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Irlanda: chi ha paura di una Commissione per la verità e la giustizia?

Soltanto una Commissione per la verità e la giustizia sul modello di quella del Sudafrica post-apartheid potrà sanare una volta per tutte le ferite dell’Irlanda del Nord. A sostenerlo è Anne Cadwallader, ricercatrice del Pat Finucane Centre, una prestigiosa Ong di Belfast, che ha da poco dato alle stampe Lethal Allies. British Collusion in Ireland, un libro che dimostra per la prima volta in modo inconfutabile l’esistenza di un sistema di collusione ad altissimo livello tra lo stato britannico e i gruppi paramilitari protestanti durante gli anni più cruenti del conflitto in Irlanda del Nord. 1781171882.01._PC_SCLZZZZZZZ_Il ponderoso volume è frutto del lavoro di un team di ricercatori che per anni hanno indagato sugli omicidi settari compiuti negli anni ‘70 all’interno di quello che è stato definito il “triangolo della morte”, cioè le cittadine di Armagh, Portadown e Dungannon, a pochi chilometri dall’allora sensibilissima frontiera con la Repubblica d’Irlanda. “Il mio intento – ci spiega l’autrice al telefono dalla sua casa di Belfast – è quello di fornire il punto di partenza per la creazione di un organo indipendente e dotato di pieni poteri che sia in grado d’indagare alla ricerca della verità in base all’articolo 2 della Convenzione europea per i diritti umani, quello che garantisce il diritto alla vita”. A un mese dalla sua uscita, il libro è giunto alla terza ristampa ed è già riuscito a riaprire il dibattito sulla necessità di una Commissione “stile Sudafrica”, un’ipotesi tramontata tre anni fa quando un apposito gruppo di ricerca istituito da Londra naufragò di fronte alle richieste di risarcimenti delle famiglie delle vittime.
Ma a quindici anni dall’Accordo di Pace del Venerdì Santo, l’Irlanda del Nord resta un paese diviso, con comunità che vivono separate e tensioni permanenti che il tempo non sembra in grado di cancellare. “Non sono solo le famiglie ad avere il diritto di conoscere la verità sulla morte dei loro cari. Anche la società ha bisogno di comprendere il passato per costruire un futuro condiviso”, afferma Cadwallader, che ha alle spalle una lunga carriera di giornalista alla BBC e alla Reuters. Il suo Lethal Allies racconta per la prima volta tutta la verità in modo documentato e incontrovertibile, incrociando materiale degli archivi britannici, interviste di prima mano e rapporti ufficiali degli organi di polizia. “Questa collusione è giunta fino all’apice del governo britannico – denuncia – siamo infatti in grado di citare una lettera del 1975 che rivela un incontro tra l’allora primo ministro Harold Wilson e il nuovo capo dell’opposizione, Margaret Thatcher, durante il quale il Segretario per l’Irlanda del Nord informa i due leader politici che la RUC (la polizia dell’Irlanda del Nord, NdR) collabora col gruppo paramilitare protestante UVF e che il reggimento speciale dell’esercito britannico UDR è stato infiltrato da estremisti protestanti. Abbiamo un’enorme quantità di documenti nei quali lo stesso esercito britannico utilizza il termine ‘collusion’ per descrivere il motivo per il quale le armi venivano prese dagli arsenali dell’UDR”. Oltre alla mole di materiale d’archivio citato nel dettaglio, impressionano i numeri. Soltanto una tra le 120 persone ammazzate che la studiosa racconta nel suo libro era un membro dell’I.R.A.. Tutti gli altri erano civili, persone comuni che non avevano preso parte alla lotta armata. “Un simile sistema di collusione aveva funzionato in altri contesti coloniali nei quali era stata coinvolta la Gran Bretagna: il Kenya, la Malesia, Aden, Cipro e altri. I britannici volevano impedire ai cattolici nordirlandesi di avere rapporti con Dublino, ed era la stessa cosa che volevano i lealisti”. Ma secondo Cadwallader ormai incolpare le persone sarebbe una perdita di tempo, anche perché poche tra le famiglie delle vittime vogliono che i responsabili siano messi sotto processo. Quello che vogliono, invece, è che Londra riconosca ciò che è accaduto, che chieda scusa e li risarcisca. “I governi, in particolare quelli che devono fare fronte a insurrezioni violente, devono garantire e salvaguardare lo stato di diritto, devono comportarsi in modo diverso dalle forze paramilitari. Perché se a infrangere la legge sono gli stessi che fanno le leggi, non c’è più legge”. Ed è qui che torna d’attualità la Commissione per la verità e la giustizia. Chi ne sta ostacolando l’istituzione? Cadwallader non ha dubbi: il governo britannico. “Forse perché avrebbe molto da perdere. Il ruolo di Londra nel conflitto è riuscito finora a scampare al giudizio dell’opinione pubblica internazionale. Molte persone al di fuori del Nord Irlanda credono ancora alla favola secondo la quale Londra è stata un arbitro imparziale tra due fazioni in lotta. Invece nel corso dei decenni ha compiuto molti errori, ha infranto la legge e ha molte domande alle quali rispondere. Ma ignorare le divisioni del passato sarebbe l’errore più grande, perché prima o poi tornerebbero fuori per ossessionarci, come sta accadendo adesso in Spagna”.
RM

