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Uniamo l’Irlanda senza ira

Intervista esclusiva a Gerry Adams
(Il Venerdì di Repubblica, 16.2.2018)

In Irlanda è finita un’era. Gerry Adams ha concluso il suo mandato quasi “cubano” alla presidenza dello Sinn Féin, il partito che ha guidato ininterrottamente dal 1983, quando in Italia Berlinguer era ancora segretario del Pci. È uno degli ultimi grandi leader politici mondiali rimasti in attività, e in questa intervista esclusiva rilasciata al Venerdì di Repubblica precisa di non essere uscito di scena. “Ho dato le dimissioni dal vertice del partito, non dalla politica”.
Per molti, a Belfast e dintorni, resta un’icona vivente. L’incarnazione di quegli ideali che hanno consentito al popolo irlandese di resistere per decenni a un potente invasore. Il leader che col suo carisma ha traghettato il paese fuori dal più lungo conflitto europeo del dopoguerra e ha trasformato il suo partito da braccio politico dell’IRA in una macchina elettorale capace di macinare consensi in tutta l’isola. Anni fa Edna O’Brien, la più famosa scrittrice irlandese contemporanea, lo paragonò a uno di quei monaci dell’Alto Medioevo intenti a trascrivere i Vangeli in gaelico, un uomo venerato come un santo dai suoi fedeli e al tempo stesso capace di attrarre l’odio viscerale di un’altrettanto vasta schiera di detrattori. Originario dei ghetti repubblicani di West Belfast, Adams è sposato da una vita con Colette, ha un figlio che fa l’allenatore di calcio gaelico e si è sempre tenuto lontano dalla politica, e quattro nipoti. A lungo è stato costretto a vivere in clandestinità: braccato dagli inglesi, preso di mira dai lealisti protestanti che nel 1984 lo ferirono gravemente sparando alla sua auto nel centro di Belfast, negli anni ‘70 fu internato senza processo nel carcere di massima sicurezza di Long Kesh, insieme a Bobby Sands e tanti altri compagni di lotta. Poi l’interminabile processo di pace, durante il quale ha trovato anche il tempo di scrivere una decina di libri.
Da sempre considerato un maestro assoluto della distinzione tra tattica e strategia, Adams ha tenuto fede all’annuncio fatto un paio di mesi fa, e proprio alla vigilia del ventesimo anniversario di quell’accordo di pace di cui fu protagonista, ha lasciato la presidenza dello Sinn Féin alla sua vice Mary Lou McDonald, che nel 1998 non era ancora iscritta al partito. Può sembrare un azzardo, proprio adesso che l’Irlanda è attesa da una fase politica complicatissima, con lo stallo delle istituzioni nel Nord, le conseguenze della Brexit e l’ipotesi di un referendum per la riunificazione dell’isola. In realtà è l’unico modo per affrancare definitivamente il partito dall’eredità della lotta armata fino a farlo diventare forza di governo a Dublino. Quanto a lui, a 69 anni appena compiuti, è inverosimile che raggiunga Blair e Clinton nel gruppo dei conferenzieri d’oro, o che si ritiri nella sua casa di campagna del Donegal per portare a spasso il cane. Anche se adesso non rischierebbe che i soldati inglesi glielo rapiscano, come accadde nel 1972 a Shane, il suo lupo alsaziano. Molti credono che punti a diventare il prossimo presidente della Repubblica d’Irlanda, candidandosi alle elezioni in programma alla fine dell’anno. Un’ipotesi che finora lui ha sempre respinto, ribadendolo anche in questa intervista. Ma in Irlanda e in Gran Bretagna si scommette sulla politica e, stando alle quote dei bookmakers, una sua candidatura alla presidenza irlandese appare sempre più probabile. In fondo le sue ambiguità sono sempre state funzionali alla sua strategia politica. Per tutta la vita ha negato strenuamente di aver fatto parte dell’IRA mentre gli storici, i giornalisti e persino alcuni suoi ex compagni sostengono da sempre il contrario, affermando che per anni fece parte del Consiglio dell’esercito, l’organismo al vertice della struttura operativa dell’IRA.
Qual è il suo bilancio dei due decenni trascorsi dalla firma dell’Accordo di pace?
Avrei voluto vedere progressi più rapidi ma non è stato possibile, per colpa dei governi di Londra e di Dublino e dei partiti unionisti, che si sono sempre opposti al cambiamento, ritardando tali progressi. Adesso una grave crisi politica che dura ormai da un anno ha bloccato le istituzioni di Belfast. Ma nonostante tutte le difficoltà, resta il fatto che oggi ci sono centinaia di persone ancora in vita per merito di un processo di pace che è riuscito a porre fine a decenni di violenza. Finalmente abbiamo strumenti democratici per risolvere le differenze e per raggiungere i nostri obiettivi politici. I piccoli gruppi dissidenti che continuano a compiere azioni armate, talvolta anche a uccidere, non hanno alcun sostegno da parte della popolazione e alcuni di essi sono già stati convinti a cessare le proprie attività.
Crede ancora che la Brexit potrà portare a un referendum sui confini nel prossimo futuro?
