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Srebrenica, il calcio cura le ferite

Avvenire, 12.5.2017

C’è qualcosa di unico e di inspiegabile nella storia del FK Guber, la squadra di calcio di Srebrenica. In un’area della Bosnia che circa vent’anni fa è stata teatro del più grande orrore compiuto in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale, in una città ancora paralizzata dai fantasmi del genocidio, per una volta è il pallone a favorire la convivenza, la tolleranza e l’amicizia tra i giovani di tutte le etnie. Come se una misteriosa alchimia avesse reso possibile sul campo da gioco quello che ancora oggi rimane un miraggio nella vita di tutti i giorni. Per cercare di spiegare le ragioni di questo vero e proprio miracolo sportivo è necessario risalire alle sue radici. Ci si imbatte nel piccolo stadio del Guber poco prima di arrivare a Srebrenica, qualche chilometro dopo l’imponente memoriale di Potocari, dedicato agli ottomila bosniaci musulmani massacrati dalle milizie serbe nel 1995. La squadra di calcio fu fondata nel 1924 da un serbo e da un musulmano che donarono i loro appezzamenti di terreno confinanti per consentire la realizzazione del campo e delle piccole tribune. Nella sua storia ormai quasi centenaria, il Guber ha sempre militato nelle serie minori dando spazio a giocatori e dirigenti di tutte le etnie.

Una formazione del FK Guber Srebrenica

Raramente si è affacciato nel calcio che conta, ma i più anziani ricordano ancora la straordinaria impresa compiuta nel 1989 nei sedicesimi di finale della coppa nazionale di Jugoslava, quando i biancazzurri di Srebrenica si concessero il lusso di battere ai rigori una squadra di prima divisione, il Buducnost di Titograd (l’attuale Podgorica). A indossare i panni dell’eroe, quel giorno, ci pensò il portiere Jusuf Malagic, parando il rigore decisivo calciato da un giovane campione, fresco vincitore dei mondiali juniores e pronto a diventare la stella del Partizan Belgrado e poi del Real Madrid: Predrag Mijatovic. Partite e allenamenti sono proseguiti anche durante la prima fase della guerra degli anni ’90, quasi a voler esorcizzare i massacri e le deportazioni attraverso il potere salvifico dello sport. Ma di lì a poco anche quella piccola e fragile utopia sarebbe stata travolta dalla barbarie, molti dei suoi giocatori furono uccisi e finirono nelle fosse comuni disseminate nella campagna, lungo il corso della Drina. La ricostruzione sarebbe arrivata una decina d’anni più tardi, nel 2004. Tra i rifugiati che fecero ritorno in città c’era anche Malagic, il portiere “eroe” del 1989. Fu lui il primo a credere che il Guber potesse rinascere dalle proprie ceneri e tornare a promuovere quei principi che erano stati spazzati via insieme a tante vite umane. A poco a poco, grazie al fondamentale aiuto finanziario di alcune Ong e federazioni calcistiche europee, è stata rimessa in piedi una scuola calcio per i più giovani. All’inizio erano in pochi a credere in un progetto che traeva la propria forza dall’integrazione e dal dialogo interculturale. Ma col tempo la passione è riuscita a prevalere sulla diffidenza e sul pregiudizio, mentre la prima squadra ha cominciato a scalare le classifiche dei campionati dilettantistici. “Alcuni dei nostri ragazzi hanno perso i familiari durante la guerra oppure hanno avuto padri, zii o fratelli maggiori che hanno combattuto gli uni contro gli altri”, spiega l’allenatore Emir Bektic. “Eppure oggi il passato non li divide più e grazie al calcio sono riusciti a diventare amici”. L’anno scorso la squadra è stata promossa nella seconda divisione della Repubblica Srpska, il corrispettivo della Lega Pro per il campionato di calcio italiano. Anche adesso che si trova appena due gradini sotto l’ambitissima Premier League bosniaca, continua ad annoverare nel suo organico giocatori serbi, croati e musulmani. “Riuscire a convivere è la nostra vera vittoria – conclude Bektic – credo che il Guber rappresenti un modello di speranza per il futuro di Srebrenica e di tutta la Bosnia”.
RM