La triste parabola di Gerry Adams

Ci sono circostanze e situazioni nelle quali l’ambiguità non può essere ammessa. Mai. Neanche in un terreno spesso scivoloso e aperto al compromesso come la politica. Per esempio di fronte a casi conclamati e giuridicamente provati di pedofilia. L’ambiguità non può essere ammessa soprattutto quando sfocia nell’omertà. È quanto è accaduto nelle settimane scorse a Gerry Adams, storico leader repubblicano irlandese, anche se i mezzi d’informazione sembrano ormai aver messo il silenziatore a una vicenda tremendamente sordida e disgustosa. All’inizio d’ottobre il fratello del leader del Sinn Féin, il 58enne Liam Adams, è stato condannato dal tribunale di Belfast per aver violentato ripetutamente la sua figlioletta Aine. Gli atti di libidine e violenza sessuale si sono verificati dal 1977 al 1983, quando la bimba aveva dai quattro ai nove anni di età. Il lungo dibattimento ha confermato che Gerry Adams aveva saputo tutto, almeno fin dal 1987. A informarlo era stata la vittima stessa degli abusi: sua nipote. Ma le denunce della giovane sono cadute drammaticamente nel vuoto.

Gerry e Liam Adams
Gerry e Liam Adams

Eppure il codice etico del partito che Adams presiede da quasi trent’anni stabilisce che le accuse di violenza sessuale debbano essere riferite immediatamente all’esecutivo nazionale. Tuttavia il prode Gerry non ha fatto niente, al contrario, con la sua omertà ha di fatto coperto le malefatte del fratello. In un’intervista rilasciata nel 2009 a UTV, il leader del Sinn Féin ha affermato di aver creduto alle parole di sua nipote fin dall’inizio, cioè fin dal 1987. Ha detto di esserle sempre stato vicino, di averla sempre sostenuta e di essersi per questo allontanato da suo fratello. Ma ha detto il falso. Lo dimostrano le fotografie scattate al matrimonio del fratello, dove i due sono ritratti insieme, sorridenti. Lo conferma il fatto che in anni recenti è stato lo stesso Gerry a trovare al fratello un impiego presso un centro giovani (sic) di Belfast ovest. Lo conferma soprattutto il fatto che Liam, prima della condanna definitiva, è sempre rimasto un esponente di spicco del partito, del quale è stato anche tesoriere a Belfast Ovest. Nel 1997 fece di tutto per farsi candidare alle elezioni per la contea di Louth, e in quell’occasione Gerry si impegnò in prima persona per sostenere la sua candidatura. In più di un’occasione Liam ha partecipato come delegato del partito a incontri pubblici e commemorazioni ufficiali.

Nella foto: Gerry Adams al matrimonio del fratello Liam, nel 1991
Gerry Adams al matrimonio del fratello Liam, nel 1991

Da anni la credibilità politica di Gerry Adams è messa in discussione da chi ritiene che l’Accordo del Venerdì Santo abbia in buona parte tradito gli ideali repubblicani, ma qui il problema appare assai più grave, poiché una vicenda come quella che ha coinvolto suo fratello va a minare seriamente anche la sua autorità morale.
C’era una volta un leader politico che infiammava i cuori di chi credeva nella lotta per la libertà, che col suo carisma rappresentava l’incarnazione di quegli ideali che hanno consentito al popolo irlandese di resistere per decenni a un potente invasore. Adesso quel monumento vivente non è più capace di suscitare né odio, né ammirazione. Semplicemente non esiste più.
RM

Irlanda del Nord: Amnesty critica l’incapacità di affrontare il passato

C’è una crudele ironia nel fatto che l’Irlanda del Nord venga presentata come un modello di successo quando molte famiglie delle vittime in realtà considerano il modo in cui sono state trattate un fallimento“.

Le vittime del conflitto in Irlanda del Nord sono “vergognosamente deluse” da un approccio con il passato viziato e frammentario, ha dichiarato oggi Amnesty International in occasione della pubblicazione di un nuovo rapporto.

