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Se Gerry Adams twitta peluche

Il Venerdì di Repubblica, 9.12.2016

C’era una volta il leader politico più rispettato e temuto di tutta l’Irlanda, l’icona vivente che infiammava i cuori degli indipendentisti irlandesi, l’uomo capace di dare una svolta al più lungo conflitto europeo del dopoguerra. Oggi Gerry Adams, 68 anni appena compiuti, siede tra i banchi dell’opposizione del Senato e qualche settimana fa, durante un acceso dibattito parlamentare, ha zittito un avversario gridandogli “i miei orsacchiotti sono vergini”. Una frase da teatro dell’assurdo, da far invidia a Samuel Beckett, in realtà un riferimento alla clamorosa svolta “social” dello stesso Adams. 4a742f7c78fb5a1c6fcd3618af0856ee-2Molti anni dopo la firma dello storico accordo di pace che nel 1998 portò la pace a Belfast e dintorni, il presidente indiscusso del partito repubblicano Sinn Féin ha infatti rivelato di avere interessi a dir poco singolari, facendo conoscere un lato del suo carattere che nessuna biografia era stata finora in grado di raccontare. La “confessione” è avvenuta sul profilo Twitter che Adams cura personalmente da qualche anno, e che è popolato da orsetti di peluche, paperelle di gomma, fiori, torte e cani. Una sera ha scritto: “Troppo stanco per twittare. Sono a letto. Col mio orsacchiotto”. In un altro tweet ha mostrato i regali che aveva appena ricevuto: “paperelle nuove. Si illuminano. Mi hanno fatto felice per Natale”. Mesi dopo, le stesse paperelle sono comparse in un altro tweet che mostrava la sua collezione di pennuti di gomma schierata sul bordo della vasca, prima di cominciare il bagnetto. Alle foto degli animali finti alterna le immagini di quelli veri, le torte che decora personalmente e i giochi che fa col nipotino, corredando il tutto con un linguaggio infantile, “ho sognato che stavo mangiando un tiramisù. Quando mi sono svegliato avevo il cuscino e la barba ricoperti di crema e cioccolato”, oppure “sono in parlamento. Pensavo di avere una penna in tasca, invece era lo spazzolino. Che sciocco!”.30b3dc4300000578-0-image-a-2_1454632917640
In questa finestra inedita e soprendente sulla sua vita c’è molto spazio per quello che mangia, per la musica che ascolta e per i suoi passatempi da bambino molto cresciuto. I tweet di argomento politico sono invece rari e poco rilevanti. La presenza di Gerry Adams su Twitter ha assunto contorni grotteschi da almeno tre anni, ed è confluita in un curioso libretto (My Little Book of Tweets) con una prefazione firmata a quattro mani – o meglio, a quattro zampe – da Tom e Ted, i suoi orsacchiotti preferiti. In copertina c’è lui che fa un selfie con una capretta. Scelte editoriali assai curiose per un leader riconosciuto in tutto il mondo per il suo carisma e la sua proverbiale freddezza, che finora aveva pubblicato serissimi saggi sul conflitto irlandese tradotti e che due anni fa è stato arrestato con l’accusa di essere implicato nell’omicidio e nell’occultamento del cadavere di una donna, nel lontano 1972. Anche chi in un primo momento aveva avanzato dubbi sulla sua sanità mentale si è ormai convinto che si tratta di un’astuta strategia che gli ha già portato molti più follower di alcuni divi del rock, l’ultima frontiera del machiavellismo di un leader con qualche scheletro nell’armadio, che tenta di costruirsi un’immagine edulcorata fino al parossismo. Per farsi accettare anche da chi lo identifica ancora con la lotta armata dell’IRA, deve rifarsi una verginità. Proprio come i suoi orsacchiotti.
RM

