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Berlino, ricucita dall’arte, 30 anni dopo il Muro

Avvenire, 12 luglio 2019

Una passeggiata lungo la Karl-Marx-Allee, nel cuore di quella che un tempo fu Berlino est, dà ancora la sensazione di trovarsi in una città sovietica. Tutto intorno restano ben visibili i segni dell’urbanistica socialista. Il viale scelto come vetrina di rappresentanza del regime ospitò anche la grande parata commemorativa del quarantennale della Repubblica Democratica tedesca, il 7 ottobre 1989. Quel giorno niente lasciava immaginare che il Muro sarebbe stato abbattuto appena un mese dopo. Adesso la prima cosa che si nota è l’enorme palazzo di cemento della Haus der Statistik. Ultimata nel 1970, ospitava la sede degli uffici statistici della Repubblica democratica tedesca ma i tre piani più alti erano riservati alla Stasi, la temutissima organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania est che teneva sotto stretto controllo i propri cittadini. Sulla facciata dell’edificio – in disuso da anni – troneggia a caratteri rossi la gigantesca scritta “Stop wars”. Non è una delle tante installazioni artistiche disseminate per la città ma un monito lanciato da chi ha visto la fine della Seconda guerra mondiale solo alla fine del ‘900. Nonostante siano passati trent’anni dal crollo del Muro, Berlino è ancora una città in costante cambiamento, che cerca di metabolizzare il suo doloroso e ingombrante passato anche attraverso un’incessante mutazione urbanistica. Alcuni simboli di quella distopia orwelliana che si materializzò nella Germania est sono rimasti al loro posto, come la maestosa Fernsehturm di Alexanderplatz, l’antenna televisiva alta 368 metri che il regime fece costruire nel 1969 per far credere di essere all’avanguardia dal punto di vista tecnologico e architettonico. Da tempo i berlinesi l’hanno ribattezzata “la vendetta del Papa”, perché nei giorni di sole la sfera metallica della torre crea uno strano gioco di luci che lascia intravedere una croce. Quel presunto segno divino non piacque affatto ai funzionari del regime socialista, che avevano messo all’indice ogni religione e distrutto i luoghi di culto in favore dell’ateismo universale. Persino il presidente statunitense Ronald Reagan, in un discorso pronunciato nel 1987 di fronte alla porta di Brandeburgo, citò l’aneddoto spiegando che “a Berlino i simboli di pace e di culto, non possono essere soppressi”.
Oggi nella capitale tedesca l’arte si è presa la rivincita definitiva di fronte all’orrore della guerra, della dittatura e della privazione dei più elementari diritti umani. All’angolo tra Friedrichstrasse e Zimmerstrasse, all’altezza del Checkpoint Charlie, si trova l’installazione dell’artista Yadegar Asisi, una costruzione cilindrica d’acciaio che racconta la vita quotidiana nella città divisa. Il concetto centrale dell’opera è la capacità delle persone di adattarsi alle condizioni più difficili pur di cercare di condurre una vita normale. Per anni la geometria della Guerra fredda divise strade e intere famiglie. La mattina del 13 agosto 1961 i berlinesi dell’est si svegliarono circondati da una barriera di mattoni sormontata dal filo spinato, issata per impedire le sempre più frequenti fughe nell’ovest. Per costruire il Muro era bastata una sola notte. Nei giorni successivi fu rinforzato con il cemento armato e alzato fino a cinque metri. Tutto intorno, mine e congegni d’allarme bloccavano i tentativi di fuga. Ogni forma di comunicazione fu resa impossibile: chi provava a spostarsi da una parte all’altra rischiava la vita. Per buttarlo giù fu necessario attendere ventotto anni e il crollo dell’Impero sovietico. Ma nel frattempo il Muro aveva fatto oltre un centinaio di vittime. L’ultima fu il ventenne Chris Gueffroy, abbattuto dai proiettili delle guardie di frontiera pochi mesi prima di quel fatidico 9 novembre mentre tentava di scappare in Occidente. Ai Mauertoten (le morti causate dal Muro) è dedicato il “Parlamento degli alberi contro la violenza e la guerra”, il luogo commemorativo ideato dall’artista tedesco Ben Wagin nella zona dell’ex striscia di confine, vicino al Reichstag. Tra i quartieri un tempi divisi di Friedrichshain e Kreuzberg si trova invece la “East Side Gallery”, una grandiosa galleria d’arte a cielo aperto. Sul più lungo pezzo di muro tuttora in piedi, esteso per circa un chilometro e mezzo, è stato creato negli anni un straordinario memoriale alla libertà composto da centosei murales realizzati da artisti di tutto il mondo. Tra i graffiti presenti – tutti incentrati sul tema della pace e della fine della Guerra fredda – i più noti sono quello della Trabant che sfonda il Muro e quello che riproduce il famoso “bacio fraterno” del 1979 fra i due leader comunisti Erich Honecker e Leonid Brežnev. Proprio qui, quasi per un curioso contrappasso storico, nel 2013 i berlinesi scesero in strada per protestare contro un colosso immobiliare che voleva abbattere una parte di muro per far spazio a nuove costruzioni. Dopo essere stato per tanti anni sinonimo di morte e negazione della libertà, oggi ciò che resta del Muro di Berlino è diventato un simbolo da difendere e preservare per le nuove generazioni. Non a caso proprio quest’anno, nel trentennale della caduta, il governo cittadino ha stanziato dodici milioni di euro per il restauro delle parti conservate, dei percorsi commemorativi e delle iniziative dedicate alla memoria. Quella barriera lunga oltre 162 chilometri, oggi riflessa sul selciato nella scritta “Berliner Mauerweg”, è diventata una grande attrazione turistica. Lo confermano le schiere di visitatori che si radunano ogni giorno sulla Bernauer Strasse, in un quartiere che vide molte case divise in due tra est e ovest, e dove dal 2011 si trova il Memoriale del Muro, una mostra multimediale che soltanto l’anno scorso è stata visitata da oltre un milione e 100mila persone.
RM