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Il rapporto Irlanda del Nord: è ora di affrontare il passato rimprovera al governo del Regno Unito e ai partiti politici nordirlandesi la mancanza di volontà politica per far emergere la verità e fare giustizia. Quindici anni dopo l’accordo del Venerdì Santo di Belfast e a una settimana dall’avvio di nuovi importanti colloqui, il rapporto di 78 pagine rivela che le aspettative delle vittime e delle loro famiglie sono state tradite da vari successivi tentativi di indagare sugli abusi. L’incapacità di trovare un approccio onnicomprensivo per affrontare il passato ha contribuito alla divisione del tessuto sociale che in Irlanda del Nord è ancora molto marcata, ha evidenziato Amnesty. Il rapporto, lanciato oggi a Belfast, giunge poco prima dell’inizio dei negoziati trasversali presieduti dall’ex inviato americano in Irlanda del Nord, Richard Haass, per affrontare l’eredità del passato e altri argomenti controversi quali i cortei e le bandiere. John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia Centrale di Amnesty International, ha dichiarato: “Le vittime e le loro famiglie sono state vergognosamente deluse da inadeguati tentativi di arrivare alla verità su quanto è accaduto in Irlanda del Nord. “Vi è una crudele ironia nel fatto che l’Irlanda del Nord venga presentata come un modello di successo quando molte famiglie delle vittime ritengono che il modo in cui sono state trattate sia un fallimento. “Negli ultimi 10 anni, un coacervo di misure, tra cui anche indagini isolate, non è riuscito a stabilire la piena verità sulle violazioni e le violenze del passato, lasciando molte delle vittime ancora in attesa di giustizia. “Il governo britannico e tutti i partiti politici dell’Irlanda del Nord ora devono prendere il toro per le corna e accordarsi per un nuovo approccio che possa occuparsi nel modo più completo degli avvenimenti del passato”.
Il rapporto rileva che, sebbene esistano numerosi meccanismi eterogenei e isolati istituiti per esaminare eventi separati, le loro intrinseche limitazioni e la ristrettezza dei loro mandati ha significato che essi non sono in grado – neppure se agissero tutti insieme – di fare piena luce sulle violazioni dei diritti umani e gli abusi commessi da entrambe le parti durante un trentennio di violenza politica.
Durante i “Troubles” in Irlanda del Nord furono uccise più di 3600 persone e più di 40.000 vennero ferite. Nella maggior parte dei casi nessuno è mai stato chiamato a risponderne. Il rapporto di Amnesty International mostra come le famiglie abbiano vissuto in prima persona il fallimento delle inchieste effettuate dalla Gruppo per le inchieste storiche della polizia dell’Irlanda del Nord, dall’ufficio del Difensore civico per le attività della polizia e da vari medici legali, ognuna delle quali aveva un mandato limitato e ha spesso lasciato le famiglie con più domande che risposte.  James Miller, il cui nonno David Miller fu ucciso insieme ad altre otto persone a Claudy nel 1972, in un attentato attribuito all’Ira, ha dichiarato: “Si dice che stiano aspettando che moriamo. Ma la prossima generazione continuerà a fare domande su quanto è successo. Prendete me, quello che è stato ucciso era mio nonno, ma io continuo ancora a chiedere la verità”.
Peter Heathwood fu colpito da alcuni uomini armati, sospettati di essere lealisti, che nel settembre 1979 lo aggredirono a casa sua e da allora è rimasto paralizzato. Suo padre, Herbert Heathwood, ebbe un attacco di cuore e morì durante l’aggressione. Peter afferma: “La gente dice ‘dimentichiamo il passato e andiamo avanti, è successo 30 anni fa’. È una stupidaggine bella e buona. In Irlanda del Nord il passato è il presente. Se non affrontiamo il passato, i miei nipoti dovranno di nuovo soffrire per questo, e non voglio che vada così. Siamo persone ferite, siamo le cicatrici viventi della società e abbiamo bisogno che venga riconosciuto ciò che abbiamo sofferto”. Amnesty International chiede l’istituzione di un meccanismo globale di revisione del conflitto nel suo insieme, che possa stabilire la verità sulle violazioni dei diritti umani e ne determini le responsabilità”. Un meccanismo del genere deve anche esaminare gli abusi subiti dalle persone gravemente ferite e dalle vittime di tortura e altri maltrattamenti, che troppo spesso sono state escluse dai procedimenti esistenti, ha dichiarato l’organizzazione per i diritti umani. Un meccanismo così strutturato sarebbe un importante passo avanti verso la fine dell’impunità per le violazioni dei diritti umani e le violenze in Irlanda del Nord e potrebbe contribuire a sanare le divisioni del tessuto sociale.
Amnesty International ha effettuato ricerche sui 30 anni di conflitto politico in Irlanda del Nord documentando una serie di violazioni dei diritti umani e violenze, tra cui omicidi illegittimi, tortura e altri maltrattamenti, rapimenti e processi iniqui. Amnesty International chiede indagini efficaci e la possibilità per le vittime di godere del diritto al rimedio e alla riparazione. Questo rapporto si basa sulle ricerche condotte da Amnesty International negli ultimi 18 mesi, che hanno compreso incontri e 47 lunghe interviste con parenti di persone uccise provenienti da comunità diverse e con persone gravemente ferite durante il conflitto.

Long Kesh, l’ex carcere diventa un centro per la pace?