Fame di ideali

BobbySands375_300“Se morirò, Dio capirà”: è quanto disse Bobby Sands al giornalista dell’Irish Times Brendan Ó Cathaoir che andò a intervistarlo in carcere il 3 marzo del 1981, il terzo giorno dello sciopero della fame che l’avrebbe portato alla morte due mesi più tardi. Appena 27enne, rinchiuso nel braccio di massima sicurezza di Long Kesh, a Belfast, dove stava scontando una pena a quattordici anni per possesso di arma da fuoco, Sands chiarì in quell’occasione di essere disposto a morire per i suoi ideali. A qualunque costo. Non servì a niente neanche l’appello di papa Woytjla, che tramite il vescovo John Magee gli recapitò un messaggio chiedendogli d’interrompere il digiuno. Quello sciopero che attirò l’attenzione del mondo intero culminò il 5 maggio di quell’anno con la fine di Sands ma proseguì anche nei mesi successivi con la morte di altri nove detenuti irlandesi, cambiando per sempre la natura del conflitto anglo-irlandese, avviandolo verso un lungo ma irreversibile processo conclusivo. Da quel momento in poi, Bobby Sands e gli altri martiri del ‘blocco H’ furono trasfigurati in icone della lotta di liberazione irlandese, in parte disumanizzati per divenire simboli universali di quel terribile scontro carcerario. Esattamente 35 anni più tardi, ormai trascorso un periodo di tempo sufficiente per garantire il giusto distacco emotivo da quei fatti, è uscito in Gran Bretagna 66 Days, uno splendido documentario firmato dal regista Brendan J. Byrne che riesce per la prima volta a raccontare Bobby Sands per immagini anche attraverso un uso innovativo dei diari nei quali annotò le ultime memorie dalla prigione. Prima che le sue condizioni di salute iniziassero ad aggravarsi in modo irreversibile, il rivoluzionario-poeta raccontò i primi diciassette giorni del suo sciopero della fame scrivendo in clandestinità, su minuscoli pezzi di carta igienica, alcune delle pagine più toccanti della letteratura carceraria del ‘900. “Sto qui, sulla soglia di un altro mondo palpitante. Possa Dio avere pietà della mia anima”, scrisse all’inizio del suo diario, “Sono pieno di tristezza perché so di aver spezzato il cuore della mia povera madre e perché la mia famiglia è stata colpita da un’angoscia insopportabile. Ma ho considerato tutte le possibilità e ho cercato con tutti i mezzi di evitare ciò che è divenuto inevitabile: io e i miei compagni vi siamo stati costretti da quattro anni e mezzo di vera e propria barbarie. Sono un prigioniero politico. Sono un prigioniero politico perché sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra”. Costruito come un conto alla rovescia verso la fine, 66 Days scorre giorno per giorno gli oltre due mesi di autoprivazione del cibo che condussero Sands alla morte. Lo fa alternando in modo magistrale una drammatica ricostruzione scenica interpretata dall’attore originario di Belfast Martin McCann, uno straziante repertorio iconografico e una serie di interviste non solo agli amici e agli ex compagni di prigionia di Sands ma anche ad alcuni protagonisti dell’epoca, come l’ex secondino di Long Kesh Dessie Waterworth e il giornalista Charles Moore, biografo di Margaret Thatcher. Trovando un giusto equilibrio tra le voci repubblicane e l’analisi storica, 66 Days ha dunque il grande merito di riuscire per la prima volta a inquadrare quei fatti in una prospettiva storica. Non ci erano riuscite, per la loro stessa natura, due importanti opere di finzione realizzate in passato, il recente Hunger – interpretato da Michael Fassbender con la regia di Steve McQueen, premiato a Cannes nel 2008 – e Some Mother’s Son (La scelta d’amore) di Terry George, del 1996. Rispetto a queste due pur intense prove cinematografiche, il lavoro di Byrne rende finalmente giustizia appieno alla figura di Sands e alla sua lotta per la libertà.
Nato nel 1954 alla periferia di Belfast e costretto giovanissimo, insieme alla sua famiglia, ad abbandonare la propria abitazione a causa delle violenze e degli attacchi settari contro la comunità cattolico-nazionalista dell’Irlanda del Nord, poi costretto ad abbandonare il lavoro per lo stesso motivo, si avvicina all’IRA appena diciottenne, nel 1972, durante l’anno più nero del conflitto angloirlandese. Quando finisce in carcere è un giovane volontario come tanti altri e niente fa presagire che di lì a poco, ristretto in un brutale regime carcerario, emergerà la sua statura di leader che lo porterà a guidare i compagni alla riscoperta delle loro tradizioni, della loro cultura, attraverso un percorso interiore che diventerà tutt’uno con la lotta carceraria, esprimendosi con l’arma nonviolenta e ancestrale del rifiuto del cibo, come gli antichi eroi gaelici. Durante lo sciopero, a poche settimane da una fine che appare ogni giorno sempre più ineluttabile, Sands viene eletto al parlamento di Westminster nel corso di una drammatica tornata elettorale suppletiva, che lo vede aggiudicarsi il seggio di Fermanagh South Tyrone con oltre trentaduemila preferenze. Ma neanche quello basta a salvargli la vita – poiché Londra non cede alle richieste dei prigionieri irlandesi – ma riesce invece a cambiare il corso della storia irlandese, portandola una volta per tutte verso una dinamica elettorale che arriverà infine a escludere l’uso delle armi. Il film di Byrne ricostruisce in modo esemplare quelle settimane drammatiche senza dimenticare che in quegli stessi giorni l’IRA uccise una giovane madre, Joanne Mathers, solo per aver contribuito alla campagna elettorale dell’avversario di Sands. I decenni trascorsi da allora hanno favorito un certo distacco ma non sono stati sufficienti a sopire del tutto le tensioni dell’epoca. Alcuni parlamentari unionisti-protestanti hanno contestato la concessione di fondi pubblici per la realizzazione del documentario nel quale colpisce, ancora una volta, l’assenza di alcune voci. Anche in questa occasione la famiglia di Sands si è infatti rifiutata di partecipare al progetto. La madre, le sorelle e il figlio Gerard, oggi quarantenne, non hanno voluto prendere parte a un lavoro orchestrato dal Bobby Sands Trust, la fondazione che detiene i diritti d’autore sugli scritti di Sands, e che loro accusano da tempo di agire con scarsa trasparenza e a scopo di lucro.
RM

(“Avvenire”, 28.8.2016)

Cummings, la Belfast del dialogo

Avvenire, 6.1.2016

Era il 1942 e la guerra stava devastando l’Europa, quando padre Daniel Cummings decise di lasciare  il suo incarico al seminario redentorista di Galway per unirsi all’esercito britannico in qualità di cappellano militare. Avrebbe trascorso il resto del conflitto insieme al Terzo Battaglione delle Guardie irlandesi, in mezzo a suoi connazionali di ogni estrazione e credo politico, contadini cattolici e membri dell’aristocrazia anglo-irlandese di religione protestante. Vide uomini che provenivano da contesti sociali differenti, spesso ostili tra loro, imparare a fidarsi gli uni degli altri, e lottare fianco a fianco per cercare di sopravvivere. La memoria di quegli anni terribili fece maturare in lui il profondo desiderio di portare quell’esperienza di tolleranza e aiuto reciproco anche nel suo paese. Nel 1947 fu uno dei fondatori della prima missione “per non cattolici” che aprì presso il monastero redentorista di Clonard, in uno dei quartieri più derelitti di Belfast. È così che venne gettato il primo, pionieristico seme di un grande movimento ecumenico che nei decenni successivi avrebbe avuto un ruolo decisivo anche nel lungo processo di pace dell’Irlanda del Nord. Quella di padre Daniel Cummings è una storia straordinaria che riemerge con forza dalle nebbie di un passato ormai lontano, attraverso la sua autobiografia postuma da poco data alle stampe: Rest and Be Thankful. Autobiography of a Belfast Missionary. Una vicenda che è stato finalmente possibile riscoprire grazie a Rosemary Doherty, la nipote di Cummings, che ha lavorato a lungo al vecchio manoscritto e agli appunti lasciati dallo zio – morto nel 1977 –, facendo infine arrivare il volume in libreria. Fu lui a chiederle espressamente di non rendere pubblica l’opera fino a quando la situazione politica non si fosse definitivamente stabilizzata. Oggi, a quarant’anni di distanza, il libro rappresenta uno straordinario documento storico sul nostro recente passato. Cresciuto in un’area di Belfast a maggioranza protestante, Daniel Cummings era ancora un bambino quando i violenti scontri settari in corso in città costrinsero la sua famiglia ad abbandonare la propria casa e a trasferirsi in un quartiere a maggioranza cattolica, nei pressi del monastero di Clonard. Erano i primi anni ’20, e la divisione artificiale dell’Irlanda decisa dagli inglesi contro il volere della popolazione locale innescò una delle prime forme di pulizia etnica in Europa. Cummings si avvicinò giovanissimo ai redentoristi, entrando in seminario all’età di 15 anni. Si spostò prima a Limerick, poi a Galway, finché non fu inviato come missionario nelle Filippine. Quando scoppia la guerra ha già fatto ritorno in Irlanda, e si sta dedicando allo studio e all’insegnamento. Lascia tutto per unirsi all’esercito, come cappellano militare. I racconti della vita quotidiana dei soldati e dei civili durante gli anni del secondo conflitto mondiale occupano una parte consistente della sua autobiografia. Il 6 giugno 1944 prende parte allo sbarco degli Alleati in Normandia, poi entra a Bruxelles al seguito dell’esercito britannico nei giorni in cui la città viene liberata dai nazisti. In quei mesi trascorre gran parte del suo tempo negli ospedali, prendendosi cura dei feriti e confessando i prigionieri, grazie alla sua conoscenza del tedesco. Per oltre un anno, dopo la fine della guerra, porta conforto agli uomini liberati dal campo di concentramento di Bergen-Belsen. Tra i reduci del lager incontra anche un confratello redentorista tedesco che gli dona una splendida scultura in legno che lui stesso aveva realizzato. È una statua alta circa un metro, che ritrae San Gerardo Maiella con una croce e un rosario in mano ed è ancora oggi conservata all’interno del monastero di Clonard.