Il comandante bosniaco che preferì restare umano

Venerdì di Repubblica, 10.1.2017

“Non chiamatemi eroe, sono soltanto un uomo”: Amir Reko continua a ripeterlo tutte le volte che viene chiamato a raccontare la sua storia, tragica ed esemplare, accaduta esattamente venticinque anni fa, agli albori della guerra di Bosnia. Eppure questo ex militare dallo sguardo triste, oggi poco più che cinquantenne, è riuscito con un solo gesto a contraddire tutti i luoghi comuni sul rancore cieco e vendicativo del conflitto nei Balcani. Era diventato da poco comandante della 43esima Brigata di difesa territoriale bosniaca, in quella maledetta estate del 1992, quando venne informato che le milizie serbe avevano attaccato il villaggio di Gudelj, a poco più di cento chilometri da Sarajevo, massacrando la popolazione. Nella lista dei civili bruciati vivi nelle loro case c’erano sua madre, suo nonno e altri cinque componenti della sua famiglia. Un paio di giorni dopo il Comando bosniaco ordinò alla sua divisione di attaccare il vicino villaggio di Bucje, a maggioranza serba, perché rappresentava una possibile minaccia. Il destino gli stava offrendo la possibilità immediata di vendicarsi, di sfogare la sua rabbia e la sua disperazione su altri civili innocenti e inermi come i suoi familiari. Ma la sua coscienza si ribellò di fronte all’orrore e gli impedì di diventare a sua volta un carnefice. “Non condividevo il modo in cui ci ordinavano di attaccare il villaggio, sapevo che avrebbe avuto conseguenze fatali per donne, vecchi e bambini – spiega oggi – così rassicurai gli abitanti dicendo che non avremmo torto loro un capello, e feci in modo che si mettessero al sicuro”. Alcuni dei suoi uomini avevano perso i propri cari per mano dei serbi e non condivisero la sua decisione. Qualcuno lo accusò di essere un debole, un codardo, e gli disse che il suo gesto non avrebbe evitato l’ennesima pulizia etnica nell’area. Invece i quarantacinque abitanti di Bucje si salvarono tutti e oggi riconoscono di essere vivi soltanto grazie a lui. La sua vicenda è rimasta a lungo nell’oblio anche perché in Bosnia c’è ancora una certa reticenza a raccontare storie simili, per timore di essere accusati di tradimento dalla propria comunità. A renderla pubblica è stata un documentario prodotto dall’Institute for War and Peace Reporting di Londra, nel quale Reko pronuncia parole che suonano come un inno alla convivenza e alla tolleranza. “Mia nonna fu salvata da un serbo durante la Seconda guerra mondiale, io stesso nel 1992 sono stato salvato da un commilitone serbo che mi aiutò a oltrepassare le linee nemiche per raggiungere la città Gorazde, mia madre ha sempre convissuto con i serbi, prima di essere uccisa, e quindi non posso condannare l’intero popolo serbo per quello che è successo alla mia famiglia”. Dopo la guerra Reko ha lasciato il suo paese per trasferirsi in Danimarca, dove si è costruito una nuova vita diventando un uomo d’affari. La sua azienda produce piatti da cucina in legno che vengono venduti nei supermercati dei paesi scandinavi e da poco ha aperto anche una filiale in Bosnia. Nel frattempo sono state lanciate iniziative per proporre la sua candidatura al Nobel per la pace e per raccontare la sua storia in un film. Di fronte a quel che resta della sua casa bruciata, l’ex comandante Reko ha fatto costruire un monumento alla memoria di sua madre e della sua famiglia. “È difficile restare umani durante una guerra come quella, ma niente può giustificare certi crimini – spiega -. Non credo di essere un eroe, ho fatto solo quello che chiunque avrebbe dovuto fare in una situazione simile”.
RM

