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Bloody Sunday, un solo parà a processo

Avvenire, 15 marzo 2019

Davanti al giudice comparirà soltanto lui: il “soldato F”, com’è stato ribattezzato per tutelare la sua incolumità. Dopo un’indagine durata quasi sette anni, ieri la Procura dell’Irlanda del Nord ha reso noto che esistono elementi sufficienti per incriminare solo uno dei diciotto soldati del 1° Battaglione dei paracadutisti inglesi responsabili della strage di Derry del 30 gennaio 1972. Dell’unico soldato che finirà sotto processo per il massacro della “Domenica di sangue” sappiamo soltanto che all’epoca era un caporale dei parà e che è sospettato dell’omicidio di James Wray e William McKinney, due dei tredici manifestanti uccisi durante quel corteo pacifico sfociato in un eccidio, e per il ferimento di altri civili, quel giorno stesso. Il capo della Procura nordirlandese, Stephen Herron, ha spiegato che l’analisi di migliaia di pagine di testimonianze e prove balistiche non ha reso possibile l’incriminazione degli altri diciassette ex militari, tutti ormai anziani e da tempo pensionati. Ma ha voluto precisare che la mancata incriminazione non intende in alcun modo sminuire le conclusioni del rapporto Saville, secondo le quali le vittime non rappresentavano alcuna minaccia per i soldati. Nel 2010, dopo dodici anni di lavori, l’inchiesta presieduta dal giudice Lord Saville aveva infatti accertato che i paracadutisti inglesi non si erano difesi da alcun attacco – com’era stato sostenuto pretestuosamente fino ad allora – ma avevano aperto il fuoco sulla folla, uccidendo civili innocenti. Due anni dopo la conclusione di quell’inchiesta la polizia avviò poi anche l’indagine per individuare i colpevoli dell’eccidio. Ma la decisione della Procura, attesissima da settimane, è stata una doccia fredda per i familiari delle vittime e i sopravvissuti alla strage che da quasi mezzo secolo animano una battaglia esemplare per ottenere giustizia. Ieri mattina sono usciti di casa sotto la pioggia battente, tra gli applausi della gente che li osservava sfilare, riunendosi in un corteo silenzioso che ha ripercorso i luoghi della strage di 47 anni fa. Si sono diretti verso gli uffici della Procura tenendo in mano una foto nera che raffigurava il volto del proprio congiunto ucciso quel giorno. Poi hanno tenuto una partecipatissima conferenza stampa nei locali della Guildhall, il municipio cittadino. “Nonostante la delusione sentiamo in un certo senso di aver vinto”, ha affermato John Kelly, che il 30 gennaio 1972 perse suo fratello Michael, di soli 17 anni. “Almeno un soldato sarà processato e la giustizia per una famiglia rappresenta la giustizia per tutti noi”. “Da quando i nostri cari sono stati uccisi abbiamo percorso un lungo cammino”, ha aggiunto, “La nostra battaglia non è ancora finita e il trascorrere del tempo non deve essere usato come un alibi”. Ma non tutti i familiari hanno accolto così diplomaticamente la decisione della procura. “Sono distrutta. Dopo la ‘Bloody Sunday’, oggi è il giorno più brutto della mia vita”, ha commentato Kate Nash, riuscendo a stento a trattenere lacrime di rabbia. L’atteggiamento di Londra non ha d’altra parte contribuito a placare gli animi. Nei giorni scorsi molti politici britannici hanno fatto a gara per difendere i soldati dall’incriminazione innescando non poche polemiche. Il sottosegretario per l’Irlanda del Nord, Karen Bradley, è stata costretta a presentare scuse ufficiali dopo una dichiarazione a dir poco inopportuna (“i militari non hanno commesso alcun crimine in Irlanda”, aveva detto alla Camera dei Comuni). Ieri il primo ministro Theresa May ha ribadito che il governo “è chiaramente in debito nei confronti di chi ha prestato servizio con coraggio per portare la pace in Irlanda del Nord”, mentre il Ministro della Difesa, Gavin Williamson, ha confermato che sarà Londra a sostenere tutte le spese legali per il “soldato F”.
RM