C’era una volta l’Est

Intervista allo scrittore Clemens Meyer (Avvenire, 14.7.2017)

È un ritratto intenso, malinconico e disilluso dell’infanzia e dell’adolescenza ai tempi del Muro di Berlino quello che emerge dalle pagine di Eravamo dei grandissimi (Keller editore, traduzione di Roberta Gado e Riccardo Cravero), il pluripremiato romanzo d’esordio del giovane scrittore tedesco Clemens Meyer, uscito in Germania una decina d’anni fa e ormai diventato un classico della letteratura post-1989. Una storia in gran parte autobiografica che non si svolge nella grande capitale della Guerra fredda bensì in una grigia periferia di Lipsia – “nell’est della Germania est” -, che prende forma attraverso una scrittura essenziale e potente, capace di trasfigurare in emozioni i ricordi dello stesso Meyer, che quegli anni li visse in prima persona. Il Muro non è una presenza fisica ma uno spartiacque temporale nelle vite di un gruppo di ragazzi, le cui storie si intrecciano attraverso una narrazione priva di un preciso ordine cronologico. L’amicizia tra Daniel, Paul, Mark e Rico è l’unico legame che consente loro di andare avanti in una realtà urbana in balia di un passaggio storico epocale che loro stessi non comprendono, e che finirà col travolgerli. Continua la lettura di C’era una volta l’Est