Karadzic in Irlanda

Avvenire, 23.4.2016

E’ uscito The Little Red Chairs, il nuovo attesissimo romanzo di Edna O’Brien

Migliaia di sedie rosse, vuote come testimoni muti, furono messe in fila qualche anno fa sulla via Maršala Tita di Sarajevo per commemorare le vittime dell’assedio della città che durò dal 1992 al 1996. Erano 11541, una per ciascun cittadino che perse la vita in quei 44 mesi d’orrore. In quella marea rossa che per giorni colorò evocativamente il centro della città-martire della Bosnia si notavano anche centinaia di sedie di piccole dimensioni, a ricordo dei bambini uccisi. L’immagine più poetica, struggente e letteraria del dopoguerra bosniaco ha fornito a Edna O’Brien lo spunto intorno al quale costruire il suo nuovo attesissimo romanzo, The Little Red Chairs. Giunta alla soglia degli 85 anni, con più di venti romanzi alle spalle, la grande scrittrice irlandese si confronta per la prima volta con temi per lei del tutto inediti – come la guerra nei Balcani – senza abbandonare la sua consueta esplorazione della vita dell’Irlanda di provincia da una prospettiva femminile. La storia si svolge in un piccolo paese immaginario della costa occidentale irlandese chiamato Cloonoila, la cui vita tranquilla e anonima è sconvolta all’improvviso dall’arrivo di un misterioso straniero proveniente dal Montenegro. A prima vista può ricordare Christy Mahon, uno dei personaggi più noti della letteratura irlandese del XX secolo, il protagonista di The Playboy of the Western World, di J.M. Synge. Ma il dottor Vladimir Dragan, capelli lunghi e barba bianca, guaritore e poeta, uomo affascinante e misterioso, è chiaramente ispirato alla figura di Radovan Karadzic, il macellaio di Srebrenica, recentemente condannato a 40 anni di carcere per genocidio e crimini contro l’umanità. È lui il Cuore di tenebra di conradiana memoria che consente alla O’Brien di costruire una riflessione sul male e sui sensi di colpa, ma anche sull’espiazione e sulla speranza. Con l’incedere della storia si capisce però che l’obiettivo della scrittrice non è la guerra in Bosnia o la figura di Karadzic – la cui psiche non viene mai analizzata nel dettaglio – bensì la sua vittima: la bella Fidelma McBride, una donna irlandese sulla quarantina che si rivolge a lui per cercare di risolvere i suoi problemi di fertilità e presto si innamora del misterioso straniero venuto dai Balcani. Fidelma è reduce da un matrimonio fallito e ha un desiderio di maternità che fino ad allora è rimasto insoddisfatto. Rimane soggiogata dal magnetismo del dottor Dragan senza sapere che l’uomo, accolto con entusiasmo in paese e da molti considerato portatore di speranza, è in realtà un criminale di guerra in fuga dal suo passato e dai giudici internazionali che gli stanno dando la caccia. La donna descritta dalla O’Brien non è una vittima tradizionale, una di quelle di Sarajevo o Srebrenica per intendersi, ma lo diventa trovandosi improvvisamente di fronte a uno dei più famosi mostri del XX secolo. Quando la sua vera identità viene infine rivelata, la sua vita sprofonda in un abisso. Come accade spesso nei romanzi della O’Brien, la donna viene punita e cacciata dal paese per aver osato rompere le regole e i codici di comportamento della comunità in cui viveva. Pur a sua insaputa si è unita a un demonio, è diventata sua complice, e tale complicità non è vanificata dalla sua innocenza. Da quel momento in poi il senso di colpa pervade tutta l’opera, e una domanda lacerante tormenta la protagonista: com’è possibile che il dottor Dragan, un guaritore dotato di grande sensibilità poetica, sia lo stesso uomo che ha fatto sterminare senza pietà migliaia di bosniaci?
La trama non si svolge tutta nel paesino irlandese, ma ruota attorno a tre differenti ambientazioni: in Irlanda, a Londra e all’Aja. Nel tentativo disperato di espiare la sua colpa, quella dell’unione col demonio, la donna si dedicherà infatti all’aiuto dei disperati e degli sfollati andando a lavorare in un campo per rifugiati di Londra. È lì che il respiro della storia si fa potente, dando voce alle vittime di pulizia etnica, ai diseredati e ai rifugiati provenienti dai paesi devastati dalle guerre, e costruisce una narrazione fatta di contrasti, che mette a confronto la bellezza e la ferocia del mondo e contrappone momenti lirici a fatti laceranti. La storia porterà infine la protagonista in Olanda, per seguire il processo intentato contro Dragan al tribunale dell’Aja, e culmina in un finale catartico, attraverso un confronto tra i due in una cella di prigione. Edna O’Brien è nota per la sua straordinaria capacità di descrivere in modo semplice e coerente persone, fatti e luoghi, e fin dal suo primo lavoro, l’acclamatissimo romanzo di formazione Ragazze di campagna uscito nel 1960 ha articolato nelle sue opere ogni genere di inquietudine femminile. Sembra trascorso molto più di mezzo secolo da quando quel libro e i cinque successivi furono censurati e messi al bando. Da tempo la O’Brien è considerata la capostipite e la più importante scrittrice irlandese contemporanea. The Little Red Chairs, già accolto come un capolavoro dalla critica inglese e statunitense, segna il suo grande, ambizioso ritorno dopo un decennio esatto di silenzio.
RM

