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Mairéad, uccisa a sangue freddo 25 anni fa

mairead2Il 6 marzo 1988, a Gibilterra, le teste di cuoio britanniche del SAS spararono  senza preavviso uccidendo tre giovani volontari dell’I.R.A. disarmati. Tra le vittime c’era anche Mairéad Farrell, senz’altro la figura femminile più rappresentativa tra i repubblicani irlandesi. Mairéad è una delle dieci donne martiri per la libertà raccontate ne “L’eredità di Antigone”, Ecco un estratto dal libro:

[…] La prima pallottola la raggiunse al volto e la fece cadere a terra. Poi altri colpi la raggiunsero alla schiena, finendola. Mancavano venti minuti alle quattro e Gibilterra era illuminata da un timido sole di marzo. Una donna del posto aveva assistito involontariamente all’esecuzione. Qualche tempo dopo, scovata e intervistata da una troupe televisiva, raccontò: “quelli (gli uomini delle forze di sicurezza) non hanno fatto nient’altro che avvicinarsi e sparare. Non hanno detto niente, non hanno gridato, non hanno intimato a quelle persone di arrendersi. E loro, quando si sono voltati per vedere cosa stava succedendo, hanno capito di non avere più scampo”. Mairéad Farrell fu massacrata con otto proiettili, tutti andati a segno alla testa e alla schiena, a poco più di un metro di distanza. A terra accanto a lei, nella piazzola del benzinaio diventata un mattatoio, rimasero anche i corpi crivellati di proiettili dei suoi compagni Daniel McCann e Sean Savage. Erano tutti e tre disarmati e potevano essere arrestati facilmente. Invece furono finiti mentre si trovavano a terra, indifesi e feriti, con altri proiettili sparati a distanza ravvicinata. Il governo britannico aveva inviato a Gibilterra le teste di cuoio del SAS col chiaro intento di uccidere e di dare una lezione memorabile all’I.R.A., l’esercito repubblicano irlandese. […]

Il nuovo murale realizzato a Belfast per commemorare il 25° anniversario dei caduti di Gibilterra

Il nuovo murale realizzato a Belfast per commemorare il 25° anniversario dei caduti di Gibilterra

Dolours Price 1951-2013 (divisi anche di fronte alla morte)

Dolours Price era una donna coraggiosa. Voleva un’Irlanda unita e libera dal giogo inglese e in gioventù non si era fermata di fronte a niente pur di vedere realizzati i suoi ideali. In carcere non aveva avuto paura né dell’isolamento, né della tortura. Non aveva esitato a intraprendere la più estrema delle proteste carcerarie: lo sciopero della fame. Aveva rifiutato il cibo a più riprese ed era stata alimentata con la forza, proprio come le suffragette d’inizio ‘900. Un tubo in bocca e quella poltiglia che ti scende in gola rischiando di soffocarti. Un vero e proprio strumento di tortura che le autorità britanniche non esitavano a usare cinicamente quando ritenevano controproducente la morte di un prigioniero in carcere. L’8 marzo 1973, insieme a sua sorella Marian, a Gerry Kelly, a Hugh Feeney e ad altri sei volontari della Belfast Brigade dell’I.R.A., Dolours si rese protagonista di uno degli episodi più spettacolari della guerra anglo-irlandese: l’attentato contro il tribunale di Londra, nel cuore della City. Lunedì scorso padre Raymond Murray, storico parroco del carcere femminile di Armagh, ha pronunciato una toccante omelia durante i suoi funerali, sottolineando le sue qualità umane, la sua spiccata sensibilità artistica e la sua vocazione nei confronti del proprio popolo, per il quale aveva sognato un’emancipazione che ancora stenta ad arrivare. Il processo di pace l’aveva allontanata dalla politica, l’aveva resa sempre più critica nei confronti della leadership del Sinn Féin, il partito che aveva incarnato a lungo le battaglie della sua vita. Negli ultimi anni si era sentita sconfitta, aveva iniziato ad abusare di alcol e droghe, fino al tragico epilogo di qualche giorno fa, che l’ha vista morire prematuramente a soli 62 anni.
Chi l’ha conosciuta racconta che la sua bellezza e il suo carisma avevano illuminato a lungo i ghetti nazionalisti di Belfast ovest. Continua a leggere