La “Nuova IRA” soffia sulla Brexit

Venerdì di Repubblica, 15 febbraio 2019

Se pensavate che la guerra in Irlanda del Nord fosse un lontano ricordo del passato forse dovrete cominciare a ricredervi. Per farlo vi basterà andare a Derry, la cittadina tristemente famosa per la “Bloody Sunday” del 30 gennaio 1972, quando i paracadutisti britannici uccisero quattordici persone inermi durante una manifestazione pacifica per i diritti civili. Secondo la polizia e i servizi segreti del MI5 si trova qui la roccaforte dei dissidenti repubblicani, quelli da sempre contrari all’Accordo di pace del 1998 e ritenuti responsabili di almeno la metà dei 150 morti contati da allora. La violenza è rimasta sotto traccia per anni ma adesso – complice la Brexit – rischia di riaccendersi. Dal 2017 risultano in crescita le spedizioni punitive e gli attentati contro la polizia e le guardie carcerarie, mentre gli arresti e i ritrovamenti di armi ed esplosivi non fanno quasi più notizia. Il 19 gennaio scorso davanti al tribunale di Derry, nel cuore del centro cittadino, è esplosa un’autobomba attribuita alla cosiddetta ‘New IRA’, un gruppo armato attivo dal 2012 e considerato oggi la principale minaccia alla pace in Irlanda. Se durante il conflitto l’IRA ebbe il suo braccio politico nel Sinn Féin di Gerry Adams, questa “nuova IRA” avrebbe il proprio alter-ego in Saoradh (termine irlandese che si legge ‘sirù’ e significa “liberazione”), un partito rivoluzionario di estrema sinistra fondato tre anni fa e ispirato alle idee di James Connolly, il leader socialista fucilato dagli inglesi dopo la rivolta di Pasqua del 1916. Il capo della polizia dell’Irlanda del Nord, George Hamilton, non ha dubbi: Saoradh è il braccio politico della New IRA. Ma i membri del partito hanno sempre negato di avere alcun legame con il gruppo paramilitare e denunciano di essere perseguitati dalle forze dell’ordine. I cinque uomini arrestati dopo l’attentato al tribunale – e poi rilasciati senza alcuna accusa – erano tutti suoi militanti. A Derry la sede del partito si trova al piano terra di un edificio del Bogside, il quartiere dove si consumò la strage del 1972. L’ufficio è intitolato a James “Junior” McDaid, un comandante dell’IRA ucciso in uno scontro a fuoco con l’esercito britannico alla fine di quell’anno maledetto. Un murale sulla facciata del palazzo raffigura un combattente a volto coperto che imbraccia un lanciagranate. Alcuni mesi fa la polizia fece irruzione durante una conferenza stampa e arrestò dieci membri del partito rei di aver preso parte a una marcia in uniforme militare con i volti coperti. La vicepresidente del partito, Mandy Duffy, 40 anni, ci accoglie all’interno spiegandoci che il loro obiettivo è porre fine alla presenza britannica in Irlanda e riunificare l’isola. “Non è una questione di hard border o di soft border. La Brexit conferma che siamo un paese a sovranità limitata. La presenza delle forze di sicurezza al confine aumenterà la violenza perché sarà una dimostrazione concreta del dominio britannico sul nostro paese e riporterà alla memoria i tempi in cui la nostra gente veniva maltrattata e persino ammazzata dai soldati ai controlli di frontiera”. Duffy ribadisce che Saoradh non ha alcun legame con gli autori dell’attentato al tribunale e non sarà mai controllato da altre organizzazioni, siano esse armate o meno. “Ma finché il potere dominante sarà l’imperialismo – spiega – ci saranno sempre donne e uomini disposti a impegnarsi nella lotta armata rivoluzionaria”. Poi aggiunge che Saoradh sta aprendo sedi in tutta l’isola ed è tutto tranne che un partito di nostalgici. Accanto a lei siede Nathan Hastings, 26 anni, da poco uscito dal carcere di massima sicurezza di Maghaberry, vicino a Belfast, dove ha scontato una condanna a cinque anni per possesso di armi ed esplosivi. Nel 1998, quando fu firmato l’accordo di pace, era un bambino. Ha frequentato con il massimo dei voti il collegio cattolico St. Columb di Derry, lo stesso dove studiarono due futuri premi Nobel: Seamus Heaney e John Hume. Hastings pensava di andare all’università, prima di aderire alla lotta armata entrando nelle file della New IRA. Dopo aver trascorso lunghi periodi di isolamento in carcere si è avvicinato a Saoradh e adesso dirige il dipartimento che si occupa dei prigionieri politici. “Ancora oggi ci sono decine di detenuti repubblicani che subiscono pestaggi, perquisizioni forzate e altre vessazioni”, denuncia. “Per questo ci ispiriamo alla tradizione delle lotte carcerarie degli anni ‘80, quelle di Bobby Sands”. L’accenno al grande martire del repubblicanesimo irlandese non è casuale. Il linguaggio, la liturgia e i punti di riferimento culturali di Saoradh coincidono con quelli usati dal Sinn Féin in passato. Nel novembre scorso il congresso del partito ha eletto presidente il 57enne Brian Kenna, di Dublino, un ex prigioniero dell’IRA allontanatosi dal Sinn Féin subito dopo la firma dell’accordo di pace. L’assemblea ha ribadito la linea orgogliosamente astensionista, considera illegittimo il parlamento di Stormont e ritiene che quelli come Gerry Adams abbiano svenduto la causa dell’indipendentismo sull’altare della realpolitik. Il sostegno popolare nei loro confronti non appare paragonabile a quello di cui godeva il Sinn Féin durante il conflitto, tuttavia i repubblicani dissidenti sono decisi a sfruttare fino in fondo le incertezze politiche in cui versa l’Irlanda del Nord. Da due anni le istituzioni sono bloccate a causa della sospensione di Stormont ma soprattutto la Brexit ha fatto tornare al centro dell’agenda politica la questione del confine irlandese, con il rischio concreto di una possibile escalation di violenza. “Escludo che lo scontro possa tornare ai livelli di venti o trent’anni fa”, assicura Peter Taylor, veterano della Bbc, uno dei giornalisti più esperti del conflitto anglo-irlandese. “Tuttavia il livello di allerta è considerato molto alto perché la New IRA rappresenta una grave minaccia alla pace”. Dal 2012 a oggi il gruppo ha ucciso due guardie carcerarie e ha messo a segno decine di piccoli attentati contro caserme e postazioni militari, molti dei quali proprio a Derry. Rispolverando anche un classico dei tempi del conflitto: gli attacchi a colpi di mortaio. La sua capacità di reclutare uomini e di finanziarsi con il contrabbando di benzina e il commercio illegale di sigarette è considerata in forte crescita. “Le sue origini – ricorda Taylor – risalgono all’assemblea straordinaria che i vertici dell’IRA organizzarono nel 1997, sei mesi prima dell’accordo di pace, in un piccolo villaggio del Donegal. Le decisioni di Gerry Adams non furono approvate all’unanimità. Alcuni se ne andarono in segno di protesta, sentendosi traditi. Erano contrari alla linea della leadership del Sinn Féin e volevano continuare a battersi con la forza per la riunificazione dell’isola”. Tra loro c’erano uomini esperti che conoscevano i nascondigli di una parte del vasto arsenale dell’IRA. Armi che adesso sono in mano alla New IRA. “In assenza di dati ufficiali – conclude Taylor – possiamo stimare il loro potenziale tra i cinquanta e i cento membri militarmente attivi. Di qualsiasi età. Al culmine del conflitto, per rendere l’idea, gli effettivi della vecchia IRA erano poco più di cinquecento”.
RM