Fino a pochi anni fa la gigantesca area di Maze-Long Kesh, alle porte di Belfast, ospitava una delle carceri più famigerate d’Europa ed era sinonimo di dolore e repressione. La sua storia resta inscindibilmente legata allo sciopero della fame che portò alla morte Bobby Sands e altri nove giovani irlandesi che reclamavano lo status di prigionieri politici. Ancora oggi, quei 140 ettari di terreno pubblico ormai in stato d’abbandono rimangono il simbolo più eloquente del conflitto anglo-irlandese, ma rappresentano anche un’opportunità unica per chiudere i conti con un passato tragico, costruendo finalmente una memoria condivisa per il paese. Il dibattito sulla riqualificazione dell’area dura da oltre un decennio ma tutti i progetti sono stati finora vanificati dalle divergenze apparentemente inconciliabili circa i modelli da seguire. I repubblicani indipendentisti vorrebbero ricalcare l’esperienza di Robben Island, il carcere dove fu imprigionato Nelson Mandela, che dalla fine dell’apartheid è diventato un museo sulla storia del Sudafrica democratico. Una parte della galassia unionista protestante teme di vedere Long Kesh trasformato in un luogo di rievocazione della memoria per i combattenti dell’I.R.A. e preferirebbe una soluzione analoga a quella adottata per il carcere tedesco di Spandau, il luogo di detenzione dei gerarchi nazisti che è stato completamente demolito per far posto a una grande area commerciale. Ma l’ipotesi di una rimozione della memoria appare destinata a cadere nel vuoto adesso che il governo nordirlandese – guidato dal protestante Peter Robinson – ha dato il via libera definitivo a un ambizioso progetto di riqualificazione firmato dal famoso architetto statunitense Daniel Libeskind. Un’operazione dai costi complessivi stimati intorno ai 300 milioni di sterline, la cui parte più affascinante è rappresentata senza dubbio dal grande centro internazionale per la pace e la risoluzione dei conflitti che mesi fa ha ricevuto anche un cospicuo finanziamento europeo nell’ambito del programma Peace III.
Già autore di opere che hanno legato l’architettura alla storia tragica del XX secolo – come il museo ebraico di Berlino -, tra gli artefici della rinascita di Ground Zero, Libeskind è già noto in Irlanda del Nord per aver contribuito al recupero dell’area della vecchia stazione di polizia di Andersonstown, nel cuore del ghetto repubblicano di Belfast ovest. Il centro disegnato dal noto architetto nascerà dalla riconversione degli edifici dell’ex carcere che non sono stati ancora demoliti, cioè i famigerati blocchi H dove si trovavano le celle dei prigionieri, la torre di controllo e l’ospedale della prigione, il luogo dove Sands e i suoi compagni esalarono l’ultimo respiro. I repubblicani hanno assicurato che sarà rispettata la memoria di tutte le fazioni del conflitto, dunque anche quella dei protestanti, senza scordare il pesante tributo di sangue pagato durante il conflitto dalla polizia penitenziaria.

Da così...
Da così…
...a così?
…a così?

Raymond McCartney ha trascorso 17 anni della sua vita nelle celle di Long Kesh. Nel 1980 rifiutò il cibo per 53 giorni prendendo parte al primo sciopero della fame, quello che si concluse senza morti. Adesso è un parlamentare eletto nelle liste del Sinn Féin e non ha dubbi: “questo è un luogo unico che è già da tempo un’attrazione per i visitatori di tutto il mondo. Noi ex prigionieri repubblicani siamo sempre stati favorevoli a una riconversione che ne massimizzasse il potenziale economico e storico, e favorisse al tempo stesso la riconciliazione. E siamo convinti che per chiudere le ferite del passato vadano rispettate le diversità e le storie differenti di ciascuna parte in causa”. Anche Jude Collins, anziano giornalista di Belfast, la pensa allo stesso modo. “Non c’è alcun rischio che Long Kesh diventi un tempio del terrorismo. D’altra parte, chi fece lo sciopero della fame non è ricordato per quello che aveva fatto prima di finire in carcere. Ai visitatori sarà ricordato lo straordinario coraggio di quei dieci uomini che preferirono morire piuttosto che essere riconosciuti come criminali comuni”.
I lavori inizieranno entro la fine dell’anno per essere ultimati nel 2015 e porteranno benefici immediati e consistenti all’economia del paese: l’area è vicina all’autostrada e collegata con la linea ferroviaria e secondo Terence Brannigan, presidente della società pubblica che gestisce il progetto di riqualificazione, ha tutte le carte in regola per attrarre grandi investimenti privati e creare centinaia di posti di lavoro. Non a caso l’antica società degli agricoltori dell’Ulster ha già deciso di trasferirvi le sue attività fieristiche a partire dalla prossima edizione del Balmoral show, la grande manifestazione che ogni anno vede migliaia di produttori agricoli darsi appuntamento per mettere in mostra il bestiame e i prodotti delle loro fattorie. Saranno invece restaurati ma manterranno la stessa destinazione d’uso i due hangar militari della Seconda guerra mondiale che facevano parte del vecchio campo d’aviazione della Raf e conservano ancora una collezione di velivoli d’epoca.
Costruito sulle ceneri della vecchia base aerea dell’esercito britannico alla periferia di Belfast, dal 1971 il carcere di Long Kesh ha ospitato nelle sue “gabbie” migliaia di detenuti politici irlandesi appartenenti alle opposte fazioni: gli indipendentisti dell’IRA e dell’INLA, ma anche i membri dei gruppi paramilitari unionisti protestanti fedeli alla Corona britannica. Nel 1983, due anni dopo lo sciopero della fame che portò alla morte dieci detenuti repubblicani, 38 prigionieri dell’IRA si resero protagonisti della più clamorosa evasione della storia giudiziaria del Regno Unito, violando quella che fino ad allora era considerata una delle prigioni più sicure del mondo. La sua chiusura definitiva risale al 2000, a seguito dell’Accordo di pace del Venerdì Santo.
RM