Genocidio Herero, il mea culpa di Berlino

Avvenire, 5.8.2016

Con oltre cento anni di ritardo il governo tedesco riconoscerà finalmente le sue colpe per quella che molti storici hanno definito l’“Auschwitz africana”, il genocidio perpetrato in Namibia alcuni decenni prima della Shoah. Il ministero degli Esteri tedesco sta lavorando a una dichiarazione congiunta con il governo namibiano che conterrà, per la prima volta, le scuse ufficiali di Berlino per lo sterminio di circa centomila esponenti della tribù Herero e Nama colpevoli di essersi ribellati al dominio tedesco nella regione tra il 1904 e il 1907. La Germania ha però escluso a priori il riconoscimento di alcuna forma di indennizzo ai discendenti delle vittime, spiegando che i torti subiti dalla popolazione sono stati ampiamente ripagati con anni di aiuti economici stanziati a favore della Namibia. Una prima apertura in tal senso c’era già stata una decina d’anni fa, quando l’ex ministro Heidemarie Wieczorek-Zeul si recò in Namibia in occasione del centesimo anniversario della decisiva battaglia di Waterberg. In quell’occasione, per la prima volta un funzionario dello stato tedesco chiese scusa agli africani per i fatti avvenuti all’inizio del XX secolo, parlando chiaramente di ‘genocidio’. Namibia1_300D’altra parte, già nel 1985 il rapporto Whitaker delle Nazioni Unite aveva inserito a pieno titolo lo sterminio delle tribù Herero e Nama tra i primi atti genocidari del ‘900. L’esecutivo guidato da Angela Merkel ha deciso adesso di accelerare sul riconoscimento ufficiale con un tempismo tutt’altro che casuale. Alcune settimane fa il Bundestag, la camera bassa del Parlamento tedesco, ha infatti votato quasi all’unanimità una risoluzione che riconosce il genocidio della popolazione armena da parte delle forze ottomane nel 1915, scatenando la durissima reazione della Turchia, che ha immediatamente richiamato il suo ambasciatore a Berlino. Il presidente turco Erdogan ha accusato i tedeschi di ipocrisia sulle stragi compiute in Namibia alcuni anni prima del Metz Yeghern. Prima di condannare gli altri paesi la Germania dovrebbe fare i conti col proprio passato, ha detto Erdogan, le cui argomentazioni sono apparse per una volta convincenti almeno per gli storici. Da qui la necessità immediata, per Berlino, di cancellare una volta per tutte i fantasmi di un crimine lontano e quasi rimosso, mettendo a tacere le polemiche e ogni possibile parallelismo con il genocidio armeno. Anche perché, se è vero che la fredda contabilità delle due tragedie appare assai diversa, la dinamica e la brutalità con le quali sono state perpetrate appaiono invece drammaticamente speculari.
All’epoca in cui risalgono i fatti la Namibia era il fiore all’occhiello delle colonie tedesche dell’Africa sud-orientale, governata da un regime durissimo che prevedeva lavori forzati, schiavitù, violenze e confische delle terre e del bestiame. Nel gennaio del 1904 scoppiò la rivolta della tribù Herero. Circa duecento coloni tedeschi furono uccisi scatenando la reazione di Berlino, che inviò un nuovo governatore deciso a reprimere la sommossa con qualunque mezzo. Il famigerato generale Lothar Von Trotha lanciò un ultimatum alla popolazione della colonia: ogni esponente della tribù  presente all’interno dei confini tedeschi – a prescindere dall’età e dalla sua partecipazione o meno alla rivolta – sarebbe stato eliminato senza pietà. In poco tempo le truppe di von Trotha, armate di artiglieria e mitragliatrici, annientarono la debole resistenza africana e massacrarono tutti quelli che trovavano sul loro cammino, avvelenando fiumi e torrenti. Nei mesi successivi non si contarono i villaggi rasi al suolo, le impiccagioni di massa, le stragi e le violenze gratuite secondo un copione che sarebbe stato recitato di lì a poco anche dai turchi contro gli armeni e dai nazisti nella Seconda guerra mondiale. In circa tre anni le truppe tedesche sterminarono l’85% della popolazione Herero,  confinando i pochi sopravvissuti in riserve tribali per utilizzarli come schiavi. Centinaia di vittime furono decapitate e i loro teschi spediti in Germania per effettuare ‘ricerche scientifiche’ ed esperimenti per cercare di dimostrare la superiorità della razza ariana. Nel campo di concentramento dell’isola di Shark l’antropologo Eugen Fischer condusse esperimenti medici su cavie umane ai quali contribuì anche l’antropologo italiano Sergio Sergi, autore di uno studio intitolato eloquentemente Craniologia Hererica. Fischer divenne in seguito uno scienziato di spicco dell’eugenetica nazista e un teorico delle leggi razziali, mentre uno dei suoi allievi più promettenti – Josef Mengele – sarebbe passato alla storia come il boia di Auschwitz. Qualche anno più tardi, ben prima che le risoluzioni delle Nazioni Unite chiarissero la natura genocidaria dell’intervento tedesco in Namibia, Hannah Arendt comprese chiaramente che il massacro degli Herero era stato in un certo senso la “premessa” della Shoah. “La distruzione dei popoli coloniali fu una preparazione all’Olocausto – scrisse la grande filosofa nel suo Le origini del totalitarismo del 1951 – i campi di raccolta e le impiccagioni di massa degli Herero, un gigantesco e infernale addestramento ai campi di concentramento nazisti; stessi i cognomi dei protagonisti, identici i metodi; gli africani – prima e durante la Shoah – vittime tra le vittime”. Non a caso, il primo governatore della colonia africana era stato Heinrich Goering, padre di quell’Hermann Goering divenuto poi il braccio destro di Hitler. Nel 1990, dopo decenni di guerre interne, la Namibia ha raggiunto finalmente l’indipendenza e ha oggi un’economia in grande espansione che trae la sua ricchezza dai giacimenti di diamanti, dal turismo e dalle energie rinnovabili. Ancora oggi però, i discendenti degli indigeni cacciati dalle loro terre un secolo fa minacciano periodicamente di riprendersele con la forza. Nel 2001 l’associazione per i risarcimenti al popolo Herero ha intentato una causa davanti ai tribunali americani chiedendo al governo di Berlino e alle imprese tedesche presenti all’epoca in Namibia milioni di dollari che difficilmente riusciranno a ottenere. Il riconoscimento ufficiale del genocidio che inaugurò nel peggiore dei modi il XX secolo contribuirà, almeno in parte, a rendere giustizia alle vittime.
RM