L’infinita letteratura sull’Irlanda divisa

Avvenire, 20.12.2018

È curioso che proprio nell’anno in cui si è celebrato il ventennale dell’Accordo di pace in Irlanda del Nord il principale premio letterario in lingua inglese sia stato assegnato per la prima volta a una scrittrice nordirlandese per un romanzo ambientato durante il conflitto. Anna Burns, originaria di Belfast ma ormai radicata in Inghilterra, si è aggiudicata il prestigioso Man Booker Prize con Milkman, un’opera dalla scrittura definita “altamente letteraria” che affronta temi quali l’oppressione, il patriarcato, il sospetto, la paura. “Nessuno di noi aveva mai letto qualcosa di simile prima”, ha chiosato il presidente della giuria del premio, Kwame Anthony Appiah, alimentando l’attesa per la traduzione italiana del romanzo che uscirà nei primi mesi del 2019 con l’editore Keller. Prima della 56enne Burns, il Booker Prize è stato vinto in passato da superstar letterarie come Nadine Gordimer, Salman Rushdie, Ian McEwan, John Banville e da futuri premi Nobel, fra cui J.M. Coetzee, Doris Lessing e Kazuo Ishiguro. Ma l’aspetto più sorprendente, nella vittoria della scrittrice di Belfast, è l’ambientazione scelta per il suo romanzo. Dopo la firma dell’Accordo del Venerdì Santo del 1998, la guerra in Irlanda del Nord aveva infatti smesso di essere un soggetto letterario: l’attenzione degli scrittori irlandesi si era rivolta altrove, quasi come se non vi fosse più niente da raccontare all’interno di un genere che tra i suoi capisaldi conta molti testi di grande spessore ma ormai storicizzati. Era il 1977 quando uscì lo splendido romanzo Shadows on Our Skin di Jennifer Johnston (tradotto in italiano col titolo Ombre sulla nostra pelle). La grande scrittrice dublinese ‘inaugurò’ il genere con una storia di violenza raccontata attraverso gli occhi innocenti e lo sguardo acuto di un bambino di dieci anni, una prospettiva che in seguito sarebbe stata ripresa da molti altri autori. Joe Logan, il piccolo protagonista del romanzo ambientato a Derry, scrive poesie in rima mentre fuori il mondo va a rotoli e la sua famiglia si disgrega tra alcol, malattie e disperazione. I fragili equilibri interiori del piccolo finiranno per spezzarsi a causa di Brendan, il fratello maggiore che condivide l’aspirazione del padre per un’Irlanda libera. Il protagonista è descritto magistralmente dalla prosa di Johnston, intessuta di molteplici sottotrame e capace di creare un’attesa continua nel lettore. Solo pochi anni più tardi, nel 1983, uscì un’altra pietra miliare, Cal di Bernard MacLaverty. Un romanzo a tratti commovente, che racconta la crescita spirituale di un giovane cattolico di Belfast costretto a trovare rifugio in una baracca dopo l’incendio doloso della sua casa. McLaverty descrive un personaggio complesso, dalle mille sfaccettature, la cui vita è in realtà una metafora dell’Irlanda divisa tra le opposte convinzioni politiche e religiose. L’odio settario, il pregiudizio e la guerra a bassa intensità che per decenni ha costretto la gente comune a vivere nel terrore sono il contesto nel quale prende forma anche Le menzogne del silenzio di Brian Moore, che nel 1990 fu tra i romanzi finalisti del Booker Prize. Michael Dillon, il protagonista, è “un poeta fallito in abiti eleganti”, che decide di chiedere il divorzio e di fuggire con la giovane amante ma è costretto a compiere un attentato da un commando dell’IRA che ha preso in ostaggio sua moglie. Un romanzo memorabile, nel quale il compianto Moore è capace di fondere in modo straordinario la tensione del thriller con i dilemmi morali degli abitanti dell’Irlanda del Nord di quell’epoca. Gli anni ‘90 sono