Mairéad, uccisa a sangue freddo 25 anni fa

mairead2Il 6 marzo 1988, a Gibilterra, le teste di cuoio britanniche del SAS spararono  senza preavviso uccidendo tre giovani volontari dell’I.R.A. disarmati. Tra le vittime c’era anche Mairéad Farrell, senz’altro la figura femminile più rappresentativa tra i repubblicani irlandesi. Mairéad è una delle dieci donne martiri per la libertà raccontate ne “L’eredità di Antigone”, Ecco un estratto dal libro:

[…] La prima pallottola la raggiunse al volto e la fece cadere a terra. Poi altri colpi la raggiunsero alla schiena, finendola. Mancavano venti minuti alle quattro e Gibilterra era illuminata da un timido sole di marzo. Una donna del posto aveva assistito involontariamente all’esecuzione. Qualche tempo dopo, scovata e intervistata da una troupe televisiva, raccontò: “quelli (gli uomini delle forze di sicurezza) non hanno fatto nient’altro che avvicinarsi e sparare. Non hanno detto niente, non hanno gridato, non hanno intimato a quelle persone di arrendersi. E loro, quando si sono voltati per vedere cosa stava succedendo, hanno capito di non avere più scampo”. Mairéad Farrell fu massacrata con otto proiettili, tutti andati a segno alla testa e alla schiena, a poco più di un metro di distanza. A terra accanto a lei, nella piazzola del benzinaio diventata un mattatoio, rimasero anche i corpi crivellati di proiettili dei suoi compagni Daniel McCann e Sean Savage. Erano tutti e tre disarmati e potevano essere arrestati facilmente. Invece furono finiti mentre si trovavano a terra, indifesi e feriti, con altri proiettili sparati a distanza ravvicinata. Il governo britannico aveva inviato a Gibilterra le teste di cuoio del SAS col chiaro intento di uccidere e di dare una lezione memorabile all’I.R.A., l’esercito repubblicano irlandese. […]

Il nuovo murale realizzato a Belfast per commemorare il 25° anniversario dei caduti di Gibilterra
Il nuovo murale realizzato a Belfast per commemorare il 25° anniversario dei caduti di Gibilterra

Dolours Price 1951-2013 (divisi anche di fronte alla morte)

Dolours Price era una donna coraggiosa. Voleva un’Irlanda unita e libera dal giogo inglese e in gioventù non si era fermata di fronte a niente pur di vedere realizzati i suoi ideali. In carcere non aveva avuto paura né dell’isolamento, né della tortura. Non aveva esitato a intraprendere la più estrema delle proteste carcerarie: lo sciopero della fame. Aveva rifiutato il cibo a più riprese ed era stata alimentata con la forza, proprio come le suffragette d’inizio ‘900. Un tubo in bocca e quella poltiglia che ti scende in gola rischiando di soffocarti. Un vero e proprio strumento di tortura che le autorità britanniche non esitavano a usare cinicamente quando ritenevano controproducente la morte di un prigioniero in carcere. L’8 marzo 1973, insieme a sua sorella Marian, a Gerry Kelly, a Hugh Feeney e ad altri sei volontari della Belfast Brigade dell’I.R.A., Dolours si rese protagonista di uno degli episodi più spettacolari della guerra anglo-irlandese: l’attentato contro il tribunale di Londra, nel cuore della City. Lunedì scorso padre Raymond Murray, storico parroco del carcere femminile di Armagh, ha pronunciato una toccante omelia durante i suoi funerali, sottolineando le sue qualità umane, la sua spiccata sensibilità artistica e la sua vocazione nei confronti del proprio popolo, per il quale aveva sognato un’emancipazione che ancora stenta ad arrivare. Il processo di pace l’aveva allontanata dalla politica, l’aveva resa sempre più critica nei confronti della leadership del Sinn Féin, il partito che aveva incarnato a lungo le battaglie della sua vita. Negli ultimi anni si era sentita sconfitta, aveva iniziato ad abusare di alcol e droghe, fino al tragico epilogo di qualche giorno fa, che l’ha vista morire prematuramente a soli 62 anni.
Chi l’ha conosciuta racconta che la sua bellezza e il suo carisma avevano illuminato a lungo i ghetti nazionalisti di Belfast ovest. Continua la lettura di Dolours Price 1951-2013 (divisi anche di fronte alla morte)