Il primo punto da sottolineare è che la maggioranza dei cittadini del Nord Irlanda hanno votato per restare nell’Unione europea. La Brexit rappresenta una grave minaccia all’economia dell’intera isola d’Irlanda, in particolare alle comunità che vivono sul confine, le quali saranno le prime a soffrire le conseguenze di un’uscita della Gran Bretagna dal mercato unico e dall’unione doganale che porterà al ripristino di un confine fisico tra le due parti dell’Irlanda. Numerosi studi pubblicati negli ultimi mesi hanno evidenziato i pericoli per il commercio, per il mondo del lavoro e per gli investimenti. Sinn Féin ritiene che l’unica alternativa ragionevole a tutto ciò sia che al Nord venga garantito uno status speciale all’interno dell’UE che di fatto veda l’intera isola restare parte dell’Unione. Questa è una soluzione molto pratica e ricalca gli accordi speciali che Bruxelles ha già stipulato con altri stati. La minaccia della Brexit ha prodotto molte ipotesi circa la possibilità di un referendum sulla riunificazione dell’Irlanda che è consentito ai termini dell’Accordo di pace. Noi abbiamo chiesto che questa consultazione venga svolta entro i prossimi cinque anni e crediamo che i cambiamenti politici, economici e demografici in corso lo rendano un obiettivo assai verosimile.
Prova qualche rimorso o rimpianto pensando al passato?
Faccio politica da oltre cinquant’anni e se guardo alle mie spalle mi stupisco ancora di quanto tempo è stato necessario per realizzare il processo di pace. Ho cominciato a parlarne nella metà degli anni ‘70 ma purtroppo all’epoca il governo britannico era convinto di poter vincere la guerra con le armi e non era interessato al dialogo. Quando venni eletto a Westminster per la prima volta, nel 1982, il governo Thatcher mi vietò di viaggiare in Gran Bretagna. Poi alle radio e alle televisioni fu proibito di mandare in onda la mia voce e quella di altri rappresentanti eletti del mio partito. Oltre una ventina di esponenti dello Sinn Féin e loro familiari sono stati uccisi dagli squadroni della morte lealisti collusi con i rappresentanti dello stato britannico e le forze di polizia dell’Irlanda del Nord. Ci sono voluti anni di perseveranza e il coraggio di figure come John Hume, l’ex premier irlandese Albert Reynolds e l’ex presidente Usa Bill Clinton per far sì che un processo di pace concreto potesse finalmente mettere radici.
Qual è stato il momento più difficile della sua vita?
Ce ne sono stati molti. Penso ai parenti e agli amici uccisi. All’attentato contro la casa della mia famiglia, a Belfast. Ai tanti momenti di esasperazione mentre cercavamo di persuadere Londra a impegnarsi sul serio in un dialogo. Poi ci sono state molte occasioni in cui i ministri e i funzionari britannici hanno messo in crisi il processo di pace cercando di usarlo per sconfiggerci.
Cosa prova ripensando ai suoi compagni morti?
Mi mancano loro e tutte le persone che conoscevo e che sono state uccise durante il conflitto. Ma tutti hanno sofferto. Il dolore e il senso di vuoto che provo io è lo stesso che provano tanti, da entrambe le parti. Per questo dobbiamo impegnarci per far in modo che nessun altro usi mai più la violenza per reprimere una popolazione o per opporsi a quella repressione. La nostra priorità è far prevalere sempre le armi della politica.
Che effetto le ha fatto lasciare la presidenza del partito dopo tutti questi anni?
Quando entrai, alla metà degli anni ‘60, era ancora un’organizzazione messa al bando. Oggi oltre mezzo milione di persone vota per noi in tutta l’Irlanda, siamo il secondo partito al Nord e il terzo a Dublino. Negli ultimi tre decenni abbiamo fatto molta strada: adesso c’è una nuova generazione di leader pronti ad assumerne la guida. Oltre alla nuova presidente McDonald e alla sua vice, Michelle O’Neill, abbiamo un gruppo dirigente capace ed esperto. Ho grande fiducia in loro e credo che riusciranno finalmente a raggiungere il nostro obiettivo politico, la riunificazione dell’Irlanda.
Correrà alle prossime elezioni presidenziali per la Repubblica?
Non sono interessato a candidarmi ad altre cariche elettive.
Qual è oggi il suo sogno più grande?
Anche se ho lasciato la presidenza dello Sinn Féin resto un attivista politico e continuerò a servire il partito in qualunque modo lo riterrà opportuno. Rimarrò sempre dell’idea che il governo britannico non abbia alcun diritto di intromettersi nelle questioni che riguardano il popolo irlandese. Questa ingerenza è alla radice del conflitto e delle divisioni della nostra società. Il mio obiettivo – e non è un sogno – è quello di vederla finalmente cessare consentendo alla nostra gente di costruire un paese nuovo, nel rispetto del principio dell’uguaglianza per tutti.
Come immagina la sua vita senza la politica?
Ho dato le dimissioni dal vertice del partito, non dalla vita politica. Continuerò a essere un membro del Senato irlandese fino alle prossime elezioni e intendo restare attivo in politica per aiutare la causa repubblicana. E poi avrò anche molto più tempo per scrivere, per cucinare, per leggere, per curare il mio giardino e per godermi i miei nipoti. Ho un sacco di cose da fare.
Riccardo Michelucci