stati senza dubbio il periodo più prolifico, anche sul piao qualitativo, di opere letterarie incentrate sul conflitto anglo-irlandese. Persino due mostri sacri come Edna O’Brien e Seamus Deane si sono cimentati con il genere. Con Uno splendido isolamento – uno dei suoi romanzi più belli, uscito nel 1994 -, la O’Brien si discostò anche stilisticamente dalle sue opere precedenti con una storia incentrata sul rapporto di fiducia e amicizia che si instaura tra un membro dell’IRA braccato dalla polizia e una donna anziana e malata. La grande scrittrice lasciò l’Irlanda come alcuni suoi illustri connazionali – Joyce e Beckett su tutti -, ma l’Irlanda e i cosiddetti “Troubles” non l’avrebbero lasciata mai: nella sua vasta produzione il tema torna di nuovo nel racconto Fiore nero, contenuto nella raccolta Oggetto d’amore, recentemente uscita in traduzione italiana per Einaudi.
Seamus Deane ha invece ambientato a Derry il suo romanzo più famoso, Le parole della notte, uscito nel 1996 e poi tradotto in decine di edizioni in tutto il mondo. Anche in questo caso la voce narrante è quella di un ragazzino, affascinato dalla dimensione fantastica che lo circonda. Ben presto però il suo mondo intriso di leggende si scontra con la realtà della vita quotidiana a Derry. Con il precipitare degli eventi la narrazione di Deane si fa claustrofobica, proprio come le strade dell’enclave cattolica della città, che diventano teatro di una feroce guerriglia urbana. “Rischiammo di soffocare per i gas sparati dall’esercito, vedemmo o udimmo le esplosioni, i colpi d’arma da fuoco, i disordini che si avvicinavano con i loro confusi rumori di vetri infranti, i lampi delle bombe molotov, le urla isolate che sfociavano in un latrare prolungato e il concertato tamburellare dei manganelli sugli scudi antisommossa”. E si svolge sempre a Derry, nello stesso periodo, anche quello che molti critici irlandesi considerano uno dei più bei romanzi mai scritti sul conflitto: The International di Glenn Patterson, pubblicato nel 1999 pochi mesi dopo la firma dell’accordo di pace e purtroppo non ancora tradotto in italiano. Patterson dà forma a una circolarità di eventi condita da un’amara ironia e riesce a evocare un senso di nostalgia per quello che Belfast era prima della guerra. Con un incipit indimenticabile. “Se avessi saputo che la storia sarebbe cambiata per sempre il giorno dopo, avrei fatto lo sforzo di svegliarmi prima dell’ora del tè” chiosa Danny, barista diciottenne, osservando le persone che affollano un hotel del centro di Belfast un sabato sera di gennaio del 1967.
Risalgono sempre a quegli anni anche due romanzi che hanno riscosso in Italia un successo superiore a quello ottenuto in patria. Si tratta di Resurrection Man di Eoin McNamee e di Eureka Street di Robert MacLiam Wilson. Il primo è ispirato alla storia degli “Shankill Butchers”, una feroce banda di protestanti che terrorizzò Belfast negli anni ‘70, i cui componenti rapivano, torturavano, mutilavano e ammazzavano sadicamente le loro vittime cattoliche. Non è un capolavoro letterario ma un contributo prezioso per comprendere l’isteria e la crudeltà gratuita di quella guerra. Quello di MacLiam Wilson, divenuto negli anni quasi un libro di culto per gli amanti del genere, è invece un romanzo di formazione, una storia di amicizia, di amore e solitudine, tra persone comuni che vivono in una città e in un paese in preda al caos. Jake e Chuckie, l’uno cattolico e l’altro protestante, eppure capaci di un affetto viscerale e disinteressato nonostante le differenze politiche, culturali, religiose. Sono il simbolo e l’auspicio di un futuro condiviso dopo anni di sofferenze.
RM