“Nessuno scambio tra Srebrenica e Sarajevo”

Nel ventennale del genocidio di Srebrenica l’ex generale Jovan Divjak, eroe della resistenza di Sarajevo, ribadisce l’assenza di un accordo per far finire l’assedio.

Da “Avvenire” di oggi

“Srebrenica e tanti altri massacri avvenuti in Bosnia vent’anni fa rappresentano una ferita aperta che temo non si rimarginerà mai. Non avremo verità, giustizia e riconciliazione finché ci saranno tre versioni diverse della stessa storia, una croata, una serba e una bosniaca. Oggi ai giovani serbi non viene raccontato il genocidio ma solo i bombardamenti Nato su Belgrado”. Quella mattanza travestita da guerra, il generale Jovan Divjak l’ha vissuta in prima persona e continua a sentirla ogni giorno sulla propria pelle. Lui che, serbo, si trovò a difendere Sarajevo durante un assedio durato quasi quattro anni, che causò oltre diecimila morti. divjak-1_376234S1Nel 2006, per il lavoro svolto da allora con gli orfani di guerra, è stato nominato ambasciatore universale di pace. In città lo considerano tutti un eroe eppure molti, in Serbia, continuano a definirlo un disertore. “Ero comandante della difesa territoriale della Bosnia-Erzegovina – ci dice oggi, a margine delle celebrazioni del ventennale di Srebrenica – ho fatto solo il mio dovere, quello che mi era stato insegnato, cioè aiutare gli indifesi. Per questo, quando è iniziata la guerra, sono rimasto dalla parte dei più deboli, cioè dei civili”. Davanti ai suoi occhi, ancora oggi, ci sono quei giorni terribili d’inizio luglio del 1995: “Nessuno poteva prevedere una tragedia di quella entità. Srebrenica era isolata dal mondo, il nostro stato maggiore riusciva a comunicare con l’area solo un paio di volte al giorno, grazie ai radioamatori locali. Il 6 luglio i serbi cominciarono a bombardare la cittadina e le fragili linee difensive caddero una dopo l’altra. I 400 caschi blu olandesi che dovevano difenderla abbandonarono le loro postazioni, e migliaia di uomini di Srebrenica cercarono di fuggire attraverso i boschi per raggiungere la vicina città di Tuzla. Gran parte di loro furono uccisi dai serbi con bombe e armi leggere. Trentamila civili inermi si ammassarono nella vicina base Onu di Potocari, dove i serbi risparmiarono gran parte delle donne, dei vecchi e dei bambini. Ma uccisero tutti gli altri”. Da allora, c’è chi continua a sostenere che l’esercito bosniaco abbia abbandonato le enclave orientali – tra cui Srebrenica – per ottenere in cambio la fine dell’assedio di Sarajevo. Una tesi che Divjak respinge senza mezzi termini: “No, questo è inaccettabile, la colpa di quanto è accaduto è delle truppe di Mladic, il problema fu semmai che l’esercito e il governo della Bosnia non fecero niente per difendere Srebrenica. Ed era semplicemente folle pensare che un piccolo contingente di caschi blu potesse proteggere un’area che era stata completamente smilitarizzata. La difesa della cittadina disponeva solo di un paio di carri armati e di qualche mortaio ma era totalmente priva di artiglieria pesante”.
Da quei giorni, Divjak ha smesso d’indossare la divisa. Dalla fine della guerra dirige l’associazione locale Obrazovanje Gradi BiH (L’educazione costruisce la Bosnia), che difende il diritto all’istruzione dei più giovani fornendo borse di studio a bambini e ragazzi che non hanno risorse sufficienti per continuare gli studi. “Sono stato bambino anch’io dopo la Seconda guerra mondiale – ci spiega – e sapevo bene che si sarebbero ripresentati di nuovo gli stessi problemi con i profughi, gli invalidi, gli orfani. E che i primi da aiutare sarebbero stati i bambini”.
La sua disillusione sull’efficacia dell’operato delle Nazioni Unite risale a due decenni fa e poggia su basi molto solide, non può quindi stupirlo la notizia della risoluzione su Srebrenica bocciata tre giorni fa dal Consiglio di sicurezza a causa del veto russo. “Niente di nuovo – conclude con un sospiro – ma quello che servirebbe, più degli atti dei governi, sarebbe un impegno duraturo per sconfiggere tutti i nazionalismi”.
RM

