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Ora è ufficiale: l’invasione dell’Iraq fu decisa dal petrolio

“Memorandum segreti rivelano collegamenti tra le compagnie petrolifere e l’invasione dell’Iraq”, titola oggi l’Independent denunciando il ruolo della collusione tra il governo britannico e l’industria petrolifera nell’invasione dell’Iraq nel 2003. Le rivelazioni su una serie di incontri tra il primo ministro e i dirigenti delle compagnie “contrastano con le smentite pubbliche a proposito di una coincidenza di interessi tra l’industria del petrolio e i governi occidentali”, sottolinea il quotidiano londinese. Uno dei memorandum rivela che nel 2002 la baronessa Symons, allora ministro del commercio, informò la multinazionale petrolifera BP “che il governo era convinto che le compagnie energetiche britanniche avrebbero dovuto ottenere una fetta delle enormi riserve di petrolio e gas dell’Iraq come ricompensa per l’impegno militare di Tony Blair a seguito degli Stati Uniti”. Pubblicamente la BP ha continuato a sostenere di non avere “alcun interesse strategico” in Iraq, ma in privato ha fatto sapere al ministero degli esteri che l’Iraq era “più importante di qualsiasi cosa avessero visto da molto tempo”.

Che viaggio si è fatto Tony Blair?

E’ più verosimile che una delle più grandi case editrici statunitensi non disponga di validi correttori di bozze o che uno dei capi di governo più influenti del XX secolo non ricordi correttamente il luogo di una strage sulla quale proprio lui ha fatto aprire l’inchiesta più dispendiosa dell’intera storia giudiziaria britannica? Quale che sia la spiegazione, resta il fatto che Tony Blair ha preso un clamoroso quanto sintomatico abbaglio, affermando nella sua nuovissima autobiografia che la Bloody sunday del 1972 – dove le truppe britanniche aprirono il fuoco facendo una strage di civili – ebbe luogo a Belfast, invece che a Derry. “A Journey”, il monumentale (oltre 700 pagine) testamento politico nel quale l’ex premier britannico ricostruisce la sua lunga esperienza a Downing street, dedica ampio spazio al processo di pace in Irlanda del nord, citandolo in numerosi passaggi e definendolo “uno dei pochi momenti in cui si è sentito orgoglioso di fare politica”. Com’era più che prevedibile, il volume è diventato subito un clamoroso best-seller, vendendo quasi 100.000 copie nei primi quattro giorni di permanenza nelle librerie del Regno Unito. Senz’altro meno prevedibile era un lapsus come quello comparso a pagina 165, che ha fatto trasecolare non pochi lettori. Uno di questi è John Kelly, fratello di una delle vittime della Bloody sunday: “trovo incredibile – ha dichiarato alla stampa locale – che Blair abbia istituito un’inchiesta costata 200 milioni di sterline su una strage e non ricordi neanche dove questa ebbe luogo. E’ stupefacente”.

Nessun mea culpa inglese per l’Irlanda. Neanche sulla “Bloody Sunday”

Dieci anni di pace non sono bastati per convincere finalmente Londra che è tempo di ammettere le proprie gravissime responsabilità storiche sulla guerra che ha devastato l’Irlanda del nord per circa trent’anni. E’ quanto si evince dal libro appena uscito scritto dal diplomatico inglese Jonathan Powell, braccio destro e ‘uomo ombra’ di Tony Blair durante tutto il processo di pace anglo-irlandese. La versione della storia è purtroppo la solita di sempre: il governo inglese – con i suoi soldati e le sue forze di polizia che torturavano e ammazzavano civili – avrebbe svolto un ruolo di pacificazione. La guerra sarebbe stata causata soltanto dai soliti ‘terroristi’ e dagli ‘odi ancestrali tra le comunità irlandesi’. Un delirio che vale, manco a dirlo, anche per le 14 vittime della “Bloody Sunday” del 1972. Se non fosse tragico, sarebbe tutto da ridere. Sembra proprio che il tempo, tra i palazzi del potere di Downing street, sia trascorso invano.

Approfondimenti nell’articolo uscito oggi su “Avvenire”.