Loughinisland, la strage deve restare un mistero

Venerdì di Repubblica, 23.11.2018

Quando nel 2012 l’allora primo ministro inglese David Cameron denunciò l’esistenza di “un livello impressionante di collusione” tra lo stato britannico e i gruppi paramilitari lealisti dell’Irlanda del Nord non fu preso troppo sul serio. Eppure molte inchieste avevano già rivelato il coinvolgimento delle forze di sicurezza in omicidi indiscriminati e operazioni sotto copertura contro i civili irlandesi tra gli anni ‘70 e i ‘90. Il tema è riemerso con forza nelle settimane scorse, quando decine di poliziotti armati si sono presentati la mattina presto a casa di Barry McCaffrey, uno dei più noti giornalisti di Belfast, e l’hanno arrestato. La stessa sorte è toccata poi anche al produttore cinematografico Trevor Birney. Entrambi avevano lavorato recentemente a No Stone Unturned, il documentario uscito un anno fa con la regia del premio Oscar Alex Gibney, che indaga sul più controverso massacro avvenuto negli ultimi mesi del conflitto in Irlanda del Nord. Il 18 giugno 1994 un commando del gruppo paramilitare lealista UVF fece irruzione in un pub del piccolo villaggio di Loughinisland, nella contea di Down, e aprì il fuoco sulle persone riunite a guardare la partita dei mondiali di calcio tra Italia e Irlanda. Sei cattolici irlandesi rimasero uccisi a sangue freddo in quello che fu definito “il massacro della coppa del mondo”, i cui colpevoli sono tuttora in libertà. Fin da subito emersero fondati sospetti che i killer avessero agito d’intesa con le forze di sicurezza britanniche e un recente rapporto del Police Ombudsman, il Difensore civico della polizia, Michael Maguire ha confermato che si trattò dell’ennesimo caso di collusione tra i paramilitari protestanti e le forze di polizia dell’Ulster.