Il popolo di Derry marcia ancora per la giustizia

Ancora in marcia, dalle alture di Creggan fino al Bogside, per ottenere quella giustizia che viene negata da 41 anni. Domenica 27 gennaio il popolo di Derry, memore della storica esperienza di Derry Libera della fine degli anni ’60, scenderà nelle strade e marcerà per i propri diritti da sempre calpestati dalla feroce repressione britannica. Da più di quattro decenni le mura, le case, i vicoli della piccola cittadina gridano tutta la loro rabbia per la paurosa mattanza compiuta dai paracadutisti dell’esercito britannico il 30 gennaio 1972. Fu un’esecuzione cinica, brutale e premeditata che colpì non a caso solo uomini, cittadini di Derry, scesi in strada per manifestare pacificamente. E che divennero vittime della sanguinosa vendetta decisa dalle alte sfere, a Londra, per ‘punire’ la città colpevole di essersi ribellata, qualche anno prima, dichiarando un’autogestione e una ‘liberazione’ che mise in scacco per mesi le autorità coloniali.
Ma dal 2010 qualcosa è cambiato. Le conclusioni dell’inchiesta condotta da lord Saville hanno rappresentato uno storico spartiacque, anche se purtroppo non sono riuscite a consegnare alla storia quella drammatica vicenda. Finalmente un tribunale britannico ha riconosciuto che i quattordici civili uccisi a sangue freddo dai militari di Sua Maestà erano innocenti, che non vi fu alcuno scontro a fuoco al quale i soldati risposero, nessuna battaglia per le strade, solo una vile aggressione contro cittadini inermi. Ma di incriminazioni o processi a carico dei soldati o di chi quel giorno dette l’ordine di sparare, almeno finora, neanche l’ombra. Dopo la pubblicazione del rapporto i familiari delle vittime e la popolazione di Derry, protagonista in questi anni di una memorabile battaglia per avere giustizia, sfogarono una gioia catartica, quasi liberatoria, che scaturiva dalla consapevolezza di aver ottenuto qualcosa di inimmaginabile, fino a qualche anno prima. Il Bloody Sunday Trust, la fondazione dei familiari delle vittime, stabilì che la marcia successiva all’uscita del rapporto, quella del gennaio 2011, sarebbe stata l’ultima. Che da allora in poi la giustizia sarebbe stata richiesta con altri mezzi e altre modalità. Ma la decisione fece discutere fino a spaccare il fronte della storica mobilitazione. Eamonn McCann fu il primo a dare le dimissioni dalla Fondazione, e a prendere le distanze dalle sue decisioni troppo eterodirette. L’anziano scrittore-attivista, da sempre anima di Free Derry, non fece nomi, non prestò il fianco alle polemiche, ma contestò la scelta di non svolgere più la marcia. Ben presto si capì che le decisioni del Bloody Sunday Trust e del Sinn Féin – che da sempre controllava la marcia – non incontravano il favore di tutti i familiari delle vittime. Secondo alcuni di loro interrompere la marcia era ancora prematuro, e per questo decisero di continuarla comunque, per continuare a reclamare quella giustizia che il rapporto Saville aveva decretato solo in minima parte. E l’anno scorso, per il quarantesimo anniversario, organizzarono autonomamente una marcia che portò per le strade della cittadina irlandese oltre cinquemila persone. Continua a leggere

Lacrime di coccodrillo

Scusati ancora, David. La storia è destinata a ricordare l’attuale primo ministro britannico, il conservatore David Cameron, come l’uomo delle ‘scuse pubbliche’. Funziona più o meno così: prendi un’atrocità commessa nel recente passato da quello stato che adesso rappresenti, fai credere che ti stai prodigando per la verità e la giustizia, infine indossa il tuo miglior sguardo contrito per pronunciare sterili mea culpa di fronte a quel ‘simbolo di democrazia’ che è la Camera dei Comuni. Seguirà plauso (quasi) unanime nei tuoi confronti, che ti consentirà di essere annoverato a costo zero tra gli statisti del XXI secolo. Due anni fa il giovane David aveva definito ‘ingiustificata e ingiustificabile’ la carneficina compiuta nel 1972 dai paracadutisti di Sua Maestà nella cittadina di Derry. Ieri ha concesso il bis, definendo ‘scioccante’ la collusione di stato che portò al brutale assassinio dell’avvocato Pat Finucane, freddato in casa sua nel 1989 da un gruppo di sicari unionisti in combutta con Londra. E fornendo ovviamente nuove scuse, con grande contrizione. In entrambi i casi Cameron ha ovviamente sorvolato sulle responsabilità politiche e personali, che dovrebbero comprensibilmente portare a processi, condanne, ecc. Neanche a parlarne: la nuova frontiera della giustizia democratica britannica prevede che se manifesti in piazza o cerchi di difendere i carcerati nelle aule di tribunale ti possono ammazzare come un cane, poi basta che i tuoi parenti attendano 20 o 30 anni e arrivano le scuse pubbliche dello statista di turno. Facile no?