Srebrenica, il parco della memoria

Da “Avvenire” di oggi

Oltre 8mila alberi e piante per tenere viva la memoria del peggior crimine compiuto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, per simboleggiare la risurrezione di altrettante vittime innocenti. Mentre si avvicina il ventesimo anniversario del genocidio di Srebrenica, sono stati piantati i primi alberi del “Bosco della memoria 8372”, un progetto ideato dall’associazione bosniaca Muftijstvo Gorazde con il sostegno del governo, del cantone e del comune. srebrenica1Per dar vita al primo complesso memoriale del genere in Bosnia è stata scelta una collina che domina la cittadina di Gorazde, un’area di oltre quattro ettari di terreno al centro della quale sarà issato un grande fiore, simbolo di Srebrenica, verde al centro e circondato da undici petali bianchi. Ricorderà per sempre quello che accadde poco lontano da qui l’11 luglio del 1995, quando le truppe serbo-bosniache del generale Ratko Mladic trucidarono almeno 8372 persone, in gran parte vecchi, bambini e ragazzi, macchiandosi del più grave atto di pulizia etnica delle guerre balcaniche degli anni ’90. Il parco ospiterà alberi di castagno, frassino e abete rosso – uno per ciascuna delle vittime del genocidio – oltre a diverse specie di piante, che si alterneranno a sentieri, terrazze con viste panoramiche e panchine per i visitatori. 
Sette arbusti saranno invece piantati per ricordare il mese del genocidio. Pochi giorni fa, nel corso della piantumazione delle prime piante, è stato spiegato che il progetto non è dedicato soltanto a Srebrenica, ma a tutte le vittime delle guerre, presenti e passate. “Dopo la Seconda guerra mondiale – ha detto il muftì di Gorazde, Remzija Pitic – abbiamo detto ‘mai più’, ma purtroppo il mondo non ha imparato alcuna lezione da quello che è accaduto a Srebrenica, come possiamo vedere oggi in Siria, in Iraq, in Ucraina e in molti altre parti del mondo. Vogliamo che questo parco della memoria ricordi per sempre i drammi del passato e contribuisca a evitare che drammi simili si ripetano in futuro”.
Il lancio del progetto “8372 Srebrenica Memorial Forest” inaugura di fatto le commemorazioni che si terranno come sempre l’11 luglio ma che quest’anno assumono un carattere particolare per via di un ventennale che purtroppo non si annuncia privo di polemiche, sia per l’annunciata defezione del presidente serbo Tomislav Nikolic, che ha già declinato l’invito all’annuale cerimonia che si tiene nella piana di Potocari, il luogo dove si consumò il dramma, sia per la sentenza d’appello che qualche settimana fa ha confermato l’assoluzione di Thomas Karremans, il comandante olandese delle truppe Onu accusato di non aver protetto le migliaia di sfollati che finirono nelle mani degli uomini di Mladic.
Non è un caso che un’iniziativa come quella del “Bosco della memoria 8372” nasca proprio a Gorazde, piccola cittadina bosniaca di poco più di 22mila abitanti a meno di cento chilometri da Sarajevo, sulla riva sinistra della Drina. Nella primavera del 1994 si consumò qua un tragico assedio da parte delle truppe serbo-bosniache, che si fecero beffe delle risoluzioni Onu uccidendo centinaia di persone in poco più di un mese. Le postazioni di artiglieria dell’esercito serbo-bosniaco guidate dal generale Mladic, appostate sulle colline circostanti, bombardarono la città a un ritmo di tre granate al minuto, mentre i carri armati colpivano dalla riva destra della Drina. La presunta “zona di sicurezza” di Gorazde che le Nazioni Unite avrebbero dovuto proteggere era in realtà destinata a rivelarsi un fallimento: l’enclave musulmana fu facilmente attaccata dai serbi, proprio come sarebbe accaduto l’anno dopo a Srebrenica, seppur con esiti assai più drammatici. Oggi, con un effimero senno di poi, si può affermare che la diplomazia internazionale avrebbe potuto – e dovuto – far tesoro di quanto accaduto a Gorazde per evitare il genocidio di Srebrenica.
RM