Il luogo della strage

Il documentario di Gibney si spinge oltre: fa i nomi degli assassini e rivela che le indagini furono insabbiate perché il capo del commando era un informatore di spicco del governo britannico, che oggi vive indisturbato non lontano dal luogo del massacro. Ma invece dell’arresto e dell’incriminazione dei colpevoli sono scattate le manette per McCaffrey e Birney, sospettati di aver sottratto indebitamente documenti riservati dagli uffici di Maguire. Rilasciati su cauzione, i due dovranno essere interrogati di nuovo il 30 novembre, sebbene nel frattempo nessuna accusa sia stata formalizzata nei loro confronti e l’Ombudsman abbia fatto sapere di non aver denunciato alcun furto dai suoi uffici. Il regista Alex Gibney non ha dubbi: “gli arresti sono un chiaro atto intimidatorio per prevenire ulteriori inchieste sull’operato della polizia e delle forze di sicurezza in quegli anni”.
RM

Il sogno spezzato del Belfast Celtic

Avvenire, 7.9.2018

La leggenda del Belfast Celtic finì per sempre nella notte di Santo Stefano del 1948. Nell’Irlanda del Nord di quegli anni, in preda al settarismo e alla violenza, non poteva esserci spazio per una squadra che pur rappresentando la parte indipendentista e cattolica di una città divisa praticava la tolleranza e l’inclusione, tesserava giocatori di qualsiasi confessione religiosa e vantava tifosi anche nei quartieri protestanti.

