreti, perché purtroppo la Ragion di Stato prevale sempre sulla vita e sui diritti delle persone. Di sicuro il governo britannico – nonostante la montagna di soldi spesi – rischia di perdere un’altra grande occasione, non recitando neanche stavolta un mea culpa doveroso sui crimini che ha compiuto in Irlanda negli ultimi decenni.
RM

Bloody Sunday, un’altra vittima reclama giustizia

La fine di Michael Bradley, scomparso improvvisamente qualche settimana fa per un attacco di cuore, è passata completamente sotto silenzio. Michael aveva 22 anni, quel tragico 30 gennaio 1972, quando fu raggiunto dai proiettili sparati ad altezza d’uomo dal primo battaglione dei paracadutisti britannici, nel corso della cosiddetta “Domenica di sangue” di Derry. Riuscì a scampare alla mattanza, ma i colpi ricevuti alle braccia e al torace l’hanno costretto a vivere il resto della sua vita da disabile. Non gli hanno però impedito di battersi, per quasi quattro decenni, affinché fosse fatta giustizia sulla strage perpetrata in nome degli interessi coloniali di Sua Maestà. Ha sempre continuato a vivere nella sua città, e raramente si perdeva una seduta dell’interminabile inchiesta Saville che dovrebbe finalmente far luce su quanto accadde qual giorno maledetto. Entro la fine dell’anno è attesa la pubblicazione del rapporto conclusivo del giudice, ma ben pochi s’illudono che venga fatta finalmente giustizia. Michael Bradley è il settimo ad andarsene, dei quattordici feriti gravemente nella “Bloody Sunday”.

Da quella marcia nacquero i “Troubles”

Quarant’anni fa, il 5 ottobre 1968, finì nel sangue una marcia per i diritti civili fissata a Derry, in Irlanda del nord. I manifestanti, perlopiù appartenenti ai ghetti cattolico-nazionalisti della città, chiedevano case, lavoro, uguaglianza e la fine della brutale discriminazione che li rendeva cittadini di serie B rispetto ai protestanti unionisti. Lo staterello artificiale creato dagli inglesi (l’Irlanda del nord) li aveva privati anche del diritto di voto, dunque la loro protesta era più che sacrosanta. La risposta britannica fu però una spietata repressione: la polizia del nord Irlanda – la famigerata R.U.C. – attaccò il corteo con gli idranti, poi assalì i manifestanti a manganellate. Gli storici concordano nell’individuare proprio in quel giorno – 5 ottobre 1968 – la scintilla che dette avvio ai cosiddetti “Troubles” (disordini). Anche le parole sono estremamente importanti per determinare e indirizzare un percorso coloniale: ‘troubles’ è il termine che viene comunemente usato per descrivere la fase moderna del conflitto anglo-irlandese. Nel suo essere riduttivo e sprezzantemente eufemistico, questo è senz’altro un termine neocoloniale, ideato per gettare fumo negli occhi dell’opinione pubblica internazionale. Che tuttora resta in parte convinta che il conflitto che ebbe luogo nei successivi trent’anni  in Irlanda del nord sia stato di natura tribale, o addirittura una guerra di religione (sic!). Grazie ai potenti mezzi della propaganda britannica, l’obiettivo del travisamento della realtà è stato così pienamente raggiunto. Fino al 1998 in Irlanda del nord ha avuto luogo invece un conflitto a bassa intensità tra una potenza militare occupante, la Gran Bretagna, e un popolo che ha cercato con ogni mezzo di respingerla. L’ultima terribile fase della tragedia del popolo irlandese, diviso al proprio interno attraverso il trasferimento coatto di coloni avvenuto a partire dal XVII secolo e la creazione di una maggioranza artificiale, utile per mantenere un dominio coloniale a distanza. Proprio quello che i latini avrebbero definito “divide et impera”. Il 40esimo anniversario della marcia di Derry viene commemorato, oggi e domani, con una conferenza internazionale organizzata nel municipio della città dal movimento per i diritti civili.
RM

Nessun mea culpa inglese per l’Irlanda. Neanche sulla “Bloody Sunday”

Dieci anni di pace non sono bastati per convincere finalmente Londra che è tempo di ammettere le proprie gravissime responsabilità storiche sulla guerra che ha devastato l’Irlanda del nord per circa trent’anni. E’ quanto si evince dal libro appena uscito scritto dal diplomatico inglese Jonathan Powell, braccio destro e ‘uomo ombra’ di Tony Blair durante tutto il processo di pace anglo-irlandese. La versione della storia è purtroppo la solita di sempre: il governo inglese – con i suoi soldati e le sue forze di polizia che torturavano e ammazzavano civili – avrebbe svolto un ruolo di pacificazione. La guerra sarebbe stata causata soltanto dai soliti ‘terroristi’ e dagli ‘odi ancestrali tra le comunità irlandesi’. Un delirio che vale, manco a dirlo, anche per le 14 vittime della “Bloody Sunday” del 1972. Se non fosse tragico, sarebbe tutto da ridere. Sembra proprio che il tempo, tra i palazzi del potere di Downing street, sia trascorso invano.

Approfondimenti nell’articolo uscito oggi su “Avvenire”.