Irlanda 1975, la strage dei musicisti

Intervista a Stephen Travers, sopravvissuto al massacro della
Miami Showband (Avvenire, 7.12.2017)

“Uccisero i miei compagni senza alcuna pietà, perché all’epoca eravamo giovani, famosi e la nostra musica rappresentava una speranza di pace e di riconciliazione per il nostro paese”. Nel 1975 Stephen Travers era il bassista più famoso di tutta l’Irlanda e faceva parte della Miami Showband, il gruppo rock più amato di tutta l’isola, un quintetto di musicisti straordinari nel quale spiccava la stella del cantante Fran O’Toole. Ogni sera migliaia di persone si assiepavano nei locali per assistere ai loro concerti, e grazie alle loro canzoni riuscivano a evadere dalla violenza quotidiana del conflitto che stava insanguinando l’Irlanda del Nord. Almeno un paio di volte a settimana, la Miami Showband attraversava il confine che divideva in due il paese “riunificandolo” idealmente con i suoi affollatissimi spettacoli. Fino a quella notte maledetta del 31 luglio 1975. Di ritorno da un concerto a Banbridge, nei pressi del confine con la Repubblica d’Irlanda, e diretti a Dublino, i musicisti furono fermati a un posto di blocco in aperta campagna. “Pensavamo che fosse un normale controllo di routine, d’altra parte in quegli anni ci accadeva spesso di imbatterci nei militari”, ci spiega Travers. “Non appena ci riconoscevano ci stringevano la mano lasciandoci passare subito, magari dicendo che apprezzavano i nostri dischi”. Ma quella sera furono fermati da uomini del gruppo paramilitare lealista Ulster Volunteer Force e della controversa milizia britannica denominata Ulster Defence Regiment. Li fecero scendere dal furgone e allineare poco più avanti, sul bordo di un fossato. Poi due di loro iniziarono a rovistare dentro al veicolo. All’improvviso una terribile esplosione ridusse il furgone in mille pezzi, e uccise sul colpo i due paramilitari. Oggi Stephen Travers vive a Cork, nell’Irlanda meridionale, dove l’abbiamo incontrato per questa intervista, e a oltre quarant’anni di distanza da quella notte rivede ancora quegli istanti al rallentatore. “La potenza dell’esplosione ci gettò nel campo oltre il fossato, feriti ma ancora vivi. Poi gli altri membri del posto di blocco iniziarono a sparare all’impazzata contro di noi. Io fui colpito a un’anca e rimasi a terra, sanguinante. Finsi di essere morto, per questo sono riuscito a salvarmi. I miei compagni furono invece massacrati senza pietà”.
Per l’Irlanda, che pure in quegli anni era tristemente abituata al susseguirsi di gravi fatti di cronaca, fu uno choc terribile, aggravato dalla dinamica dell’attentato, che emerse qualche giorno più tardi. Si capì che non volevano semplicemente spegnere per sempre il messaggio di pace di un gruppo di musicisti, ma avevano ordito un piano diabolico per sigillare definitivamente il confine che divideva il paese. “Le inchieste – ci spiega Travers – hanno dimostrato inequivocabilmente che i due paramilitari saltati in aria stavano piazzando una bomba sotto al nostro furgone.