Una formazione del Belfast Celtic

Il 26 dicembre di settant’anni fa, quel club capace di vincere decine di titoli nazionali e di formare alcuni dei più grandi giocatori del calcio irlandese disputò la sua ultima partita nello stadio di Windsor Park, già teatro negli anni precedenti di gravi episodi di violenza aizzati dalle divisioni politico-sociali. Ventisettemila spettatori infreddoliti assistettero all’ennesimo derby cittadino con il Linfield, una squadra da sempre dichiaratamente lealista e anti-cattolica, al cui interno vigeva la regola non scritta di tesserare soltanto giocatori protestanti. A pochi minuti dal fischio finale, con il Celtic in vantaggio per uno a zero, il Linfield trovò all’improvviso l’insperato gol del pareggio. Sugli spalti si scatenò il finimondo: i tifosi della squadra di casa invasero il campo per festeggiare la rete ma poi si avventarono sui giocatori avversari, ferendone tre in modo grave. Ad avere la peggio fu il giovane centravanti Jimmy Jones, considerato un traditore perché era protestante ma giocava con gli odiatissimi rivali del Celtic. Il branco lo aggredì, lo picchiò a sangue e gli spezzò una gamba. Jones riuscì a salvarsi quasi per miracolo con l’aiuto dei suoi compagni ma poté riprendere l’attività agonistica soltanto due anni dopo, reduce da una serie di delicati interventi chirurgici. In passato, soprattutto ai tempi della guerra d’indipendenza, i derby tra le due principali squadre di Belfast erano stati segnati persino da sparatorie tra i tifosi ma stavolta era stato oltrepassato ogni limite. Quella notte stessa i dirigenti del Celtic decisero di ritirare la squadra dal campionato e di non partecipare ai campionati successivi. Giocare a calcio era diventato troppo pericoloso. Alcuni anni dopo la squadra più gloriosa della città fu sciolta definitivamente. Si concludeva così, dopo una storia costellata da epiche vittorie e da tragici incidenti con le tifoserie lealiste, la leggenda del “Grand Old Team”, una squadra nata per dare un’opportunità di riscatto alla derelitta comunità cattolica di Belfast. Non solo il nome ma anche le maglie bianco-verdi erano un omaggio al Celtic di Glasgow, la squadra degli emigranti irlandesi in Scozia. E persino lo stadio, il grandioso Celtic Park che poteva contenere ben 55000 spettatori, era stato ribattezzato “Paradise” dai tifosi, proprio come a Glasgow. Oggi quel mitico impianto non esiste più – è stato abbattuto per lasciare spazio a un centro commerciale – ma nel cuore del ghetto cattolico di West Belfast una targa, al numero 88 di Falls Road, ricorda il luogo esatto dove fu fondato il club che è rimasto vivo nella memoria popolare fino ai giorni nostri.
Quella del Belfast Celtic è una delle tante storie contenute in The Poppy e the Lily. Calcio ed etnia a Belfast (Urbone publishing) di Gianluca Cettineo, un libro che racconta le divisioni politiche, sociali e culturali dell’Irlanda del Nord dall’angolatura insolita ma illuminante dei campi di calcio. La geografia urbana, a Belfast, ricalca tali divisioni in modo simmetrico: il Linfield fu fondato nel lontano 1866 a Sandy Row, un quartiere del centro solitamente ostile ai cattolici, da una comunità di operai protestanti affiliati all’Ordine d’Orange. La sua prima uniforme di gara bianca, rossa e blu richiama i tradizionali colori dell’Union Jack britannica mentre la seconda maglia è arancione proprio in onore dell’Orange Order. La squadra dei quartieri protestanti di Belfast est è invece il Glentoran, il secondo club più titolato del paese, famoso anche perché negli anni ‘60 scartò un giovane di Belfast che sarebbe diventato uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi: George Best. Sui muri della città può capitare ancora oggi di imbattersi nella scritta “Maradona good, Pelè better, George Best”, l’orgogliosa rivendicazione di aver dato i natali a un campionissimo. Ma dopo di lui il calcio nordirlandese non ha prodotto molto altro, nonostante la clamorosa qualificazione agli europei 2016. Tra i nomi da ricordare, in passato, figurano soltanto Charlie Tully, colonna del Celtic Glasgow negli anni ‘50, e Patrick O’Connell, celebre allenatore che guidò il Barcellona negli anni tra le due guerre mondiali.

George Best ricordato su un murale di Belfast

Dopo la scomparsa del Belfast Celtic, gli indipendentisti cattolici della capitale tifano quasi tutti per i biancorossi del Cliftonville, che giocano i match interni nel piccolo “Solitude”, lo stadio dell’enclave cattolica di Ardoyne, a Belfast nord. Negli ultimi anni la squadra ha adottato una decisa politica anti-settarismo e la sua tifoseria organizzata partecipa attivamente alla vita del club, persino occupandosi della raccolta dei rifiuti e delle pulizie dentro lo stadio.
Il conflitto ha segnato anche la storia del Derry Football club, la squadra del ghetto cattolico di Bogside dove ebbe luogo la strage della “Bloody Sunday” del 1972, quattordici civili massacrati dai paracadutisti inglesi durante un corteo per i diritti civili. I bianco-rossi di Derry non sono scomparsi come il Celtic ma sono stati ostracizzati e costretti ad auto-esiliarsi al di là del confine. Dopo anni di violenti scontri con i tifosi delle squadre protestanti, nel 1971 la polizia chiuse il loro stadio per motivi di sicurezza, obbligando il club a giocare le partite casalinghe nella vicina città di Coleraine, a maggioranza protestante. Nel 1985, con l’intercessione della Fifa, il club di Derry è infine ‘emigrato’ nella Lega calcistica della Repubblica irlandese, dove milita ancora con ottimi risultati, tra i quali spicca uno storico “triplete” di trofei nazionali, nel 1989. Neanche l’accordo di pace siglato vent’anni fa è riuscito a spegnere del tutto le tensioni negli stadi e il football in Irlanda del Nord continua a essere uno dei modi in cui si manifesta lo scontro identitario tra repubblicani cattolici e unionisti protestanti. I cori delle curve – opportunamente citati nel libro di Cettineo – trasudano ancora un odio ancestrale che è capace persino di irridere un’immane tragedia come la Grande Carestia del XIX secolo.
RM