Il popolo di Derry marcia ancora per la giustizia

Ancora in marcia, dalle alture di Creggan fino al Bogside, per ottenere quella giustizia che viene negata da 41 anni. Domenica 27 gennaio il popolo di Derry, memore della storica esperienza di Derry Libera della fine degli anni ’60, scenderà nelle strade e marcerà per i propri diritti da sempre calpestati dalla feroce repressione britannica. Da più di quattro decenni le mura, le case, i vicoli della piccola cittadina gridano tutta la loro rabbia per la paurosa mattanza compiuta dai paracadutisti dell’esercito britannico il 30 gennaio 1972. Fu un’esecuzione cinica, brutale e premeditata che colpì non a caso solo uomini, cittadini di Derry, scesi in strada per manifestare pacificamente. E che divennero vittime della sanguinosa vendetta decisa dalle alte sfere, a Londra, per ‘punire’ la città colpevole di essersi ribellata, qualche anno prima, dichiarando un’autogestione e una ‘liberazione’ che mise in scacco per mesi le autorità coloniali.
Ma dal 2010 qualcosa è cambiato. Le conclusioni dell’inchiesta condotta da lord Saville hanno rappresentato uno storico spartiacque, anche se purtroppo non sono riuscite a consegnare alla storia quella drammatica vicenda. Finalmente un tribunale britannico ha riconosciuto che i quattordici civili uccisi a sangue freddo dai militari di Sua Maestà erano innocenti, che non vi fu alcuno scontro a fuoco al quale i soldati risposero, nessuna battaglia per le strade, solo una vile aggressione contro cittadini inermi. Ma di incriminazioni o processi a carico dei soldati o di chi quel giorno dette l’ordine di sparare, almeno finora, neanche l’ombra. Dopo la pubblicazione del rapporto i familiari delle vittime e la popolazione di Derry, protagonista in questi anni di una memorabile battaglia per avere giustizia, sfogarono una gioia catartica, quasi liberatoria, che scaturiva dalla consapevolezza di aver ottenuto qualcosa di inimmaginabile, fino a qualche anno prima. Il Bloody Sunday Trust, la fondazione dei familiari delle vittime, stabilì che la marcia successiva all’uscita del rapporto, quella del gennaio 2011, sarebbe stata l’ultima. Che da allora in poi la giustizia sarebbe stata richiesta con altri mezzi e altre modalità. Ma la decisione fece discutere fino a spaccare il fronte della storica mobilitazione. Eamonn McCann fu il primo a dare le dimissioni dalla Fondazione, e a prendere le distanze dalle sue decisioni troppo eterodirette. L’anziano scrittore-attivista, da sempre anima di Free Derry, non fece nomi, non prestò il fianco alle polemiche, ma contestò la scelta di non svolgere più la marcia. Ben presto si capì che le decisioni del Bloody Sunday Trust e del Sinn Féin – che da sempre controllava la marcia – non incontravano il favore di tutti i familiari delle vittime. Secondo alcuni di loro interrompere la marcia era ancora prematuro, e per questo decisero di continuarla comunque, per continuare a reclamare quella giustizia che il rapporto Saville aveva decretato solo in minima parte. E l’anno scorso, per il quarantesimo anniversario, organizzarono autonomamente una marcia che portò per le strade della cittadina irlandese oltre cinquemila persone. Continua la lettura di Il popolo di Derry marcia ancora per la giustizia

Lacrime di coccodrillo

Scusati ancora, David. La storia è destinata a ricordare l’attuale primo ministro britannico, il conservatore David Cameron, come l’uomo delle ‘scuse pubbliche’. Funziona più o meno così: prendi un’atrocità commessa nel recente passato da quello stato che adesso rappresenti, fai credere che ti stai prodigando per la verità e la giustizia, infine indossa il tuo miglior sguardo contrito per pronunciare sterili mea culpa di fronte a quel ‘simbolo di democrazia’ che è la Camera dei Comuni. Seguirà plauso (quasi) unanime nei tuoi confronti, che ti consentirà di essere annoverato a costo zero tra gli statisti del XXI secolo. Due anni fa il giovane David aveva definito ‘ingiustificata e ingiustificabile’ la carneficina compiuta nel 1972 dai paracadutisti di Sua Maestà nella cittadina di Derry. Ieri ha concesso il bis, definendo ‘scioccante’ la collusione di stato che portò al brutale assassinio dell’avvocato Pat Finucane, freddato in casa sua nel 1989 da un gruppo di sicari unionisti in combutta con Londra. E fornendo ovviamente nuove scuse, con grande contrizione. In entrambi i casi Cameron ha ovviamente sorvolato sulle responsabilità politiche e personali, che dovrebbero comprensibilmente portare a processi, condanne, ecc. Neanche a parlarne: la nuova frontiera della giustizia democratica britannica prevede che se manifesti in piazza o cerchi di difendere i carcerati nelle aule di tribunale ti possono ammazzare come un cane, poi basta che i tuoi parenti attendano 20 o 30 anni e arrivano le scuse pubbliche dello statista di turno. Facile no?

