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Un memoriale per le vittime irlandesi

Quasi quattromila persone (in gran parte civili, e molti bambini) sono state uccise durante il trentennale conflitto anglo-irlandese, a partire dal 1969. Un numero enorme, considerando che si tratta di una popolazione che raggiunge a malapena i due milioni. “Bear in Mind These Dead”, Il nuovo libro della giornalista di Derry Susan McKay esamina la tragica eredità di quegli anni dando voce ai familiari delle vittime, troppo spesso trascurate, raccontando storie fatte di dolore straziante, rabbia, cuori spezzati, ferite nella mente e nel corpo. In alcuni casi anche di perdono. La pubblicazione di questo libro, quantomai opportuna, cade peraltro in un momento storico che vede i vecchi nemici sedere insieme al governo.

Lo stratega che disse sì alla pace in Irlanda

(Uscito anche su Diario, anno XIII, n. 10)

Brian Keenan è morto di cancro alcuni giorni fa, a soli 66 anni. Un tempo definito “il nemico numero uno dello stato britannico”, era poi diventato uno degli uomini-chiave del processo di pace in Irlanda del nord. In gioventù era riuscito in pochi anni a dotare l’I.R.A. di uno dei più formidabili arsenali che un gruppo paramilitare avesse mai avuto, ottenendo enormi forniture di armi ed esplosivi dal Medio Oriente, dalla Libia e dai paesi dell’Europa dell’est. Poi diresse la campagna di attentati che i repubblicani irlandesi lanciarono sul suolo inglese nella seconda metà degli anni ’70, per la quale fu condannato a 18 anni di carcere. Ma nei ghetti di Belfast – dov’era soprannominato “il cane” – non era famoso solo per essere uno dei più esperti e spietati comandanti dell’I.R.A.. Fuori dal comune erano anche la sua cultura (era in grado di parlare quattro lingue) e la sua statura politica. Seguace di James Connolly, padre del socialismo irlandese, si convinse ben presto che la guerra contro gli inglesi era arrivata a un punto di non ritorno e che l’obiettivo di un’Irlanda unita doveva essere raggiunto attraverso un percorso politico. Già nel 1982 appoggiò dal carcere la decisione di Gerry Adams di abbandonare l’astensionismo entrando per la prima volta nel parlamento di Dublino. Quindi usò tutto il suo carisma per convincere la base repubblicana ad accettare il momentaneo cessate il fuoco del 1994, e quello definitivo raggiunto tre anni dopo. Poi fu il rappresentante dell’I.R.A. nei colloqui segreti sul disarmo dei gruppi paramilitari che nel 2005 portarono alla messa fuori uso degli arsenali. Una delle sue ultime immagini pubbliche lo ritrae al parlamento di Belfast, mentre assiste all’insediamento del nuovo governo nordirlandese insieme ad altri ex dirigenti dell’I.R.A.. Tony Blair sedeva a pochi metri di distanza da loro.

L’eredità di Bobby Sands

A volte è il tempo a rendere giustizia a certi morti diventati icone, riconoscendo loro un ruolo decisivo al crocevia della storia di un paese. È quanto col trascorrere degli anni è accaduto a Bobby Sands, il prigioniero politico irlandese morto esattamente 27 anni fa, il 5 maggio 1981, dopo 66 giorni di sciopero della fame nel carcere britannico di massima sicurezza di Long Kesh, alla periferia di Belfast. Nei due mesi successivi nove suoi compagni di lotta morirono come lui, rifiutando il cibo per ottenere il riconoscimento dello status di prigioniero politico negato dal governo di Londra. Il loro sacrificio favorì l’avvio della decisiva svolta politica culminata in tempi recenti con la creazione di un esecutivo solido in grado di implementare gli accordi di pace e con l’addio alle armi da parte dei gruppi paramilitari. I dieci giovani morti nella tragica primavera del 1981 non furono i soli a prendere parte a quella forma estrema e terribile di lotta carceraria: altri prigionieri repubblicani vi parteciparono, ed essendone usciti vivi, hanno avuto in seguito la possibilità di analizzare criticamente quei fatti. Tredici di loro sono morti negli anni successivi (il loro fisico rimase per sempre segnato dalle conseguenze dello sciopero) ma chi è sopravvissuto oggi concorda nel ritenere che il movimento repubblicano irlandese abbia cominciato ad abbandonare la strategia della lotta armata proprio in seguito alla protesta che causò quelle dieci bare. E che allora quello fu un sacrificio necessario e inevitabile. Tutto ciò ci venne spiegato due anni fa, in occasione del 25esimo anniversario della morte di Bobby, quando raccogliemmo per il settimanale “Diario” la testimonianza di alcuni sopravvissuti allo sciopero della fame del 1981.

Da segnalare infine, che una delle principali sezioni del prossimo festival cinematografico di Cannes si aprirà con un film dedicato alle ultime settimane di vita di Bobby Sands. “Hunger”, opera prima del regista inglese Steve McQueen, una delle pellicole più attese alla rassegna, andrà in scena il prossimo 15 maggio.

Nessun mea culpa inglese per l’Irlanda. Neanche sulla “Bloody Sunday”

Dieci anni di pace non sono bastati per convincere finalmente Londra che è tempo di ammettere le proprie gravissime responsabilità storiche sulla guerra che ha devastato l’Irlanda del nord per circa trent’anni. E’ quanto si evince dal libro appena uscito scritto dal diplomatico inglese Jonathan Powell, braccio destro e ‘uomo ombra’ di Tony Blair durante tutto il processo di pace anglo-irlandese. La versione della storia è purtroppo la solita di sempre: il governo inglese – con i suoi soldati e le sue forze di polizia che torturavano e ammazzavano civili – avrebbe svolto un ruolo di pacificazione. La guerra sarebbe stata causata soltanto dai soliti ‘terroristi’ e dagli ‘odi ancestrali tra le comunità irlandesi’. Un delirio che vale, manco a dirlo, anche per le 14 vittime della “Bloody Sunday” del 1972. Se non fosse tragico, sarebbe tutto da ridere. Sembra proprio che il tempo, tra i palazzi del potere di Downing street, sia trascorso invano.

Approfondimenti nell’articolo uscito oggi su “Avvenire”.