Srebrenica, la memoria contesa

Non c’è pace per Srebrenica: la fragile memoria dell’ultimo genocidio del XX secolo rischia di essere distorta proprio alla vigilia del suo ventesimo anniversario, in programma l’anno prossimo. A lanciare il grido dall’allarme sono le associazioni dei familiari delle vittime, che denunciano il progetto di ampliamento del memoriale di Potočari, il luogo dove ogni anno si tengono in luglio le commemorazioni del massacro e le tumulazioni delle nuove vittime identificate grazie al lavoro degli antropologi forensi. Il progetto prevede il restauro della vecchia fabbrica di accumulatori che in quella drammatica estate del 1995 ospitava il quartiere generale del Dutchbat, il battaglione Onu olandese che fallì nel compito di proteggere l’enclave. La cittadina che avrebbe dovuto essere protetta dalle truppe di peacekeeping fu presa dalle milizie serbo-bosniache del generale Ratko Mladić, che in pochi giorni massacrarono oltre ottomila uomini, anziani, bambini e adolescenti, gettandone i resti in decine di fosse comuni.

2670915671_64747739d6_mLa nostra galleria fotografica

A finanziare la ricostruzione dell’edificio sarà il governo dell’Aja – recentemente condannato per quei fatti –, che allestirà al suo interno un’esposizione permanente sulla presenza internazionale a Srebrenica nel periodo tra il 1993 e il 1995. Sono previste mostre fotografiche e percorsi guidati realizzati in collaborazione con gli esperti del campo di Westerbork, l’ex lager aperto dai nazisti su territorio olandese durante la Seconda guerra mondiale e trasformato in monumento nazionale negli anni ’70. Per la prima volta saranno raccolte a Potočari anche le testimonianze dei soldati olandesi, che andranno a integrare le storie dei sopravvissuti e avranno dunque un ruolo attivo nel ricostruire la memoria di quei fatti. Non era difficile immaginare che ciò sarebbe stato inevitabilmente motivo di controversia. I rassicuranti opuscoli informativi ufficiali del progetto sottolineano che “spesso gli ex caschi blu olandesi si sentono ignorati. Anche se i sopravvissuti possono avere una diversa visione riguardo a determinati eventi, gran parte di loro è convinta che le storie e le informazioni dei veterani del Dutchbat siano importanti per ottenere una ricostruzione completa di quanto avvenne a Srebrenica”. Ampio spazio – assicura lo stesso opuscolo – sarà quindi riservato “al rapporto particolare che si è sviluppato tra l’Olanda e Srebrenica dopo il 1995”. Forse non è corretto affermare che sia in atto un tentativo di revisionismo, ma di sicuro ce n’è abbastanza per suscitare più di una perplessità e far sentire puzza di bruciato alle associazioni delle vittime. L’obiettivo dichiarato dal progetto, cioè quello di costruire una narrativa comune sulla caduta dell’enclave, rischia viceversa di aprire la strada a un’improvvida e inopportuna riabilitazione postuma del ruolo dei caschi blu. D’altra parte, il pessimo operato delle truppe giunte in Bosnia dai Paesi Bassi ebbe fin da subito conseguenze catastrofiche sulla politica e sull’opinione pubblica: nel 2002 il governo olandese fu costretto alle dimissioni da un’inchiesta che provò le responsabilità del proprio battaglione durante il conflitto; subito dopo si dimise anche il comandante delle forze armate, mentre molti veterani erano già da tempo finiti in cura dagli psicologi a causa dei traumi e dei sensi di colpa dovuti alle conseguenze della caduta dell’enclave. Fino alla sentenza del luglio scorso, con la quale il Tribunale dell’Aja ha riconosciuto “civilmente responsabile” lo stato olandese di quel massacro, condannandolo al risarcimento materiale dei danni nei confronti dei congiunti delle vittime. Era dunque inevitabile che alcune settimane fa, in occasione della presentazione ufficiale del progetto di ampliamento del memoriale(che prevede anche il restauro di due delle torri di controllo dell’ex fabbrica di Potočari), i familiari ribadissero che non ci sarà mai spazio per altre interpretazioni su quanto accadde diciannove anni fa, mentre il conflitto in Bosnia si avviava a una difficile conclusione. Munira Subasic, storica portavoce delle Madri di Srebrenica, ha fatto sapere che non sarà ammessa alcuna rilettura, neanche parziale, del ruolo svolto dai caschi blu e dal governo olandese e che i familiari delle vittime rivendicheranno sempre il diritto di essere gli unici supervisori del progetto. Il fatto che l’ennesima fossa comune della zona sia stata scoperta proprio all’interno del quartier generale del Dutchbat, di certo, non aiuta.
RM