La triste verità è che il rapporto De Silva sull’omicidio di Pat Finucane reso pubblico ieri non è che l’ultimo artificio escogitato dal governo britannico per non ammettere mai fino in fondo la tragica e incontestabile verità su quel barbaro omicidio. Ovvero che la morte del giovane avvocato di Belfast fu sanzionata e favorita ai più alti livelli dello stato britannico. La sua famiglia, a partire dall’indistruttibile moglie Geraldine, combatte da quasi un quarto di secolo per ottenere quella giustizia che forse non otterrà mai. In compenso si sono levate voci vergognose, come quella della storica Ruth Dudley Edwards. La Fallaci de’ noantri non ha trovato niente di meglio da fare che insultare la memoria di Pat e della sua famiglia dalle colonne del Belfast Telegraph, sostenendo in buona sostanza che Finucane se l’è andata a cercare, e che se voleva evitare di finire ammazzato in casa sua, davanti ai suoi familiari, non doveva prendere le difese di quei ‘terroristi’ dell’I.R.A.. ‘Terroristi’ come Bobby Sands, per esempio.
RM

Nelle carceri irlandesi si tortura come 30 anni fa

Ci voleva l’omicidio del cinquantaduenne David Black, la prima guardia carceraria uccisa dai repubblicani irlandesi in quasi vent’anni, per svegliare la stampa e l’opinione pubblica britannica sulle condizioni delle carceri del Nord Irlanda. Martedì scorso Black è stato ucciso in un’imboscata in pieno giorno, sull’autostrada che collega Belfast a Dublino, risuscitando d’un sol colpo i fantasmi che si credeva fossero stati ormai da tempo consegnati alla storia. Aveva oltre trent’anni di esperienza come agente di sorveglianza: la sua carriera era cominciata nel supercarcere di Maze ai tempi di Bobby Sands ed era proseguita nella famigerata prigione di Maghaberry, dove tuttora sono rinchiusi decine di dissidenti repubblicani. Quello che appare certo è che chi gli ha sparato voleva mandare un messaggio alle autorità carcerarie, sbattendo in prima pagina le torture e le feroci perquisizioni corporali che vengono giornalmente compiute all’interno della prigione. Oggi come trent’anni fa, nonostante gli Accordi di Stormont del 1998 e a dispetto di tutto lo sproloquiare sul processo di pace ‘esemplare’, le più autorevoli organizzazioni non governative che si occupano di diritti umani (Amnesty International in testa) denunciano le condizioni terribili nelle quali versano i prigionieri politici e l’utilizzo di uno strumento coercitivo il cui semplice nome ha il potere di evocare tristi ricordi del passato: l’internamento senza processo. In un recente resoconto che non può non mettere i brividi, Alan Lundy ha raccontato come si vive ancora oggi a Maghaberry.
La verità è che mentre ex capi di Stato Maggiore dell’I.R.A. stringono la mano della Regina, mentre Cameron chiede simbolicamente scusa per i massacri del passato (ma si guarda bene dal perseguirne i responsabili), mentre Londra si accolla buona parte del debito pubblico irlandese, le carceri del Nord Irlanda sono tornate a essere quelle di trent’anni fa, con abusi e torture, incarcerazioni arbitrarie e prigionieri politici che, proprio come in passato, rifiutano di lavarsi, di radersi e spalmano i loro escrementi sui muri delle celle. La prigione di Long Kesh, uno dei simboli del conflitto, è stata chiusa nel 2000 ma il sistema carcerario nordirlandese è rimasto quello ante-1998 e gran parte dei secondini, dei funzionari e dei dirigenti sono rimasti quelli di allora, nonostante la loro lunga storia di abusi e vessazioni perpetrate soprattutto nei confronti della comunità cattolico-nazionalista. Un panorama reso ancora più esplosivo dal silenzio e dall’omertà dei principali mezzi d’informazione britannici.
RM

Alta tensione in Irlanda del Nord

Scontri e violenze in un paese che è molto cambiato rispetto a vent’anni fa, ma che sente ancora forte la divisione fa “noi” e “loro”. L’intervista che ho rilasciato al quotidiano Tempi.