Daniel Cummings
Daniel Cummings

Di ritorno nella sua Belfast, padre Daniel trova una città trasformata radicalmente dalla guerra: cattolici e protestanti avevano combattuto gli uni accanto agli altri e molti di loro, durante i raid aerei nazisti, si erano rifugiati insieme nella cripta di Clonard. Il Dopoguerra, dal suo punto di vista, porta speranze di riconciliazione che vanno ben oltre la semplice ricostruzione materiale, e che lo spingono a impegnarsi nella coraggiosa impresa della “missione per non cattolici” di Clonard, al fianco del rettore dell’epoca, padre Gerry Reynolds. Un lavoro che già nelle domeniche di Quaresima del 1948 gli fa incontrare per la prima volta un giovane ministro presbiteriano di nome Ian Paisley, che nei decenni seguenti dominerà la scena politica irlandese facendosi conoscere come un predicatore fanatico dal linguaggio incendiario, ferocemente anti-cattolico e nemico di ogni compromesso. Cummings racconta che fin dai primi anni il reverendo Paisley mostrò grande interesse per l’attività svolta a Clonard, e in più occasioni fece intervenire i suoi seguaci agli incontri che si tenevano nel monastero di Belfast. In pubblico rivolgeva violenti attacchi all’iniziativa dei redentoristi, eppure padre Daniel ebbe comunque modo di percepire una forma di stima e di rispetto nei suoi confronti. Molti anni dopo, al crepuscolo della sua vita, Paisley si sarebbe infine convertito da leader intransigente a statista aperto al dialogo. Fu una svolta decisiva che – considerato il suo grande peso politico – sbloccò definitivamente la pace in Irlanda del Nord. Cummings ne aveva già colto le prime avvisaglie all’inizio degli anni ’70.
RM

In memoria di Peggy O’Hara

di Gianni Sartori

Avevo conosciuto Peggy e Jim O’Hara, la madre e il padre di Patsy O’Hara (il quarto tra i dieci prigionieri politici repubblicani irlandesi che nel 1981 si erano lasciati morire di fame a Long Kesh), nella sua casa di Hardfoyle, a Derry, nel 1985. L’avevo poi rivista in occasione di altri viaggi in Irlanda e nel 1986 l’avevo intervistata sulla tragica vicenda del figlio, morto il 21 maggio 1981 dopo 60 giorni di sciopero della fame. Patsy, militante dell’INLA (Esercito Irlandese di Liberazione Nazionale, considerato il braccio armato dell’IRSP), ebbe un ruolo fondamentale nell’organizzare e gestire la protesta del 1981, in perfetta coerenza con l’impegno fino ad allora dimostrato all’interno delle lotte del quartiere dove viveva. Il padre, Jim, ricordava come Patsy avesse “combattuto con la parola prima ancora che con le armi contro l’occupazione inglese, nella strada, nel quartiere, ovunque…” sottolineando anche la portata della sua volontà di lottare, la sua preparazione politica, ideologica e culturale.

Patsy O'Hara (1957-1981)
Patsy O’Hara (1957-1981)

Una conferma mi venne data nel 1994 dallo scrittore Ronan Bennet che per circa un anno condivise con Patsy la cella N.14 a Long Kesh nel 1975. “Quando uno arrivava in carcere – mi raccontò – per prima cosa gli si chiedeva che cosa avesse detto alla polizia. Non aveva dato altro che il suo nome. Questo, dati i metodi usati abitualmente dalle forze di repressione (percosse, tortura…), era abbastanza raro e venne considerato un segno di forza, di determinazione. Questa impressione venne poi confermata dal comportamento tenuto in carcere da Patsy. Era un leader nato, anche se non in modo ostentato, era sempre molto calmo, non alzava mai la voce. Nonostante fosse molto giovane, si capiva che era molto preparato politicamente. In cella abbiamo parlato a lungo di come ognuno di noi fosse arrivato alle sue convinzioni politiche. Sostanzialmente avevamo gli stessi punti di riferimento: Bloody Sunday del 30 gennaio 1972, l’internamento, l’incendio di Long Kesh…Uscì di prigione e in seguito venne nuovamente arrestato. Quando ho saputo che aveva iniziato lo sciopero della fame, ho subito pensato che sarebbe andato fino in fondo”.
Nel cimitero di Derry, sulla lapide dedicata a Patsy O’Hara e a Micky Devine (altro militante dell’INLA morto in sciopero della fame) si legge “morti perché altri fossero liberi”.
Il padre di Patsy, Jim, se n’era andato qualche anno fa. Peggy ci ha lasciati nel luglio di quest’anno.

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I funerali di Peggy O’Hara

Al suo funerale la bara era scortata da un centinaio di militanti dell’IRSP e dell’INLA (volto coperto, basco con la stella rossa: se lo ricordino i neofascisti che hanno avuto l’impudenza di ricordarla sui loro giornali). Prima della sepoltura le sono stati resi gli onori militari con tre colpi di fucile sparati in aria. La cosa è stata stigmatizzata da Martin McGuinness (esponente del Sinn Fein, viceministro nel governo nordirlandese “benedetto” da Londra e Washington) che ha partecipato al funerale nonostante l’IRSP (nelle cui liste Peggy era stata candidata) e i familiari avessero definito “non gradita” la sua presenza.