Stephen Travers durante l’intervista

L’ordigno sarebbe dovuto esplodere circa un’ora più tardi, uccidendoci mentre eravamo in viaggio. Volevano far credere che fossimo corrieri dell’IRA, che i nostri concerti erano solo una copertura e che in realtà stavamo trasportando armi ed esplosivi da una parte all’altra del confine. Per fortuna almeno il piano fallì altrimenti, oltre a ucciderci, avrebbero anche infangato la nostra memoria per sempre”. Il terribile movente della strage sarebbe stato scoperto tanti anni dopo. Far passare per terroristi i più famosi e rispettati pendolari che attraversavano regolarmente quel confine doveva servire a mettere pressione sul governo irlandese, costringendolo a chiudere la frontiera. “Adesso – prosegue l’ex bassista – sappiamo per certo che quella strage non fu né casuale, né opera soltanto dei paramilitari lealisti, ma venne pianificata dalla squadra politica della polizia e dai servizi segreti britannici MI5”. Per questo, Travers continua a lottare non solo per conservare la memoria dei suoi compagni uccisi ma anche per ottenere giustizia, e insieme ai familiari delle vittime ha intentato un’azione legale nei confronti del Ministero della Difesa britannico e della polizia dell’Irlanda del Nord. Il suo libro-testimonianza The Miami Showband Massacre. A Survivor’s Search for the Truth, da poco ristampato in edizione aggiornata, ha spinto proprio nelle scorse settimane l’Alta Corte di Belfast a chiedere la declassificazione di decine di documenti riservati in vista di una riapertura del caso. Continua la lettura di Irlanda 1975, la strage dei musicisti

Famiglie cacciate di casa a Belfast est

Avvenire, 8.10.2017

Sembra di essere tornati tristemente indietro nel tempo a Belfast, dove nei giorni scorsi un gruppo di famiglie cattoliche dell’area di Ravenhill, alla periferia meridionale della città, è stato costretto ad abbandonare le proprie abitazioni nel cuore della notte a causa delle intimidazioni ricevute dai paramilitari lealisti dell’Ulster Volunteer Force. “Ci minacciano perché siamo cattolici”, ha spiegato uno dei residenti, “ci hanno detto che se non avessimo lasciato le nostre case, ce ne saremmo pentiti amaramente”. La polizia dell’Irlanda del Nord ha confermato di essere a conoscenza del rischio di un possibile attacco nei loro confronti ma ha anche ribadito di non essere in grado di identificare gli autori delle minacce. Un paio di giorni dopo, le quattro giovani famiglie cattoliche hanno potuto fare ritorno nelle loro case, scortate dagli agenti, ma soltanto per raccogliere le proprie cose. Da circa un anno vivevano in questa nuova zona residenziale mista che era stata realizzata appositamente per permettere a cattolici e protestanti di convivere in base a un progetto dell’esecutivo di Stormont, che è bloccato dall’inizio dell’anno da uno stallo politico apparentemente irrisolvibile. Durante l’estate, sui lampioni di Cantrell Close – la strada dove vivevano le quattro famiglie – erano state esposte le bandiere lealiste dei paramilitari dell’UVF, col chiaro intento di intimidire i residenti cattolici. Una provocazione che aveva peraltro ottenuto il via libera della parlamentare Emma Little-Pengelly, neoeletta nelle file del partito unionista protestante del DUP, che ha cercato di minimizzare l’accaduto. “All’inizio dell’estate ho parlato con decine di famiglie della zona – ha spiegato Little-Pengelly, che è anche figlia di un ex leader dei paramilitari lealisti – e molte persone mi hanno detto di essere favorevoli alla presenza dei vessilli dell’Ulster Volunteer Force perché li sentono parte delle loro tradizioni”. Ma giorni fa un portavoce dell’ente per l’assegnazione degli alloggi popolari ha confermato la gravità della crisi, raccontando che molte famiglie dell’area si presentano nei loro uffici per denunciare minacce e chiedere di essere trasferite. Quanto accaduto a Cantrell Close ha suscitato una reazione unanime da parte dei leader politici di tutti i partiti nordirlandesi, che hanno firmato una dichiarazione congiunta di condanna. “Non possiamo permettere che qualcuno riporti l’orologio indietro al 1969”, ha commentato Máirtin Ó Muilleoir, deputato del Sinn Féin ed ex sindaco di Belfast. “L’UVF dovrebbe aver cessato le proprie attività in seguito all’accordo di pace, eppure la polizia stessa ritiene che sia ancora in attività”. Ieri le bandiere sono state rimosse dalla strada, tra le proteste di alcuni residenti, uno dei quali, intervistato dal Belfast Telegraph, ha detto: “non capisco perché vogliono costringere cattolici e protestanti a vivere insieme, non funzionerà mai”.
RM