Il conto di poliziotti feriti si è fermato a 62 agenti. Dopo le violenze delle scorse notti, quando il passaggio di una parata repubblicana ha suscitato le dure reazioni degli unionisti e i successivi scontri con la PSNI, ora Belfast medica le sue ferite e s’interroga sulle tante contrapposizioni che ancora pervadono i suoi quartieri. All’orizzonte c’è la grande manifestazione in programma per fine settembre, quella del centenario dell’Ulster Covenant: «Chissà cosa succederà. Si avverte che la tensione è altissima, tante piaghe sono aperte da decenni». Riccardo Michelucci conosce bene l’Irlanda e la sua storia, e più di una volta ha visto da vicino Belfast e quelle terre ancora soggette alla corona britannica. Giornalista, collaboratore di Avvenire e di altre testate, ha pubblicato pochi anni fa un libro che ricostruisce le origini storiche del conflitto anglo-irlandese. A tempi.it spiega l’origine di quanto sta accadendo in queste settimane nell’Ulster. «Partiamo dagli Accordi del Venerdì Santo del ’98: non so quanto si possano definire di pace. Più che altro è solo un’assenza di guerra».
Perché?
Qualcuno guarda a quegli accordi come se fossero un vero modello. Per certi aspetti lo sono, anche se gli scoppi periodici di violenza come quelli di questi giorni ci fanno capire che c’è qualcosa che non va. L’Irlanda del Nord rimane un paese fortemente polarizzato, dove la popolazione dei quartieri più poveri vive divisa in ghetti. Ognuno è attento al suo territorio, pronto a difendere le sue peace lines, queste barriere di lamiera che dividono i vari quartieri. C’è ancora una forte connotazione nel parlare di “noi” e “loro”.
E vedere così tanti ragazzini coinvolti in queste azioni di guerriglia lascia intendere che le tensioni soffocate con gli accordi di 14 anni fa rimangono ancora fresche e stimolanti.
È vero, in più c’è un elemento che in questi giorni si sta rivelando scatenante: la povertà, le difficili condizioni di vita. La gente comune litiga su questioni concrete come l’assegnazione dei posti di lavoro, o di case popolari, e ciascuna parte teme che l’altra ne esca avvantaggiata. Permane così una grande sensazione d’ingiustizia, respirabile anche negli strati più bassi della popolazione. Non si spiegherebbe se no perché vediamo per strada tanti ragazzini, che erano ancora piccoli o addirittura non nati negli anni dei Troubles.
E per quanto riguarda le forze politiche, quale influenza le sembra che abbia la coalizione di governo Robinson-McGuinness in questo contesto?
Sicuramente ha un grande peso. È vero, questa unione già di per sé fa notizia (potrebbe essere come se Rabin e Arafat avessero deciso di dar vita ad un’unica forma di governo), però esistono delle contraddizioni di fondo. Il processo di pace è stato effettivamente relegato in un vicolo a fondo cieco, dato che sia repubblicani sia lealisti hanno idee opposte sul futuro costituzionale del Paese. I repubblicani del Sinn Féin, ad esempio, per ammiccare al loro elettorato continuano a battere sul chiodo dell’unificazione: il sogno, dicono loro, è vedere una sola Irlanda, magari già nel 2016, in occasione del centenario della rivolta di Pasqua. Gli altri, però, chiaramente, non ne vogliono sapere. Insomma, dietro alle parate di questi giorni c’è qualcosa che va oltre il simbolismo dei festeggiamenti della battaglia del Boyne piuttosto che del ricordo di Henry Joy McCracken.
Tutto questo accade in una società, quella europea al pari di quella anglo-sassone, sempre più secolarizzata dove però le rivalità tra le due fazioni, per quanto legate a connotazioni religiose, non accennano a raffreddarsi.
È vero, ma d’altronde non si poteva neanche pretendere che con un tratto di penna su un foglio si risolvesse tutto. È ancora passato poco tempo da quegli accordi: io mi sento di escludere un ritorno del Paese ad una fase calda del conflitto come quella che lo ha caratterizzato fino a metà degli anni Novanta, però se queste contraddizioni non vengono risolte, il rischio è che i “regolamenti di conti” dagli anni dei Troubles continuino a essere dolorosi. E tanti politici si nascondono dietro dichiarazioni del tipo “ora la situazione è migliore di prima”. Che è vero, per carità: se ora si va a Falls Road si può trovare anche il McDonald’s, mentre 20 anni fa era un ghetto vero, dove ogni pub aveva le grate alle finestre. Però permangono grosse sacche di povertà in alcuni quartieri che rischiano di essere pericolose.
A fine luglio c’è stato un comunicato unito di tre gruppi fuoriusciti dall’Ira negli anni Novanta: si dicono pronti a riprendere la battaglia per riunificare l’Irlanda. È una minaccia credibile?
Qualcuno pensa che questa sia stata un’operazione mediatica in vista delle Olimpiadi, ipotesi confermata dal fatto che per ora non ci sono stati ancora risvolti. È difficile dirlo. Comunque credo che il problema per chi crede in una continuazione di questa lotta armata è la mancanza di un sostegno popolare. L’Ira che ha fatto grandi danni, quella che, per intenderci, ha saputo tener testa ad uno dei migliori eserciti al mondo rendendosi protagonista anche di azioni eclatanti come l’attentato alla Thatcher o quello a Downing Street, quel gruppo terroristico si è potuto muovere così perché aveva un enorme consenso tra la gente, cosa che ora non ha più. Sicuramente questa minoranza può essere pericolosa, alla luce anche del malcontento per la mancata riunificazione e per la continua presenza degli inglesi, ma gli manca l’appoggio del popolo. Oltre agli aiuti internazionali: non dimentichiamoci gli stretti rapporti che l’Ira aveva con la Libia.
Come mai queste vicende stanno trovando poco spazio sui giornali italiani?
Il disinteresse della grande stampa è un classico: chiuso l’accordo di pace del ’98 ci si è totalmente dimenticati dell’Irlanda del Nord, salvo alcuni eventi particolari come quando si parla del Bloody Sunday e del rapporto Saville. In più in Italia gran parte dell’opinione pubblica pensa che questa sia solo una guerra di religione. Ma questa è un’immagine dipinta dagli inglesi, cui serviva un pretesto per apparire come pacificatori. In realtà è un conflitto che ha radici profonde nel passato al di là dei credi, e che negli ultimi anni ha preso la forma d’insurrezione contro il colonialismo. Anche perché, se guardiamo a tanti leader storici d’indipendenza irlandesi, non sono cattolici, bensì protestanti, come Wolfe Tone, Parnell e altri. Non possiamo fermarci all’idea di cattolici contro protestanti: è fin troppo semplificata.