1961, l’inizio della fine del regime comunista

Eretto esattament cinquant’anni fa, il Muro di Berlino divise due mondi in conflitto tra loro, e segnò il lento, inesorabile fallimento del blocco sovietico.

Quel giorno di metà agosto del 1961 John Fitzgerald Kennedy tirò un sospiro di sollievo. In una sola notte, i sovietici erano riusciti a erigere una barriera intorno a Berlino, isolando la parte occidentale della città e dividendo strade, case e intere famiglie. In poche ore issarono decine di chilometri di filo spinato che furono presto sostituiti da blocchi di cemento e lamiera, e dettero vita al simbolo più tetro della Guerra Fredda. “Non è certo una soluzione soddisfacente, ma è sempre meglio un muro di una guerra”, confidò il presidente degli Stati Uniti d’America, in carica da pochi mesi, ai suoi più stretti collaboratori. Eppure, poche settimane prima, il leader della Ddr Walter Ulbricht aveva assicurato che nessuno era intenzionato a costruire una barriera per fermare l’esodo della popolazione della Germania Est. La decisione, presa repentinamente con la benedizione di Mosca, concludeva di fatto un annus horribilis per il giovane inquilino della Casa Bianca, che in aprile aveva già mandato in frantumi il mito dell’invincibilità statunitense con la fallita invasione della Baia dei Porci. Questi fatti avvantaggiarono inevitabilmente il suo rivale, l’anziano e irascibile Nikita Kruscev, che sembrò volgere la partita a suo favore. Ma la storia di eventi così complessi non può essere analizzata attraverso i singoli episodi e dunque stupisce che oggi, a cinquant’anni esatti di distanza, l’operato di Kennedy in quella crisi sia messo in discussione nel nuovo saggio di Frederick Kempe, “Berlin 1961. Kennedy, Khrushchev, and the Most Dangerous Place on Earth”. Continua la lettura di 1961, l’inizio della fine del regime comunista

Il lager nero e rosso diventerà un museo

(di Antonio Giuliano)