Irlanda, la frontiera impossibile

Avvenire, (9 luglio 2017)

“Pettigo, questo piccolo villaggio di quattrocento anime al confine tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, rappresenta uno dei più grandi paradossi della guerra. Alcune strade, alcune case e alcuni abitanti sono coinvolti nel conflitto ma basta attraversare un ponte per trovare la pace, cibo in quantità, alcol e tabacco”. È quanto scrisse in un giorno d’agosto del 1945 Phillip Callahan, un aviatore dell’esercito statunitense arrivato in quel paesino della contea di Donegal durante gli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale. Il suo sguardo stupito di osservatore straniero spiega come la neutralità di Dublino e la belligerenza di Belfast avessero messo impietosamente a nudo l’assurdità della divisione artificiale dell’Irlanda. Un confine schizofrenico correva ormai da oltre vent’anni lungo 500 chilometri dell’isola, dall’estuario del fiume Foyle al mare d’Irlanda, formando una delle più atipiche frontiere del mondo, la cui stessa esistenza sarebbe stata a lungo oggetto di controversie per il diritto internazionale e per la costituzione irlandese. Un paradosso geopolitico e amministrativo che rischia di riesplodere anche adesso, in tutta la sua complessità, a seguito del referendum sulla Brexit. Alla consultazione del 2016 la maggioranza assoluta degli elettori dell’Irlanda del Nord si è espressa infatti a favore del “Remain” aprendo scenari del tutto impensabili fino a qualche mese fa, e non privi di implicazioni d’interesse europeo. Con l’uscita di Londra dall’Unione anche quella tra le due parti dell’Irlanda diventerebbe infatti una frontiera esterna all’UE – e dunque sensibile come quella tra Grecia e Turchia – e alcuni, a Dublino, temono persino che l’irrigidimento di quel confine possa avere conseguenze negative per il processo di pace irlandese. In questo quadro è dunque assai interessante e opportuna la retrospettiva storica sul tema compiuta da Peter Leary, studioso di Oxford e autore del recente volume Unapproved Routes: Histories of the Irish Border, 1922-1972 (Oxford University Press). Quasi un secolo fa, dopo anni di sanguinose guerre anticoloniali, Londra impose a tutta l’Irlanda il durissimo compromesso della divisione. Sei delle nove contee dell’Ulster andarono a costituire un’entità politica mai esistita fino ad allora, frutto della convergenza di interessi tra il governo britannico e la borghesia industriale dell’Ulster: lo stato dell’Irlanda del nord, pari al 17% scarso del territorio dell’isola, con un proprio parlamento nel palazzo di Stormont, alle porte di Belfast. Formato da quattro contee a maggioranza protestante (Antrim, Armagh, Down e Londonderry) e due a maggioranza cattolica (Fermanagh e Tyrone), il nuovo staterello aveva confini tracciati in modo tale da assicurare complessivamente una maggioranza di due terzi ai protestanti. Da allora l’Irlanda sarebbe rimasta divisa sine die, contro la volontà della maggioranza della popolazione e qualsiasi logica politico-giuridica. Continua la lettura di Irlanda, la frontiera impossibile

“La mia lotta in carcere con Bobby Sands”

Intervista a Séanna Walsh (Avvenire, 9.7.2017)