Bosnia, le incredibili castronerie del Corriere della Sera

di Chiara Milan e Alfredo Sasso, EastJournal

Dalla fine della guerra, la Bosnia-Erzegovina è di fatto scomparsa dai giornali, salvo ricomparire puntualmente alla scoperta di nuove fosse comuni o all’arresto di qualche criminale di guerra. Quando se ne parla, come nel caso di questo articolo del Corriere della Sera e del successivo reportage “L’ultimo massacro e il referendum [sic] da brividi”, a firma di Francesco Battistini e Antonio Ferrari, i toni usati sono cupi e opprimenti. L’attenzione si focalizza principalmente sulla guerra degli anni Novanta e sugli “odi mai spenti”. L’analisi si fonda su diversi errori, imprecisioni, stereotipi che rivelano un’incomprensione della situazione attuale nel paese. Di seguito ne facciamo una breve rassegna e alcune considerazioni.

Censimento, non referendum
Tanto per iniziare, in Bosnia-Erzegovina si è tenuto un censimento, non un referendum. C’è una bella differenza. Si omette che le domande del censimento non erano solo 3, ma circa 50. Oltre a quelle su identità nazionale, lingua e religione c’erano quesiti sulle occupazioni, sulle abitazioni e sui beni posseduti dalla popolazione, come in qualunque altro censimento del mondo. Secondo il Corriere, sarebbe stato meglio ritardare il censimento “per non far riesplodere odi mai sopiti”, e quindi resistere alle pressioni dei cosiddetti “eurocontabili” che l’avrebbero imposto nell’ottica di un comunque lontano ingresso della Bosnia nell’UE. Secondo noi, invece, il censimento è l’atto dovuto da parte di un paese che, come qualunque altro, vuole semplicemente sapere quanti sono i cittadini che vi risiedono, di cosa vivono, che cosa possiedono.
Si potevano evitare le 3 domande sensibili, ma non il censimento in sé. Perché emergeranno dati fondamentali per le politiche sociali ed economiche di un paese che vuole essere normale. E quindi, dovrebbe essere il punto di partenza per la revisione del sistema politico imposto con gli accordi di pace di Dayton, che consente all’attuale classe dirigente bosniaca di rimanere al potere e bloccare le decisioni sulle questioni più importanti utilizzando la clausola dell’interesse (etno)nazionale. Continua la lettura di Bosnia, le incredibili castronerie del Corriere della Sera

20 anni fa la distruzione del Ponte Vecchio di Mostar

Centinaia di uomini, donne, bambini sbalorditi fissavano il vuoto e la voragine. Il Vecchio non c’era più. Gridavano, piangevano, minacciavano, maledicevano, alzavano le mani verso il cielo e chiedevano: perchè?

Alle 10,15 di mattina del 9 novembre 1993, dopo due giorni di bombardamenti da parte dell’esercito croato bosniaco, il Ponte Vecchio di Mostar crollò nelle acque del fiume Neretva. Non era soltanto uno dei tesori più preziosi dell’architettura ottomana della Bosnia Erzegovina, ma anche uno straordinario simbolo di dialogo tra Oriente e Occidente. Il suo abbattimento fu uno degli eventi cruciali delle guerre balcaniche degli anni ’90.