Intervista a Peggy O’Hara (1986)

Quali erano le speranze di suo figlio quando prese la fatale decisione di smettere di alimentarsi?
Patsy e gli altri cominciarono lo sciopero della fame ben sapendo che ne sarebbero stati segnati irreparabilmente nella salute, nel fisico già provato da anni di lotte e proteste, spesso pacifiche ma non certo indolori.Tuttavia pensavano che il rispetto per la vita umana avrebbe convinto Mrs. Thatcher a soddisfare le loro cinque richieste. Quando poi capirono che ciò non sarebbe successo, che li avrebbero lasciati morire, compresero anche che ormai non avevano più scelta: dovevano andare fino in fondo, per non concedere al nemico una vittoria politica che il movimento di liberazione, gli oppressi, la gente avrebbero scontato per molti anni…Fu così che la vita di alcuni divenne il prezzo di un po’ più di giustizia per altri.
Che cosa pensò lei della scelta di suo figlio?
Gli dissi che ritenevo più utile che restasse vivo per continuare a lottare. Che altro poteva dire una madre? Ma sia io che mio marito rispettammo la consapevole determinazione di Patsy e assecondammo la sua volontà di non essere alimentato artificialmente quando entrò in coma. È stato atroce: perdere un figlio è già contro ogni corso naturale delle cose, ma una morte così è inaccettabile. Soprattutto se si pensa alle sevizie che rendevano ancora più terribile il suo spegnersi giorno dopo giorno.
Che genere di sevizie?
I secondini, spesso ubriachi, lo picchiavano in continuazione, anche durante lo sciopero della fame. A causa dei maltrattamenti subì due arresti cardiaci. Una volta venne scoperta addosso ad un detenuto una macchina fotografica e Patsy, accusato di esserne il responsabile, fu picchiato con particolare durezza, tanto da procurargli la rottura del setto nasale. Le percosse continuarono anche quando era già costretto in una carrozzella, incapace di camminare. Durante il periodo in cui rimase in coma, il medico del carcere – lo stesso che poi si rifiutò di riportare sulla cartella clinica i segni evidenti delle percosse – lo prendeva a schiaffi durante le mie visite per costringerlo a “riprendersi”, a riconoscermi, sperando in un cedimento dell’uno o dell’altra*. Io sono convinta che Patsy sia morto per un collasso cardiaco in conseguenza delle sevizie subite: sarebbe morto ugualmente, ma lo odiavano tanto da volerlo uccidere con le loro mani. Quando morì mi dissero che se non mi sbrigavo a portarlo via l’avrebbero buttato in un sacco di plastica e scaricato davanti a casa. Il suo corpo era pieno di ecchimosi, i suoi occhi erano stati bruciacchiati con le sigarette e portava sul volto i segni delle ultime percosse.
Che cosa lascia, nell’animo di una madre, il gesto di un figlio che sacrifica la propria vita in nome dei propri ideali?
Non c’è retorica letteraria né politica che possa consolare da una simile brutalità. Rimane solo la convinzione profonda e sofferta che altro non si poteva fare per rivendicare la dignità umana, propria e altrui. E rimane la rabbia, la lotta contro gli oppressori. E rimane la solidarietà, la speranza, nonostante tutto…Bisogna continuare ad andare avanti, perché se non lo facciamo i martiri che sono morti per me, per noi, per questa Nazione ci perseguiteranno per l’eternità.
Gianni Sartori

In the Name of Gerry Conlon

È in corso la raccolta fondi per realizzare e promuovere il documentario patrocinato da Amnesty International sulla vita di Gerry Conlon (1954-2014), vittima del più grave errore giudiziario mai avvenuto in Gran Bretagna. Il testamento spirituale di un uomo innocente che è stato in carcere per 15 anni.

Gerry Conlon, originario di Belfast, aveva soltanto 20 anni quando fu di uno dei più sanguinosi attentati compiuti dall’I.R.A. in Inghilterra. Era il 1974 e con lui altri tre giovani irlandesi furono incastrati, divenendo noti al mondo come i Guildford Four. La loro unica colpa era quella di essere irlandesi e di trovarsi in Inghilterra alla ricerca di lavoro durante gli anni più drammatici del conflitto in Irlanda del Nord. Furono trasformati nei capri espiatori perfetti: sottoposti a maltrattamenti e pressioni psicologiche, costretti a firmare false confessioni, vennero infine condannati all’ergastolo. Ma l’isteria anti-irlandese di quegli anni avrebbe portato in carcere altri innocenti: il padre di Gerry, Giuseppe Conlon, arrivato a Londra per aiutare il figlio, fu accusato di trasporto di esplosivi e condannato a dodici anni di prigione. Gravemente malato e privato delle cure necessarie, morì in carcere nel 1980. La loro drammatica storia è stata raccontata anche nel film Nel nome del padre di Jim Sheridan.
BELFASTL’innocenza di Gerry Conlon e degli altri sarebbe stata riconosciuta soltanto quindici anni dopo, nel 1989, dimostrando che i rappresentanti dello Stato britannico avevano falsificato le prove a loro carico.
Dopo una lenta e faticosa rinascita, Gerry ha trovato dentro di sé la forza per combattere ancora, facendo diventare la sua vicenda un esempio e un monito, in Irlanda e nel resto del mondo.
Il documentario, autoprodotto e autofinanziato, nasce dalla lunga intervista rilasciata da Gerry Conlon a Lorenzo Moscia nella sua casa di Belfast, pochi mesi prima della sua morte. La sua storia è ricostruita per la prima volta nel dettaglio dalle sue vive parole e utilizzando rare immagini di repertorio.
Fotoreporter e documentarista italiano, Moscia ha vissuto per anni in Cile, lavorando per importanti riviste locali (El Sabado del Mercurio, El Semanal de la Tercera, New York Times, Der Spiegel, Corriere della Sera, Repubblica).
Dal 2012 è tornato a vivere a Roma, sua città natale, dove lavora come corrispondente per le principali agenzie foto giornalistiche.
A Belfast Moscia ha incontrato Riccardo Michelucci, giornalista e scrittore esperto della questione irlandese e autore di Storia del conflitto anglo-irlandese, il libro nero del colonialismo inglese in Irlanda. Tra loro è nata un’amicizia che va la condivisione di certi ideali, ed è sfociata nella collaborazione per realizzare questo documentario.
Per realizzare e promuovere al meglio il documentario (che ha già ottenuto il patrocinio di Amnesty International) è stata lanciata una campagna di raccolta fondi tramite il crowdfunding.
Il lavoro è a buon punto ma rimangono ancora molte cose da fare: la post-produzione, il montaggio dei sottotitoli in inglese, in spagnolo e in italiano, l’accertamento dei diritti d’autore, la stampa e la promozione dei dvd.
Vi chiediamo di credere nel nostro progetto e di diventare nostri mecenati con un contributo, anche modesto, per aiutarci a portare a termine il lavoro e a veicolarlo nel miglior modo possibile.