Peter, colpevole di avere diciott’anni a Belfast nel 1992

Sembra ieri, eppure sono passati due decenni esatti da quel 4 settembre del 1992, quando il diciottenne Peter McBride ebbe la sfortuna di imbattersi con la sua auto in un posto di blocco dell’esercito britannico, a Belfast. I militari gli intimarono l’alt e lui si fermò consegnando i documenti per i controlli di rito, incurante dei toni sprezzanti e vagamente razzisti che uscivano dalle bocche dei soldati del reggimento delle Scots Guards. Era pieno giorno nel quartiere repubblicano di New Lodge, e niente faceva presagire l’ennesima assurda tragedia che stava per compiersi. Prima di rimettere in moto l’auto, Peter si fece perquisire e aspettò che i soldati gli restituissero i documenti, insieme al cenno d’assenso che gli consentiva di ripartire. In quegli anni accadeva quasi ogni giorno di essere fermati ai posti di blocco, in Irlanda del Nord. Il ragazzo non si era scomposto e aveva mantenuto la calma, anche perché tutto si sarebbe aspettato, tranne che di essere freddato alle spalle dopo una perquisizione. James Fisher e Mark Wright, questi i nomi dei due assassini travestiti da Guardie Scozzesi, facevano parte di un contingente militare ufficialmente inviato in Irlanda per mantenere la pace, eppure non si fecero alcuno scrupolo a prendere la mira e a far fuoco sul povero Peter McBride.

Peter McBride

A Belfast nel non lontano 1992 si sparava sui civili disarmati come se fossero volatili, e la stagione della caccia durava tutto l’anno. Da quel 4 settembre di vent’anni fa la famiglia di Peter lotta per ottenere giustizia ma continua a sbattere inesorabilmente sul muro dell’ingiustizia britannica. Fisher e Wright non sono mai stati allontanati dall’esercito, neanche mentre erano in carcere in attesa di processo per omicidio.

Mark Wright e James Fisher

In prigione sono rimasti appena tre anni e mai è arrivata da parte loro o del reggimento di cui facevano parte una parola di pentimento o di condanna nei confronti del loro gesto.
RM

La stretta di mano che darà ragione agli irlandesi

Cosa c’è di sorprendente nella visita della regina Elisabetta in Irlanda del Nord? Da giorni sia la stampa inglese che quella irlandese si stanno scatenando in un profluvio di commenti e titoli a nove colonne con i consueti aggettivi roboanti (‘storico’, ‘eccezionale’, ‘incredibile’ e via enfatizzando) per annunciare la stretta di mano in mondovisione che ci sarà domani con il vicepremier nordirlandese Martin McGuinness, già Capo di Stato Maggiore dell’I.R.A. negli anni cruciali del conflitto. Se è vero che la politica e la storia sono fatte anche di momenti simbolici, di certo è stata molto più ‘storica’ la visita dell’ottuagenaria sovrana al Giardino della Memoria dei martiri dell’indipendenza irlandese, l’anno scorso. In un grigio pomeriggio dublinese depose una corona di fiori e chinò il capo di fronte al monumento che commemora i caduti feniani. Fu, quello, uno straordinario atto di legittimazione della lotta per la liberazione dell’Irlanda. Non può sorprendere neanche che il rappresentante di maggior spicco di quello che un tempo era il partito repubblicano, indipendentista e antibritannico per antonomasia – adesso divenuto ministro – accetti di stringere la mano alla regina, semplicemente perché per i ministri britannici incontrare la regina e stringerle la mano è una cosa normale.
Non pochi repubblicani irlandesi stanno esprimendo da giorni tutto il loro sdegno per quello che considerano un ulteriore affronto arrecato alla memoria dei caduti per la causa di un’Irlanda unita e liberata dal giogo britannico. Istintivamente è assai difficile dar loro torto, anche se lo stesso McGuinness ha fatto di recente qualcosa di assai peggiore, quando definì ‘traditori’ i repubblicani dissidenti che continuano a chiedere le stesse cose che chiedeva lui – armi in pugno – fino a una quindicina d’anni fa. L’esponente del Sinn Féin cercherà di recuperare il terreno perduto l’anno scorso, quando il suo partito si tenne in disparte durante la visita di stato della regina a Dublino e suggellerà definitivamente la ritirata da quegli ideali che non molto tempo fa spinsero centinaia di uomini e donne a combattere e morire nelle strade e nelle carceri. Non sarebbe stato così se l’ex combattente McGuinness avesse incontrato il capo di Stato nemico dopo aver ottenuto l’indipendenza, non in qualità di funzionario di un ingranaggio postcoloniale che per anni ha cercato di distruggere in ogni modo. La ricerca e il mantenimento del potere, diceva Machiavelli, non possono dipendere da questioni morali e McGuinness pare averlo capito molto bene. Ma se ci si sforza di osservare l’incontro da un’altra prospettiva, l’unico fatto realmente straordinario è che la regina d’Inghilterra abbia accettato d’incontrare l’uomo che, da capo di Stato Maggiore dell’I.R.A., nel 1979 dette l’ordine di far esplodere l’ordigno che uccise il suo amatissimo cugino, il viceré dell’India Lord Louis Mountbatten e un gruppo di altri suoi familiari. L’uomo che negli anni ’80 ha orchestrato tutte le principali azioni dell’esercito repubblicano irlandese, mettendo a segno clamorosi attentati sia in Irlanda del Nord che sul suolo inglese. Quando se lo troverà di fronte non serviranno le parole. Stringendogli la mano, l’ultimo simbolo vivente del colonialismo inglese legittimerà ancora una volta le ragioni degli irlandesi nella loro plurisecolare lotta per la libertà.
RM