La triste verità è che il rapporto De Silva sull’omicidio di Pat Finucane reso pubblico ieri non è che l’ultimo artificio escogitato dal governo britannico per non ammettere mai fino in fondo la tragica e incontestabile verità su quel barbaro omicidio. Ovvero che la morte del giovane avvocato di Belfast fu sanzionata e favorita ai più alti livelli dello stato britannico. La sua famiglia, a partire dall’indistruttibile moglie Geraldine, combatte da quasi un quarto di secolo per ottenere quella giustizia che forse non otterrà mai. In compenso si sono levate voci vergognose, come quella della storica Ruth Dudley Edwards. La Fallaci de’ noantri non ha trovato niente di meglio da fare che insultare la memoria di Pat e della sua famiglia dalle colonne del Belfast Telegraph, sostenendo in buona sostanza che Finucane se l’è andata a cercare, e che se voleva evitare di finire ammazzato in casa sua, davanti ai suoi familiari, non doveva prendere le difese di quei ‘terroristi’ dell’I.R.A.. ‘Terroristi’ come Bobby Sands, per esempio.
RM

Nelle carceri irlandesi si tortura come 30 anni fa

Ci voleva l’omicidio del cinquantaduenne David Black, la prima guardia carceraria uccisa dai repubblicani irlandesi in quasi vent’anni, per svegliare la stampa e l’opinione pubblica britannica sulle condizioni delle carceri del Nord Irlanda. Martedì scorso Black è stato ucciso in un’imboscata in pieno giorno, sull’autostrada che collega Belfast a Dublino, risuscitando d’un sol colpo i fantasmi che si credeva fossero stati ormai da tempo consegnati alla storia. Aveva oltre trent’anni di esperienza come agente di sorveglianza: la sua carriera era cominciata nel supercarcere di Maze ai tempi di Bobby Sands ed era proseguita nella famigerata prigione di Maghaberry, dove tuttora sono rinchiusi decine di dissidenti repubblicani. Quello che appare certo è che chi gli ha sparato voleva mandare un messaggio alle autorità carcerarie, sbattendo in prima pagina le torture e le feroci perquisizioni corporali che vengono giornalmente compiute all’interno della prigione. Oggi come trent’anni fa, nonostante gli Accordi di Stormont del 1998 e a dispetto di tutto lo sproloquiare sul processo di pace ‘esemplare’, le più autorevoli organizzazioni non governative che si occupano di diritti umani (Amnesty International in testa) denunciano le condizioni terribili nelle quali versano i prigionieri politici e l’utilizzo di uno strumento coercitivo il cui semplice nome ha il potere di evocare tristi ricordi del passato: l’internamento senza processo. In un recente resoconto che non può non mettere i brividi, Alan Lundy ha raccontato come si vive ancora oggi a Maghaberry.
La verità è che mentre ex capi di Stato Maggiore dell’I.R.A. stringono la mano della Regina, mentre Cameron chiede simbolicamente scusa per i massacri del passato (ma si guarda bene dal perseguirne i responsabili), mentre Londra si accolla buona parte del debito pubblico irlandese, le carceri del Nord Irlanda sono tornate a essere quelle di trent’anni fa, con abusi e torture, incarcerazioni arbitrarie e prigionieri politici che, proprio come in passato, rifiutano di lavarsi, di radersi e spalmano i loro escrementi sui muri delle celle. La prigione di Long Kesh, uno dei simboli del conflitto, è stata chiusa nel 2000 ma il sistema carcerario nordirlandese è rimasto quello ante-1998 e gran parte dei secondini, dei funzionari e dei dirigenti sono rimasti quelli di allora, nonostante la loro lunga storia di abusi e vessazioni perpetrate soprattutto nei confronti della comunità cattolico-nazionalista. Un panorama reso ancora più esplosivo dal silenzio e dall’omertà dei principali mezzi d’informazione britannici.
RM

Alta tensione in Irlanda del Nord

Scontri e violenze in un paese che è molto cambiato rispetto a vent’anni fa, ma che sente ancora forte la divisione fa “noi” e “loro”. L’intervista che ho rilasciato al quotidiano Tempi.