Sono previste una serie di ricompense per chi contribuisce alla campagna:

– Un ringraziamento pubblico sulla pagina Facebook del documentario per chi versa almeno 5 dollari;

– Un ringraziamento sulla Facebook e il proprio nome nei titoli di coda tra i sostenitori del documentario, per chi versa almeno 10 dollari;

– Un ringraziamento su Facebook, il proprio nome nei titoli di coda e la possibilità di vedere il film in streaming per chi contribuisce con almeno 15 dollari;

– Un ringraziamento su Facebook, il proprio nome nei titoli di coda e una copia del documentario in Dvd per chi contribuisce con almeno 25 dollari;

– Un ringraziamento su Facebook, il proprio nome nei titoli di coda, una copia del documentario in Dvd e la locandina originale del film (oppure, a scelta, una copia del libro “Storia del conflitto anglo-irlandese” di Riccardo Michelucci) per chi contribuisce con almeno 35 dollari;

In carcere ma innocenti? Il caso dei “Craigavon Two”

Una ventina d’anni fa, lo splendido film “Nel nome del padre” di Jim Sheridan fece conoscere a tutto il mondo l’agghiacciante vicenda dei Guildford Four, i quattro irlandesi innocenti trasformati in capri espiatori dalla pseudo-giustizia britannica negli anni ’70, nel periodo più duro del conflitto anglo-irlandese.
Purtroppo la tragica storia degli errori giudiziari britannici rischia di ripetersi, nel colpevole silenzio dell’opinione pubblica odierna. Due irlandesi, John Paul Wooton e Brendan McConville, soprannominati i Craigavon Two, sono in carcere da cinque anni con l’accusa di aver ucciso nel 2009 un poliziotto nella cittadina irlandese di Craigavon, nella contea di Armagh. Il loro caso assomiglia terribilmente a quello dei Guildford Four: a loro carico non esistono prove e sono stati giudicati da uno dei vergognosi tribunali Diplock, privi di giuria e composti da un solo giudice. I due si sono sempre dichiarati innocenti e sono in carcere soltanto sulla base della deposizione di un testimone che si è contraddetto più volte, ha mentito sotto giuramento ed è stato poi anche sconfessato dalle prove forensi. La sua identità è stata tenuta inoltre nascosta agli avvocati della difesa per evitare esami incrociati delle deposizioni. E come se non bastasse, le impronte digitali riscontrate sull’arma usata per l’omicidio non coincidono con quelle di Wooton e McConville. Se l’imputazione a loro carico fosse stata portata di fronte a un tribunale europeo o statunitense, sarebbero stati sicuramente assolti. Invece sono stati entrambi condannati all’ergastolo, sebbene Wooton all’epoca dei fatti avesse appena 17 anni.

John Paul Wootton
John Paul Wootton

Viene spontaneo chiedersi perché dunque si trovino in prigione da cinque anni, e la risposta non può che essere di natura politica. Al tempo dei Guildford Four, esprimere dubbi sulla loro colpevolezza equivaleva a sostenere la violenza, quasi a essere un fiancheggiatore dell’IRA. Ma erano gli anni ’70, e il clima politico in Gran Bretagna era quello della “caccia all’irlandese”, con un sistematico ribaltamento dell’onere della prova a carico degli accusati, e un apparato politico e giudiziario che non si faceva alcuno scrupolo a far incarcerare per anni anche degli innocenti. Conlon, Hill, Richardson e Armstrong (noti come i Guildford Four) divennero i capri espiatori perfetti e rimasero in carcere quindici anni. Wooton e McConville, nonostante un clima politico completamente diverso, rischiano oggi di fare la loro stessa fine. La loro colpa, al momento attuale, è solo quella di essere due repubblicani irlandesi “dissidenti”, cioè contrari alla strategia politica inaugurata con il processo di pace del 1998 e sostenuta dal partito repubblicano maggioritario, lo Sinn Féin, che infatti non ha mosso un dito per chiedere un giusto processo per loro. Purtroppo oggi chi dissente dal pensiero unico espresso da quel partito viene automaticamente considerato un sostenitore della lotta armata, con conseguenze che possono rivelarsi devastanti.
RM

Il dilemma del traditore

Da “Avvenire” di oggi

Il tradimento di un ideale e di un’intera comunità può essere una delle conseguenze più tragiche e disumanizzanti di una guerra logorante, combattuta sempre faccia a faccia col nemico. A partire dagli anni ’80 il conflitto anglo-irlandese cominciò gradualmente a cambiare la propria natura, e da scontro urbano a bassa intensità iniziò ad assumere anche i contorni di una guerra di intelligence nella quale Londra provò a sconfiggere l’I.R.A. cercando di minare il morale dei suoi uomini, facendo venir meno le loro convinzioni, seminando il dubbio e il sospetto. E convincendo alcuni di loro a tradire la causa. È in questo scenario che Sorj Chalandon, reporter francese diventato ormai scrittore di successo, ha ambientato il suo romanzo “Chiederò perdono ai sogni” (Keller editore, traduzione di Silvia Turato), già finalista al Goncourt e premiato nel 2011 come miglior romanzo dall’Académie Francaise. 10845940_10152519974543595_1989210784465800531_nCome nel suo precedente lavoro “Il mio traditore”, Chalandon torna in forma romanzata agli anni che trascorse in Irlanda durante il conflitto come inviato del quotidiano Libération, e alla sua profonda amicizia con Denis Donaldson, un leader dell’I.R.A. rivelatosi poi un agente dei servizi segreti britannici. Ma mentre il precedente romanzo uscito alcuni anni descriveva in modo assai efficace il suo dolore per un’amicizia che era stata tradita insieme a quell’ideale, in questo sceglie di calarsi direttamente nei panni del traditore e con una scrittura catartica, introspettiva, al tempo stesso semplice e potente, ci chiede di condividere la sua solitudine, i suoi sensi di colpa, i suoi rimorsi e le sue angosce. “Volevo spingere il lettore a domandarsi cosa avrebbe fatto al suo posto”, ci ha detto Chalandon a Roma, dove l’abbiamo incontrato in occasione della fiera “Più libri, più liberi”. “Dentro ciascuno di noi può nascondersi un eroe ma anche un traditore. Nessuno sa cos’ha dentro di sé e cosa farebbe davvero se si trovasse in tali circostanze. Volevo far capire che talvolta anche un uomo e un amico formidabile può perdere il controllo e diventare un altro”.Tyrone Meehan, voce narrante del libro e protagonista ispirato alla figura di Donaldson, è un ex combattente che è stato in carcere con Bobby Sands e ha vissuto in prima persona tutte le fasi più cruente di quella guerra. In un momento di vulnerabilità della sua vita viene reclutato dagli inglesi che lo costringono a collaborare con loro e a tradire i suoi compagni, iniziando quasi senza accorgersene una doppia vita che durerà per ben venticinque anni. “Tutta la vita ero andato a caccia di traditori, ed ecco che il peggiore di tutti era nascosto dentro di me. Quello lì non l’avevo visto arrivare. Non l’avevo mai notato”, dice Meehan, che proprio come il personaggio reale appare un uomo smarrito, lacerato dalla disperazione e dalla vergogna. Un anziano combattente che a lungo lotta con sé stesso per cercare di respingere l’etichetta infamante di traditore, ma alla fine è costretto ad ammettere che il suo operato ha danneggiato il movimento, ha causato la morte di alcuni compagni, ha fatto il gioco del nemico. Il suo nome è diventato sinonimo della peggior abiezione: quella di aver tradito la propria gente aiutando l’invasore inglese, per trarne un beneficio personale. E allora capisce che l’unico modo per chiedere perdono a tutti quello che l’hanno rispettato e amato, è lasciarsi uccidere.
IMG_3335Quando il suo tradimento viene scoperto, in Irlanda è già in corso da tempo il processo di pace. Gli omicidi e i regolamenti di conti sono finiti, l’I.R.A. ha deposto le armi e ha consegnato il proprio arsenale. Se avesse lasciato il paese, il traditore avrebbe potuto salvarsi e ricostruirsi una nuova vita altrove, ma sarebbe stato costretto a convivere per sempre con i suoi sensi di colpa. Allora si ritira nel paesino di Killybegs dov’è nato, in un cottage isolato, privo di elettricità e senza alcuna difesa, e attende, ineluttabile, l’arrivo degli ex compagni venuti a vendicarsi di lui. Proprio come accadde a Denis Donaldson, che fu ucciso in un casolare della campagna irlandese il 4 aprile 2006. “Penso che restare nella sua terra e aspettare di essere ucciso sia stato un modo per cercare il perdono da parte della sua gente – sostiene Chalandon -. Personalmente non posso dimenticare, ma non provo neanche rancore nei suoi confronti e non intendo quindi giudicarlo”.
Il tema del tradimento pervade tutta la storia dell’Irlanda, dal re Dermot McMurrough che alla fine del XII secolo si alleò col sovrano normanno Enrico II favorendo la prima invasione dell’isola fino alle moderne rivolte irlandesi, tutte caratterizzate – eccetto quella del 1916 – dalla presenza di spie e informatori. Un tema che è stato raccontato a lungo anche dalla letteratura, basti ricordare al famoso romanzo di Liam O’Flaherty “The Informer” (dal quale John Ford trasse il suo film premio Oscar nel 1936, “Il traditore”) e a grandi scrittori come Jorge Luis Borges, autore del racconto “Tema del traditore e dell’eroe” (contenuto nella raccolta “Finzioni”), che descrive la storia del tradimento di un patriota irlandese e la sua catarsi attraverso la morte. Ma nessuno prima di Sorj Chalandon con “Chiederò perdono ai sogni” era riuscito a costruire un affresco così dettagliato e verosimile del dramma irlandese, a descrivere le complesse sfumature di quel conflitto, e al tempo stesso a raccontare con grande lirismo e sensibilità la psiche del ‘suo’ traditore, solcando i temi della debolezza umana, del perdono e della pietà. La scrittura di questo libro è stato un processo catartico anche per lui. “Un romanzo – ci ha spiegato – può servire anche a interrogare un amico morto, a porgli una domanda, l’unica che purtroppo non ho avuto il tempo di fargli prima che venisse ucciso: la nostra amicizia, almeno quella, era vera?”
RM