Belfast, il “turismo del conflitto” è immorale

di Chris Jenkins, The Guardian

Visitate l’Irlanda del Nord. Venite a Belfast a vedere la nostra magnifica città – ringiovanita, rigenerata e con una nuova energia. Incamminatevi per le strade all’ombra dei muri che dividono i quartieri. Perché non vi fermate per scattare una foto accanto a un murales di uomini in passamontagna? Se lo volete veramente, perché non scrivete un messaggio di speranza e di pace su uno dei nostri muri, un segno veramente simbolico di solidarietà umana? È sorprendente che, data la mancanza di umiltà nello sfruttamento del conflitto in Irlanda del Nord, non sia stata ancora realizzata una campagna pubblicitaria del genere. Il turismo in Irlanda del Nord è aumentato vertiginosamente nell’ultimo decennio. La percezione di una maggiore stabilità e di relativa pace ha attirato persone da tutto il mondo per vedere le molte cose che l’Irlanda del Nord dovrebbe e deve pubblicizzare al mondo: le Giant’s Causeway, le valli di Antrim, i laghi di Fermanagh. Tuttavia, c’è qualcosa di profondamente immorale per la rapida espansione del settore del “turismo di conflitto”. Gli autobus penetrano nel cuore della città di Belfast per permettere ai turisti di ammirare le possenti mura che dividono le comunità, i murales raffiguranti la violenza. I turisti scattano foto delle peace line che non sono consegnate alla storia, ma sono parte della vita odierna di Belfast: i bambini giocano a calcio contro i muri che i turisti affollano. I luoghi e le persone stesse sono diventate uno spettacolo, un’attrazione. Se questa fosse Storia forse sarebbe più accettabile – ma non lo è. Questi muri sono ancora una parte molto reale della vita quotidiana delle comunità dell’Irlanda del Nord. I nostri politici possono dire il contrario – che ora siamo in pace, e che nulla può destabilizzare il nostro progresso – ma le divisioni non vengono rimosse. Come paese, siamo arrivati a ottenere guadagni attraverso la commercializzazione del nostro conflitto esagerando anche sulla “stabilità” del Nord; dipingendo il quadro di coloro che dissentono come di una minoranza senza alcun sostegno. La realtà viene manipolata, la storia sfruttata. Un esempio è la bomba di Shankill Road del 1993, che uccise dieci persone. Le compagnie turistiche si stanno arricchendo con quella tragedia; i turisti si recano sul sito della bomba e scattare fotografie. I residenti di Shankill Road vanno avanti con la loro vita, i soldi non filtrano verso il basso. Questo processo li scavalca. Proprio la settimana scorsa Peter Robinson, il primo ministro dell’Irlanda del Nord, ha descritto la riqualificazione del sito in cui sorgeva il carcere di Maze (tragicamente noto per alloggiare i prigionieri politici durante i Troubles) come una “mecca per i turisti”. Il sito di Maze/Long Kesh deve avere un posto nella nostra memoria del conflitto che non può essere di natura commerciale. La proposta di trasformarlo in “centro per la risoluzione dei conflitti” (al costo di 20 milioni di sterline) non è solamente un altro esempio di come la politica stia facendo un’inversione di marcia, ma anche della tendenza di marginalizzare l’etica a favore di presunti guadagni economici. Io non sono contro il turismo, al contrario. Ma mi sembra che l’attuale riproposizione del marchio di Belfast non siano solo altamente immorali, ma allo stesso tempo tolgano qualcosa alla realtà e alla gravità della nostra storia. Abbiamo bisogno di ricordare e dobbiamo riflettere – queste cose aiuteranno la nostra riconciliazione come società. Ma non abbiamo bisogno dello sfruttamento del nostro conflitto.