Forse pochi luoghi al mondo possono vantare un così triste primato come la cittadina di Bautzen in Germania. In questo insospettabile centro medievale, nel cuore della verde Sassonia, ha operato uno dei peggiori istituti di reclusione del secolo scorso: tra le sue grate furono rinchiusi i nemici degli opposti totalitarismi del Novecento, nazismo e comunismo. Un reportage a firma di Delfina Boero, sul numero in uscita di “La Nuova Europa”, bimestrale della fondazione Russia Cristiana, getta nuova luce su un penitenziario diventato il simbolo della follia ideologica nera e rossa. Nel corso degli anni Trenta il carcere fu al servizio degli uomini di Hitler, ma dal maggio 1945 fu scelto senza esitazione anche dai sovietici che lo trasformarono in uno «Speziallager» (campo speciale) per criminali nazisti e oppositori del comunismo. Per il colore dei suoi mattoni e il trattamento inflitto ai detenuti venne subito ribattezzato «das Gelbe Elend», «Miseria gialla». Dal 1945 al 1950 vi furono spediti circa 27 mila detenuti, metà dei quali avrebbe conosciuto poi anche i lager della Polonia e dell’Urss. Oltre 3 mila invece quelli che morirono per stenti e malattie infettive non curate. Quando nacque la Repubblica democratica tedesca (Ddr) i reclusi sperarono che l’incubo fosse finalmente finito, però le loro condizioni peggiorarono. Nel 1950 si ribellarono gridando tutti insieme dalle finestrelle e la notizia arrivò sulla stampa occidentale grazie a due lettere clandestine. Ma la rivolta fu soffocata senza pietà. Solo tra il 1954 e il 1956 molti di loro sarebbero usciti. Eppure a Bautzen stava nascendo sullo stesso sito una nuova prigione al soldo della Stasi, l’implacabile organizzazione di sicurezza e spionaggio dell’ex Germania Est. Il governo comunista tedesco riuscì a nascondere all’opinione pubblica tutto ciò che successe in quella fortezza fino al crollo del Muro di Berlino. Solo nel 1992 il penitenziario fu definitivamente chiuso, ma la Stasi fece in tempo a cancellare le prove della vergogna. Ora l’istituto è stato trasformato in un museo che è al tempo stesso custode della memoria e promotore delle ricerche volte a riannodare i tasselli dell’orrore. Tuttavia il luogo conserva ancora gli aspetti sinistri del passato, al punto che, come spiega l’autrice, sembra richiamare gli scenari del film Le vite degli altri. È stato infatti ormai dimostrato che ogni cella era provvista di altoparlanti e microfoni nascosti dappertutto. Perfino le stanze dove i prigionieri incontravano i parenti per le visite erano filmate da telecamere segrete. Ogni dialogo o informazione sospetta doveva essere trasmessa subito al ministero per la sicurezza di Stato. Dal 1956 al 1989 a Bautzen finirono almeno 2700 persone arrestate per lo più per motivi politici. Spesso rinchiusi in totale isolamento o usati in lavori rischiosi o demotivanti come la produzione di interruttori o pennarelli. Una volta al mese avevano il permesso di entrare in una sala cinematografica in cui assistevano a pellicole che li indottrinavano sulla bontà del comunismo. Molti furono quelli che tentarono invano di fuggire da lì, ma anche da un Paese che anche all’esterno si presentava come un enorme penitenziario a cielo aperto, diviso dal mondo occidentale dal Muro di Berlino innalzato nel 1961. Conobbero la prigione di Bautzen personaggi come Georg Dertinger, primo ministro degli esteri della Ddr, tra i fondatori dell’Unione cristiano­democratica (Cdu) e sostenitore della riunificazione della Germania, condannato per spionaggio nel 1954. E altri come il drammaturgo Walter Janka, il letterato Gustav Just e il cantautore e poeta Wolf Biermann, il cui arresto negli anni Settanta suscitò molte proteste tra i giovani tedeschi. Nelle loro testimonianze spiccano le particolari «celle di rigore», definite dai detenuti «le gabbie della tigre», per l’esiguo spazio a disposizione. In esse un’ulteriore grata divideva la cella dalla zona dei sanitari accessibile solo col permesso dei secondini. Appesa al muro c’era una branda ribaltabile che però poteva essere usata solo in determinati orari. A chi osava infrangere il regolamento fu riservata sino al 1977 una «punizione supplementare», per cui il prigioniero non riceveva più la coperta o veniva alimentato con cibo ancora più scadente. Bastava il semplice sospetto di discorsi proibiti per farsi anche tre settimane di rigore. Nella lunga storia del carcere della Stasi di Bautzen soltanto un recluso riuscì ad evadere: Dieter Hötger, catturato nel 1962 mentre stava scavando un tunnel da Berlino Ovest a Berlino Est per permettere alla moglie, residente nella Ddr, di raggiungerlo nella Germania occidentale. Fu condannato a nove anni di reclusione, ma la sua voglia di libertà fu più forte dei suoi carcerieri: fece un buco nel muro della cella, dietro un armadietto, e attraverso un cunicolo riuscì a scappare. Venne nuovamente arrestato dopo nove giorni, ma il governo della Repubblica Federale nel 1972 pagò il riscatto per farlo scarcerare. Oggi nel museo di Bautzen si può ancora riconoscere la sua cella con l’unico foro di una prigione senza via d’uscita.
(da “Avvenire”)