Ian Paisley: morte di un uomo dell’odio

 di Anthony McIntyre

ianIn occasioni come la morte di Ian Paisley, un osservatore esterno potrebbe giungere alla conclusione che si tratti di eventi pre-organizzati apposta per lanciare una gara a chi spara la cazzata più grossa. E, se non è ancora entrata nel vivo, aspettate tra adesso e il giorno del funerale per assistere alla produzione in serie di idiozie in copiosa quantità: enormi bugie per mascherare gli enormi sbagli di un enorme ego.
Gli sms dei festaioli che ci invitano ai party si stanno già sprecando; proprio come quando morì Margaret Thatcher. A me non importa se mi arrivano, e non mi importa se non mi arrivano. La morte di Ian Paisley non mi ha reso né felice, né triste. Com’è stato scritto in un grande romanzo sul Ruanda, A Sunday by the Pool in Kigali, morire è semplicemente qualcosa che facciamo tutti, prima o poi. E più o meno chiunque abbia perso la vita durante il conflitto nel Nord Irlanda era molto meno colpevole di Ian Paisley.
Il fondatore della Free Presbyterian Church era tutto meno che innocente. È vissuto fino a 88 anni, ed è morto nel suo letto. La stragrande maggioranza delle vittime del conflitto, qualunque fosse la loro estrazione sociale, e sia che fossero combattenti o civili, non hanno raggiunto quell’età. Molti morirono giovanissimi, appena adolescenti. In alcuni casi, nemmeno ancora adolescenti. Forse oggi non se ne sente parlare granché, ma le loro vite finirono in un’agonizzante ricerca di ossigeno tra i tossici fumi di veleno emanati con satanica energia da una rete d’odio, al centro della quale, come un ragno, pronto sia a cacciare che a comandare, stava Ian Paisley. Quest’uomo di Dio predava con molto più vigore di quanto abbia mai pregato.
Martin McGuinness ci ha detto che grande amico (e come lo sia diventato, il processo di pace lo mostra da sé) abbia perso. Martin una volta aveva altri grandi amici, i quali, a differenza di quello che ha perso oggi, eseguivano i suoi ordini e ammazzavano membri della congregazione di Paisley che guarda caso erano membri delle forze di sicurezza britanniche, il cui dovere era difendere i principi che Martin adesso sostiene. A volte non erano nemmeno membri di nient’altro che della Martyrs Memorial Church di Paisley. I loro assassini non sono più amici di Martin, soltanto traditori dell’isola d’Irlanda. Cosa che, presumibilmente, rendeva il Grande Ian un amico dell’Irlanda. E con amici così…
shits Senza dubbio, Paisley tollerava McGuinness, a cui scherzando si riferiva come “il vice”, puntualmente ricordando all’ex Capo di Stato Maggiore dell’IRA del suo stato di cittadino di serie B nel “nuovo” Nord, la cui partizione non è una novità. In quel cattolico di Derry, il protestante di Ballymena trovò le conferme e la strada della sua redenzione politica, la madre della retorica amica dell’orco che ci dobbiamo sorbire oggi. Solo dopo che lo Sinn Féin ha accettato una nuova forma di dominio britannico sul Nord Irlanda, Paisley ha iniziato a banchettare con l’uomo che fino a poco prima aveva chiamato “un mostro assetato di sangue”. Colui che ‘da solo era la più grande minaccia allo Stato britannico’, che aveva giurato di castrare la RUC, è finito a succhiarne il manganello. Paisley aveva davvero qualcosa di cui godere orgasmicamente.
Quando lo descrivono come un uomo di stato, io riesco solo pensare a Henry Kissinger definito “fautore di pace”. Ma a queste schifezze siamo abituati. Ma non dobbiamo stare buoni e tranquilli a subirle, o restare in silenzio per il timore di offendere la contrita sensibilità di qualcuno o di essere etichettati come dannosi per il processo di pace. Rigiratelo, ridicolizzatelo, nessuna parola viscida può diluire la verità: che Paisley è stato uno dei più grandi uomini d’odio dell’Europa Occidentale. Bertie Ahern può anche cercare di nascondere l’ovvio raccontandoci che Paisley è stato “un grande uomo con un grande cuore” invece di dire le cose come stanno, cioè che era un grande uomo con un grande odio, e lo sputava fuori con furia biblica. Invano: “Odio con odio perfetto” era un dono del cielo per il grand’uomo.
La morte di Ian Paisley non deve significare la morte della nostra etica nel linguaggio. Di sicuro è stata già danneggiata, non perché ci siamo trovati a parlare inglese o scozzese dell’Ulster, ma perché siamo stati indotti a desiderare di esprimerci nel gergo del processo di pace, l’Ambiguese (Weaselanto in originale, NdT), in modo che potremmo trovarci a non avere le parole giuste per descrivere cose sbagliate.
In casa mia non ci saranno feste per la morte di Ian Paisley. Né sarà pianto o rimpianto. Sarebbe meno che umano, però, dire che non ci sia un’ombra di dispiacere non che sia morto, ma che sia vissuto.