Bloody Sunday, i 40 anni di una Tien an Men europea

Oggi ricorre il 40° anniversario della “Domenica di sangue” del 1972, che vide i paracadutisti inglesi sparare su una folla di manifestanti durante un corteo per i diritti civili a Derry, in Irlanda del Nord. Riproponiamo la testimonianza di Fulvio Grimaldi, il giornalista italiano che visse in prima persona quelle tragiche ore del 30 gennaio 1972, riportata nel libro “Storia del conflitto anglo-irlandese. Otto secoli di persecuzione inglese”:

“Quanto accadde quel giorno era fuori dall’immaginazione di chiunque. Trattandosi di una marcia per i diritti civili era del tutto pacifica, composta dagli abitanti del ghetto cattolico-repubblicano di Derry. Io seguivo questo movimento dal 1968: chiedevano semplicemente case, lavoro, meno vessazioni da parte della polizia, maggiore accesso alle istituzioni e la fine del voto per censo, che incredibilmente esisteva ancora in Irlanda del nord. Ventimila uomini, donne, bambini e anziani marciarono da un’altura di questo ghetto – che si chiama Creggan – verso il quartiere in basso, adiacente alla cittadella unionista, che si chiama Bogside. Da alcuni mesi questo quartiere era stato “liberato”: l’esercito inglese si era dovuto ritirare da lì come dalle zone repubblicane delle altre principali città nordirlandesi, come Belfast, Armagh e Newry. Aveva dovuto farlo in seguito alle manifestazioni e alle offensive di massa organizzate dagli abitanti ed era quindi una zona liberata. Al suo ingresso campeggiava infatti la scritta “state entrando nella Derry libera” – una scritta che, restaurata, è rimasta ancora oggi – e questo corteo voleva manifestare in difesa di questa libertà e per ottenere uguali condizioni sul lavoro, politiche abitative e il diritto al voto. Fu una manifestazione assolutamente pacifica, assolutamente inerme e quei piccoli germogli di IRA che in quegli anni cominciavano a fiorire in Irlanda del nord avevano assicurato che non avrebbero partecipato alla marcia proprio per permetterne il pacifico svolgimento.

Invece poco più di un’ora dopo l’inizio della manifestazione i paracadutisti aprirono il fuoco sulla gente. Le fotografie e le registrazioni audio che sono riuscito a raccogliere quel pomeriggio dimostrano inequivocabilmente che si trattò di un assalto premeditato, a freddo, dell’esercito inglese contro civili e manifestanti inermi. Alle 16 mi trovavo alla testa del corteo. Alcune file di manifestanti si erano fermati di fronte a una barriera di soldati inglesi che impediva ai manifestanti di entrare nel centro della città. Obiettivo del corteo sarebbe stato raggiungere il municipio, invece il cordone di militari inglesi impediva a tutti di passare. Anche molti giornalisti furono costretti a rimanere al di fuori: c’eravamo soltanto io e un collega francese, Gilles Peress. Ci trovavamo entrambi in queste prime file del corteo quando iniziò uno scambio di insulti e lanci di sassi, ricambiati dall’esercito con gas lacrimogeni e idranti che sparavano acqua colorata. Lo scambio durò circa dieci minuti, dopodiché il corteo riprese il suo percorso verso il cuore del quartiere di Bogside, dove ci sarebbe stata una manifestazione con interventi tra gli altri anche di Bernadette Devlin, la famosa pasionaria della resistenza irlandese. Anche noi riprendemmo il cammino. Ci trovavamo a quel punto in coda al corteo, che si era mosso molto velocemente mentre erano in atto gli scontri. Da lì assistemmo all’ingresso improvviso – assolutamente inaspettato e travolgente – dei blindati inglesi, al cui interno si trovava il famigerato primo battaglione dei paracadutisti. Quattro o cinque blindati si precipitarono all’inseguimento della coda del corteo, ci superarono, si fermarono e saltarono fuori alcuni paracadutisti con maschere antigas, elmetti, in perfetta tenuta da guerra. Imbracciavano i micidiali mitragliatori Sterling: armi terribili, capaci di fare buchi enormi anche nel cemento. Immediatamente si inginocchiarono, presero la mira e spararono nella coda del corteo, in mezzo alla gente, che si stava allontanando e che a quel punto, pensando ancora di essere bersagliata da proiettili gomma, idranti o lacrimogeni e non da pallottole vere, non si preoccupò più di tanto e continuò a fuggire. Ma a un certo punto caddero delle persone. Il primo fu un ragazzino di sedici anni, colpito da una pallottola che gli entrò nella spalla destra e gli uscì sul fianco sinistro, dall’alto in basso, probabilmente perché correva curvo mentre tentava di scappare. Era praticamente una delle ultime persone del corteo. Io mi trovavo vicinissimo a lui, a circa tre metri, e sono riuscito a fotografarlo mentre moriva, e mentre un prete, padre Daly – che poi sarebbe diventato il vescovo di Derry – gli dava l’estrema unzione. Quel ragazzo fu il primo ucciso della giornata. Poi ho fotografato una donna che è stata colpita a una gamba, che poi le è stata amputata, una signora di una cinquantina d’anni. Ho visto un ragazzo coraggiosissimo, che a quel punto si è buttato in mezzo a questo spazio, in cui avveniva la sparatoria, contro i fuggitivi e ha cominciato a urlare “vigliacchi, sparate a me, non alle donne”, e prontamente gli hanno sparato nel ginocchio e da allora è paralizzato. Poi la mattanza è continuata: per venti minuti i paracadutisti inglesi hanno sparato ininterrottamente su questa povera gente. Hanno anche ucciso un ragazzo che si trovava a terra ferito e implorava di essere risparmiato. Un parà gli si è avvicinato e da pochi centimetri gli ha sparato alla testa. È stato un vero mattatoio, con persone che non sapevano più dove trovare rifugio”.