La svolta definitiva verso la pace in Irlanda del Nord arrivò il 28 luglio 2005, quando l’IRA annunciò la fine della lotta armata e l’avvio dello smantellamento del proprio arsenale. Mai prima  d’allora l’esercito repubblicano irlandese aveva fatto leggere un comunicato da un volontario a volto scoperto. Davanti alla telecamera, accanto a un tricolore irlandese, comparve lui: Séanna Walsh, una delle figure più note e rispettate all’interno del movimento repubblicano. Poco meno che cinquantenne, aveva trascorso ventuno anni in carcere, gran parte dei quali nei famigerati blocchi H di Long Kesh dove a partire dalla seconda metà degli anni ’70 si svolsero durissime proteste carcerarie.

Nella foto: Séanna Walsh

Ma soprattutto, Walsh era legato da un’amicizia fraterna con Bobby Sands, il martire irlandese morto il 5 maggio del 1981, dopo 66 giorni di sciopero della fame. L’abbiamo incontrato nelle stanze della City Hall di Belfast, dove oggi lavora come consigliere comunale per il partito repubblicano Sinn Féin, per chiedergli un ricordo di Sands. “Lo vidi per la prima volta nel 1972, avevo solo sedici anni ed ero appena entrato a Long Kesh dopo essere stato catturato durante un’operazione”, ci ha raccontato. “Mi misero in una delle baracche del campo, dov’era rinchiuso anche Bobby. Fu lui a introdurmi in quel mondo. Aveva solo due anni più di me, era estremamente alla mano. Diventammo subito grandi amici e trascorremmo più di tre anni là dentro insieme. Fummo rilasciati entrambi nel 1976, ci ritrovammo nell’IRA in quei pochi mesi che lo videro libero. Finché non ci catturarono di nuovo, io in agosto, Bobby in ottobre. Di fatto siamo rimasti in carcere insieme fino alla sua fine, anche se non nello stesso braccio. Le cose peggiorarono notevolmente quando Londra abolì lo status di prigioniero politico per quelli come noi. Lo scontro carcerario divenne durissimo.
Quando lo vide per l’ultima volta?
Nel settembre 1979, a una visita. Si era tagliato i capelli e la barba, era irriconoscibile. Lo abbracciai e gli augurai buona fortuna. Avevo capito che non l’avrei rivisto mai più.
Cosa ricorda di quei 66 giorni che lo condussero alla morte?
Due settimane dopo l’inizio dello sciopero della fame mi scrisse una lettera segreta nella quale mi confidò di essere molto preoccupato per la sua famiglia, sapeva che stava soffrendo molto a causa della sua decisione di entrare in sciopero ma diceva anche di essere fiducioso di arrivare a un accordo che potesse consentirgli di interrompere la protesta. Era convinto che se lui fosse morto per primo, gli inglesi sarebbero stati costretti a cedere e tutti gli altri avrebbero potuto salvarsi. Sperai con tutto me stesso che avesse ragione, ma purtroppo le cose andarono diversamente.
Non servì a niente neanche farlo eleggere in parlamento proprio durante lo sciopero.
Ricordo quando emerse l’idea di candidarlo alle elezioni supplettive. Fino a quel momento eravamo sempre stati assai sospettosi nei confronti dello strumento elettorale, eravamo convinti che non fossero in grado di cambiare niente. Ma pensai che se fosse stato eletto gli inglesi non avrebbero potuto consentire a un membro del parlamento di morire in quel modo. Mi sbagliavo.
Cos’è cambiato per lei dopo la sua morte?
Quando morì non mi sono permesso di piangere. Diventai ancora più determinato nel voler vedere la fine della presenza britannica in Irlanda. Fui rilasciato dal carcere tre anni dopo, nel 1984. Per prima cosa andai davanti alla sua tomba, al cimitero di Milltown, a giurare che avrei dedicato tutto me stesso al conflitto, fino alla riunificazione del paese e fino alla nascita di una nuova repubblica. Solo allora mi sono permesso di piangere. Nel 1988 fui arrestato di nuovo durante un attacco contro l’esercito britannico. Sono tornato in libertà solo nel settembre 1998, in seguito agli accordi del Venerdì Santo. Porto ancora Bobby nel mio cuore, sarà sempre nei miei ricordi più cari, ma non è il solo motivo per cui sono ancora un repubblicano convinto. Noi ricordiamo i nostri morti, ma continuiamo a lottare per i vivi.
RM