Ian Paisley, nato in un’Irlanda divisa nel 1926, morto in un’Irlanda divisa nel 2014 ‘dopo una lunga battaglia con l’odio’. Gli sopravvivono più persone costrette a vivere in un’Irlanda divisa di quante ce ne siano mai state.

(traduzione di Elena Chiorino)

Gli scheletri nell’armadio di Gerry Adams

adamsiragraffitiÈ l’agosto del 2003 quando una tempesta estiva sulla costa orientale dell’Irlanda fa riemergere dalle acque del mare i poveri resti di Jean McConville, come un lontano fantasma del passato. Sono trascorsi oltre tre decenni dal brutale omicidio di quella donna, vedova e madre di dieci figli, che aveva vissuto fino ad allora in povertà nel quartiere nazionalista di Falls Road, a Belfast. Quattro anni prima di quel macabro ritrovamento, l’I.R.A. aveva ammesso la propria responsabilità nell’assassinio, spiegando che la donna era stata ‘punita’ perché ritenuta una collaboratrice della polizia. Nel 1972, pochi giorni prima di Natale, un commando dell’esercito repubblicano irlandese l’aveva prelevata da casa sua e l’aveva condotta in una località ignota. La donna era stata sottoposta a un violento interrogatorio culminato in feroci torture – l’autopsia parlò di ossa spezzate e mani mozzate – e infine uccisa con un colpo di pistola alla nuca. Nella lunga storia costellata di lutti del conflitto in Irlanda del Nord, quello di Jean McConville sarebbe diventato il caso più noto ed emblematico nella lista delle persone “scomparse”, cioè delle vittime sepolte in luoghi segreti per depistare le indagini sulla loro tragica fine.

Jean McConville (a sinistra) con tre dei suoi dieci figli
Jean McConville (a sinistra) con tre dei suoi dieci figli

Il modus operandi dell’I.R.A., in quegli anni, prevedeva che gli informatori della polizia o dell’esercito britannico venissero ammazzati con un colpo di pistola alla testa e i loro corpi fossero lasciati sulla strada, ben visibili, per essere da monito per la comunità. Ma quando un omicidio veniva considerato imbarazzante per la stessa I.R.A. – come nel caso della McConville, madre di dieci figli e da poco rimasta vedova – il suo corpo ‘spariva’, veniva cioè sepolto in un luogo ignoto. Neanche la morte era sufficiente per cancellare la colpa di un informatore, il cui nome diventava sinonimo della peggiore abiezione: quella di aver tradito la propria gente aiutando il nemico, l’invasore inglese, per trarne un beneficio personale. Per questo i figli della McConville non hanno mai smesso di battersi non solo per conoscere tutta la verità sulla fine della donna, ma anche per riabilitarne il nome, affermando la sua innocenza. Una tesi confermata nel 2006 anche dal difensore civico dell’Irlanda del Nord Nuala O’Loan, al termine di un’inchiesta indipendente condotta sul caso: “la donna non era un’informatrice della polizia – conclude il rapporto – si era solo limitata ad aiutare un soldato inglese ferito nei pressi di casa sua”.
Ma quell’oscura vicenda risalente al 1972 era destinata ad andare ben oltre la dimensione familiare di una delle tante tragedie causate dal conflitto e a riemergere da un passato che pareva ormai rimosso, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’immagine del capo indiscusso, dell’icona vivente, dei repubblicani irlandesi: Gerry Adams. In anni recenti il caso di Jean McConville è stato tra quelli al centro dell’analisi dell’archivio di storia orale del Boston College, impegnato a raccogliere le testimonianze degli ex leader dei gruppi paramilitari irlandesi. Il patto con i ricercatori statunitensi prevedeva che gli intervistati rompessero il codice del silenzio e parlassero con la massima franchezza, ricevendo in cambio la promessa che niente sarebbe stato pubblicato prima della loro morte. Una delle testimonianze centrali è stata quella di Brendan Hughes, noto come The Dark, ex comandante della brigata dell’I.R.A. di Belfast, considerato una delle figure di maggior spicco del conflitto anglo-irlandese. Dopo la sua morte avvenuta nel 2008, le sue testimonianze sono state rese pubbliche integralmente nel libro Voices from the Grave curato dal noto giornalista irlandese Ed Moloney. Le parole di Hughes hanno denunciato e circostanziato il coinvolgimento di Gerry Adams nel caso McConville. “La donna – affermò Hughes – era un’informatrice degli inglesi. L’unità che inviai a perquisire la sua abitazione trovò una ricetrasmittente. L’arrestammo e la interrogammo, ma l’ordine di ucciderla arrivò dall’uomo che da anni guida il Sinn Fein. Non ho mai compiuto un’operazione del genere senza l’ordine o l’avallo da parte di Gerry Adams”.