Subito dopo aver udito i primi spari, anche Grimaldi cercò di allontanarsi dal corteo per non rischiare di rimanere vittima dei colpi dei soldati inglesi.

“Salii in un appartamento al secondo piano di un palazzo dentro al quale si erano rifugiati altri manifestanti. Da lì volevo telefonare al mio giornale, che era “Paese sera”, per raccontare in diretta cosa stava succedendo. Mentre aspettavo la chiamata da Roma ho scattato delle fotografie dalla finestra. Sulla strada c’erano questi morti per terra, che i soldati raccoglievano e sbattevano come sacchi di patate all’interno dei blindati. Erano ragazzi che non avevano assolutamente niente addosso, se non i jeans e un giubbotto. Più tardi i soldati avrebbero affermato che addosso a questi ragazzi erano state trovate delle bombe di chiodi, delle molotov e chissà cos’altro. La cosa era assolutamente falsa perché noi li avevamo visti tutti cadere inermi, senza alcuna arma. Fu un’altra falsificazione per giustificare questo massacro a freddo perpetrato dall’esercito inglese. La sparatoria finì dopo circa venticinque minuti in cui per fortuna io e alcuni colleghi siamo riusciti a fotografare e a registrare molte cose. Oltre alle grida dei feriti, al panico, alle urla della gente incazzata che gridava improperi agli inglesi c’erano i suoni di quasi tutti i colpi sparati dai militari e nessun’altra arma, a dimostrazione che a sparare erano stati soltanto i fucili Sterling in dotazione all’esercito britannico”.

Poi gli inglesi iniziarono la caccia ai giornalisti che stavano documentando la strage e che rischiavano di diventare testimoni scomodi.

“Quando si resero conto che saremmo stati un’insidia per la versione ufficiale dell’accaduto, le varie unità militari presenti ai posti di blocco che circondavano il ghetto cattolico di Derry ricevettero l’ordine di catturare il giornalista italiano e la sua collega a tutti i costi. E con qualsiasi mezzo. Nel linguaggio militare questo significa anche a costo di sparare. Lo venimmo a sapere attraverso i ragazzi di Derry che intercettavano le radio militari inglesi. Sapevamo che eravamo a rischio non soltanto noi, che siamo spendibili, quanto il materiale fotografico e sonoro che avrebbe documentato per sempre la volontà di un reparto dell’esercito, e quindi di un ministero, e quindi di un governo, di fare una strage di civili quel giorno a Derry. Di conseguenza ci dovemmo rifugiare in una casa e farci proteggere da quella che era l’organizzazione di resistenza repubblicana nel ghetto cattolico. Nottetempo, facendoci passare attraverso vie di campagna in mezzo alla nebbia, riuscirono a farci passare il confine con la Repubblica d’Irlanda che è a pochi chilometri da Derry. Dall’altra parte ci attendeva una macchina che ci portò a Dublino dove la mattina dopo alle sette, nell’edizione più ascoltata del giornale radio dell’emittente di Stato irlandese ebbi modo di far sentire la registrazione del massacro e di raccontare quello che avevo visto. Mentre su tutti i giornali della mattina della Repubblica irlandese uscirono le mie fotografie con le uccisioni e i paracadutisti che sparavano, il generale Ford, comandante dei reparti inglesi in Irlanda, ebbe il coraggio di affermare al telegiornale serale della Bbc che “in mezz’ora il battaglione ha esploso due colpi in risposta a un’aggressione di cecchini dell’IRA”. Fu una cosa davvero stupefacente, perché io dal terreno avevo raccolto di persona quarantacinque bossoli dei proiettili sparati dai militari. La prima inchiesta sulla strage, svolta solo pochi mesi dopo, fu presieduta da un magistrato mercenario, Lord Widgery, e non tenne conto in alcun modo delle testimonianze avverse ai paracadutisti, ma si limitò a prendere per buone le bugie dei militari e dei loro comandanti assolvendo tutti i responsabili della strage. E naturalmente anche i mandanti del massacro, che erano il primo ministro inglese dell’epoca Edward Heath e il ministro della Difesa Reginald Maudling”.