Il conto di poliziotti feriti si è fermato a 62 agenti. Dopo le violenze delle scorse notti, quando il passaggio di una parata repubblicana ha suscitato le dure reazioni degli unionisti e i successivi scontri con la PSNI, ora Belfast medica le sue ferite e s’interroga sulle tante contrapposizioni che ancora pervadono i suoi quartieri. All’orizzonte c’è la grande manifestazione in programma per fine settembre, quella del centenario dell’Ulster Covenant: «Chissà cosa succederà. Si avverte che la tensione è altissima, tante piaghe sono aperte da decenni». Riccardo Michelucci conosce bene l’Irlanda e la sua storia, e più di una volta ha visto da vicino Belfast e quelle terre ancora soggette alla corona britannica. Giornalista, collaboratore di Avvenire e di altre testate, ha pubblicato pochi anni fa un libro che ricostruisce le origini storiche del conflitto anglo-irlandese. A tempi.it spiega l’origine di quanto sta accadendo in queste settimane nell’Ulster. «Partiamo dagli Accordi del Venerdì Santo del ’98: non so quanto si possano definire di pace. Più che altro è solo un’assenza di guerra».
Perché?
Qualcuno guarda a quegli accordi come se fossero un vero modello. Per certi aspetti lo sono, anche se gli scoppi periodici di violenza come quelli di questi giorni ci fanno capire che c’è qualcosa che non va. L’Irlanda del Nord rimane un paese fortemente polarizzato, dove la popolazione dei quartieri più poveri vive divisa in ghetti. Ognuno è attento al suo territorio, pronto a difendere le sue peace lines, queste barriere di lamiera che dividono i vari quartieri. C’è ancora una forte connotazione nel parlare di “noi” e “loro”.
E vedere così tanti ragazzini coinvolti in queste azioni di guerriglia lascia intendere che le tensioni soffocate con gli accordi di 14 anni fa rimangono ancora fresche e stimolanti.
È vero, in più c’è un elemento che in questi giorni si sta rivelando scatenante: la povertà, le difficili condizioni di vita. La gente comune litiga su questioni concrete come l’assegnazione dei posti di lavoro, o di case popolari, e ciascuna parte teme che l’altra ne esca avvantaggiata. Permane così una grande sensazione d’ingiustizia, respirabile anche negli strati più bassi della popolazione. Non si spiegherebbe se no perché vediamo per strada tanti ragazzini, che erano ancora piccoli o addirittura non nati negli anni dei Troubles.
E per quanto riguarda le forze politiche, quale influenza le sembra che abbia la coalizione di governo Robinson-McGuinness in questo contesto?
Sicuramente ha un grande peso. È vero, questa unione già di per sé fa notizia (potrebbe essere come se Rabin e Arafat avessero deciso di dar vita ad un’unica forma di governo), però esistono delle contraddizioni di fondo. Il processo di pace è stato effettivamente relegato in un vicolo a fondo cieco, dato che sia repubblicani sia lealisti hanno idee opposte sul futuro costituzionale del Paese. I repubblicani del Sinn Féin, ad esempio, per ammiccare al loro elettorato continuano a battere sul chiodo dell’unificazione: il sogno, dicono loro, è vedere una sola Irlanda, magari già nel 2016, in occasione del centenario della rivolta di Pasqua. Gli altri, però, chiaramente, non ne vogliono sapere. Insomma, dietro alle parate di questi giorni c’è qualcosa che va oltre il simbolismo dei festeggiamenti della battaglia del Boyne piuttosto che del ricordo di Henry Joy McCracken.
Tutto questo accade in una società, quella europea al pari di quella anglo-sassone, sempre più secolarizzata dove però le rivalità tra le due fazioni, per quanto legate a connotazioni religiose, non accennano a raffreddarsi.
È vero, ma d’altronde non si poteva neanche pretendere che con un tratto di penna su un foglio si risolvesse tutto. È ancora passato poco tempo da quegli accordi: io mi sento di escludere un ritorno del Paese ad una fase calda del conflitto come quella che lo ha caratterizzato fino a metà degli anni Novanta, però se queste contraddizioni non vengono risolte, il rischio è che i “regolamenti di conti” dagli anni dei Troubles continuino a essere dolorosi. E tanti politici si nascondono dietro dichiarazioni del tipo “ora la situazione è migliore di prima”. Che è vero, per carità: se ora si va a Falls Road si può trovare anche il McDonald’s, mentre 20 anni fa era un ghetto vero, dove ogni pub aveva le grate alle finestre. Però permangono grosse sacche di povertà in alcuni quartieri che rischiano di essere pericolose.
A fine luglio c’è stato un comunicato unito di tre gruppi fuoriusciti dall’Ira negli anni Novanta: si dicono pronti a riprendere la battaglia per riunificare l’Irlanda. È una minaccia credibile?
Qualcuno pensa che questa sia stata un’operazione mediatica in vista delle Olimpiadi, ipotesi confermata dal fatto che per ora non ci sono stati ancora risvolti. È difficile dirlo. Comunque credo che il problema per chi crede in una continuazione di questa lotta armata è la mancanza di un sostegno popolare. L’Ira che ha fatto grandi danni, quella che, per intenderci, ha saputo tener testa ad uno dei migliori eserciti al mondo rendendosi protagonista anche di azioni eclatanti come l’attentato alla Thatcher o quello a Downing Street, quel gruppo terroristico si è potuto muovere così perché aveva un enorme consenso tra la gente, cosa che ora non ha più. Sicuramente questa minoranza può essere pericolosa, alla luce anche del malcontento per la mancata riunificazione e per la continua presenza degli inglesi, ma gli manca l’appoggio del popolo. Oltre agli aiuti internazionali: non dimentichiamoci gli stretti rapporti che l’Ira aveva con la Libia.
Come mai queste vicende stanno trovando poco spazio sui giornali italiani?
Il disinteresse della grande stampa è un classico: chiuso l’accordo di pace del ’98 ci si è totalmente dimenticati dell’Irlanda del Nord, salvo alcuni eventi particolari come quando si parla del Bloody Sunday e del rapporto Saville. In più in Italia gran parte dell’opinione pubblica pensa che questa sia solo una guerra di religione. Ma questa è un’immagine dipinta dagli inglesi, cui serviva un pretesto per apparire come pacificatori. In realtà è un conflitto che ha radici profonde nel passato al di là dei credi, e che negli ultimi anni ha preso la forma d’insurrezione contro il colonialismo. Anche perché, se guardiamo a tanti leader storici d’indipendenza irlandesi, non sono cattolici, bensì protestanti, come Wolfe Tone, Parnell e altri. Non possiamo fermarci all’idea di cattolici contro protestanti: è fin troppo semplificata.