Gerry Adams e Brendan Hughes insieme nel carcere di Long Kesh
Gerry Adams e Brendan Hughes insieme nel carcere di Long Kesh

Secondo le rivelazioni di Hughes, lo stesso Adams ordinò personalmente alcuni noti omicidi ‘punitivi’ compiuti dall’IRA nei primi anni ’70 e guidò il gruppo degli “sconosciuti”, un’unità speciale dell’esercito repubblicano irlandese che divenne attiva dal 1972 per assumere il comando della brigata di Belfast. Le parole di Hughes – poi confermate da altri ex esponenti di spicco dell’I.R.A. – gettano ombre pesantissime sul passato di Adams, perché sono state pronunciate da uno che per anni è stato uno dei suoi più stretti collaboratori e compagni di lotta. Non a caso, tre anni fa una Corte federale statunitense ha fatto causa al Boston College per ottenere le trascrizioni di quelle interviste e l’anno scorso la Corte d’Appello ha ordinato all’università di consegnare una parte delle interviste. È lì che la polizia del Nord Irlanda ha rinvenuto i nuovi indizi che nei giorni scorsi hanno portato al fermo e al prolungato interrogatorio di Adams. Se il leader del Sinn Fein sarà riconosciuto colpevole di aver commissionato quel brutale omicidio, potrà essere condannato al massimo a due anni di prigione perché un accordo tra unionisti e repubblicani prevede che nessun crimine commesso durante il conflitto prima del 1998 possa essere condannato a più di 24 mesi di carcere. Ma al di là degli sviluppi giudiziari e dell’eventuale incarcerazione di Adams, il caso McConville rischia di seppellire definitivamente la carriera politica del leader del più grande partito nazionalista d’Irlanda, un personaggio riconosciuto a livello mondiale come uno dei protagonisti dello storico processo di pace. La sua credibilità politica – da anni messa in discussione da chi sostiene che gli ideali indipendentisti siano stati traditi – appare ormai minata in modo irrimediabile, a causa delle sue ripetute menzogne. In primo luogo dalla sua ostinazione a negare il proprio ruolo attivo nella lotta armata e la propria adesione all’I.R.A. negli anni del conflitto. Senza scordare il ruolo controverso e mai chiarito dello stesso Adams e del suo vice McGuinness in alcuni dei momenti-chiave del conflitto, come lo sciopero della fame del 1981, nel quale Bobby Sands e altri nove attivisti si lasciarono morire di fame in carcere, al culmine di un tragico braccio di ferro col governo inglese.
RM

Irlanda: chi ha paura di una Commissione per la verità e la giustizia?

Soltanto una Commissione per la verità e la giustizia sul modello di quella del Sudafrica post-apartheid potrà sanare una volta per tutte le ferite dell’Irlanda del Nord. A sostenerlo è Anne Cadwallader, ricercatrice del Pat Finucane Centre, una prestigiosa Ong di Belfast, che ha da poco dato alle stampe Lethal Allies. British Collusion in Ireland, un libro che dimostra per la prima volta in modo inconfutabile l’esistenza di un sistema di collusione ad altissimo livello tra lo stato britannico e i gruppi paramilitari protestanti durante gli anni più cruenti del conflitto in Irlanda del Nord. 1781171882.01._PC_SCLZZZZZZZ_Il ponderoso volume è frutto del lavoro di un team di ricercatori che per anni hanno indagato sugli omicidi settari compiuti negli anni ‘70 all’interno di quello che è stato definito il “triangolo della morte”, cioè le cittadine di Armagh, Portadown e Dungannon, a pochi chilometri dall’allora sensibilissima frontiera con la Repubblica d’Irlanda. “Il mio intento – ci spiega l’autrice al telefono dalla sua casa di Belfast – è quello di fornire il punto di partenza per la creazione di un organo indipendente e dotato di pieni poteri che sia in grado d’indagare alla ricerca della verità in base all’articolo 2 della Convenzione europea per i diritti umani, quello che garantisce il diritto alla vita”. A un mese dalla sua uscita, il libro è giunto alla terza ristampa ed è già riuscito a riaprire il dibattito sulla necessità di una Commissione “stile Sudafrica”, un’ipotesi tramontata tre anni fa quando un apposito gruppo di ricerca istituito da Londra naufragò di fronte alle richieste di risarcimenti delle famiglie delle vittime.
Ma a quindici anni dall’Accordo di Pace del Venerdì Santo, l’Irlanda del Nord resta un paese diviso, con comunità che vivono separate e tensioni permanenti che il tempo non sembra in grado di cancellare. “Non sono solo le famiglie ad avere il diritto di conoscere la verità sulla morte dei loro cari. Anche la società ha bisogno di comprendere il passato per costruire un futuro condiviso”, afferma Cadwallader, che ha alle spalle una lunga carriera di giornalista alla BBC e alla Reuters. Il suo Lethal Allies racconta per la prima volta tutta la verità in modo documentato e incontrovertibile, incrociando materiale degli archivi britannici, interviste di prima mano e rapporti ufficiali degli organi di polizia. “Questa collusione è giunta fino all’apice del governo britannico – denuncia – siamo infatti in grado di citare una lettera del 1975 che rivela un incontro tra l’allora primo ministro Harold Wilson e il nuovo capo dell’opposizione, Margaret Thatcher, durante il quale il Segretario per l’Irlanda del Nord informa i due leader politici che la RUC (la polizia dell’Irlanda del Nord, NdR) collabora col gruppo paramilitare protestante UVF e che il reggimento speciale dell’esercito britannico UDR è stato infiltrato da estremisti protestanti. Abbiamo un’enorme quantità di documenti nei quali lo stesso esercito britannico utilizza il termine ‘collusion’ per descrivere il motivo per il quale le armi venivano prese dagli arsenali dell’UDR”. Oltre alla mole di materiale d’archivio citato nel dettaglio, impressionano i numeri. Soltanto una tra le 120 persone ammazzate che la studiosa racconta nel suo libro era un membro dell’I.R.A.. Tutti gli altri erano civili, persone comuni che non avevano preso parte alla lotta armata. “Un simile sistema di collusione aveva funzionato in altri contesti coloniali nei quali era stata coinvolta la Gran Bretagna: il Kenya, la Malesia, Aden, Cipro e altri. I britannici volevano impedire ai cattolici nordirlandesi di avere rapporti con Dublino, ed era la stessa cosa che volevano i lealisti”. Ma secondo Cadwallader ormai incolpare le persone sarebbe una perdita di tempo, anche perché poche tra le famiglie delle vittime vogliono che i responsabili siano messi sotto processo. Quello che vogliono, invece, è che Londra riconosca ciò che è accaduto, che chieda scusa e li risarcisca. “I governi, in particolare quelli che devono fare fronte a insurrezioni violente, devono garantire e salvaguardare lo stato di diritto, devono comportarsi in modo diverso dalle forze paramilitari. Perché se a infrangere la legge sono gli stessi che fanno le leggi, non c’è più legge”. Ed è qui che torna d’attualità la Commissione per la verità e la giustizia. Chi ne sta ostacolando l’istituzione? Cadwallader non ha dubbi: il governo britannico. “Forse perché avrebbe molto da perdere. Il ruolo di Londra nel conflitto è riuscito finora a scampare al giudizio dell’opinione pubblica internazionale. Molte persone al di fuori del Nord Irlanda credono ancora alla favola secondo la quale Londra è stata un arbitro imparziale tra due fazioni in lotta. Invece nel corso dei decenni ha compiuto molti errori, ha infranto la legge e ha molte domande alle quali rispondere. Ma ignorare le divisioni del passato sarebbe l’errore più grande, perché prima o poi tornerebbero fuori per ossessionarci, come sta accadendo adesso in Spagna”.
RM