Il ponte ricostruito dopo anni di lavori fu inaugurato il 23 luglio 2004. Quel giorno c’eravamo e fu un’emozione che non potremo scordare mai

Sarajevo, storia di una fotografia: “la ragazza che corre sotto le bombe”

"la ragazza che corre" (di Mario Boccia)
“la ragazza che corre”
(di Mario Boccia)

Venti anni fa, il 30 settembre 1993, la capitale bosniaca era nel pieno del lungo e sanguinoso assedio che segnò il culmine della guerra tra le comunità che componevano la ex Jugoslavia. Un giorno di bombardamenti, come ogni giorno. Gente che corre sotto il tiro dei cecchini, come ogni giorno. E una giovane che incrocia l’obiettivo di un fotografo italiano. Ecco il suo racconto.

Sarajevo, 30 settembre 1993.
La capitale della Bosnia Erzegovina è assediata da 17 mesi. Le truppe nazionaliste serbo-bosniache la circondano dal 6 aprile 1992. Sarà l’assedio più lungo della storia moderna. Da ottobre dello stesso anno, il fronte dei croati e musulmani bosniaci (che il 1 marzo del 1992 avevano vinto insieme il referendum per l’indipendenza della Bosnia da quello che rimaneva della Jugoslavia) si rompe e inizia una guerra spietata tra ex-alleati. Il 1993 è l’apice di questo scontro, mentre i serbo-bosniaci, che hanno conquistato già nei primi mesi di guerra il grosso del territorio, sembrano fermi a tenere le posizioni. Due giornalisti sono lì, a raccontare l’assedio e quello che c’è intorno, inviati del quotidiano “il manifesto”. Edoardo Giammarughi e Mario Boccia, l’autore della foto della “ragazza che corre”. Hanno imparato a conoscere la città e la sua storia, tanto da riconoscerne tracce nei particolari (come i nomi delle strade). Hanno scelto di avvicinarsi al particolare (è necessario per scattare una buona foto, come per scrivere un buon articolo), senza perdere il senso del generale. Edo ci ha lasciati nel 1998. Mario ci racconta la storia di quella foto.

La toponomastica di Sarajevo.
Seduti fuori un piccolo bar, in via Radojka Lakic (partigiana nata nel 1917 e fucilata nel 1941) io e Edoardo aspettiamo il caffè. Qui, in piena guerra, ho gustato il miglior Nescafè della mia vita, preparato con cura maniacale, con lo zucchero sbattuto a mano, per mascherarlo da espresso con la crema. Per noi giornalisti, costa tre marchi tedeschi. Troppi, ma ben spesi. Una giornata di lavoro sta per finire. La tregua sulla città regge. Dalle loro postazioni sulle montagne, i militari serbi non stanno sparando. La guerra sembra lontana anche se, a pochi chilometri da qui, gli ex-alleati croati e musulmani si combattono aspramente. Mostar est è allo stremo, assediata da soldati che pregano a Medjugorje. La pulizia etnica è spietata e reciproca ovunque. Nemmeno i villaggi più sperduti sono risparmiati. Perfino Pocitelj, sulla strada che costeggia la Neretva verso il mare, è rasa al suolo. Era il villaggio degli artisti e dei pittori. Hanno piantato una croce bianca alta cinque metri davanti alla moschea bruciata. Per intimidire, non per pregare. L’altro ieri il “Bošnjacki Sabor”, un parlamento autoproclamato, tutto musulmano, ha respinto l’ennesima proposta di cessate il fuoco della diplomazia internazionale, basata sulla partizione su base etnica del paese. Oggi il parlamento bosniaco ufficiale ha ratificato quella decisione. L’arrivo del caffè coincide con un sibilo agghiacciante sopra di noi, seguito da un’esplosione che fa male. Prendo le macchine fotografiche e corro dov’è caduta la granata, in via Maresciallo Tito (partigiano, presidente Jugoslavo e fondatore del movimento dei non allineati, nel 1961). Un altro sibilo mi paralizza le gambe. Sento vibrare il muro sul quale mi sono appiattito. Il secondo colpo ha colpito l’altro lato dell’edificio. Mi affaccio dall’angolo: la strada è deserta. Metto il ventotto e misuro la luce, piatta e senza ombre. Mi avvicino, ma un muro scheggiato e un po’ di calcinacci non significano niente. La foto non c’è. Penso ai feriti che ho visto. Non ai morti, ma alle urla dei feriti leggeri, con le schegge in corpo e le ossa fratturate. Continua la lettura di Sarajevo, storia di una fotografia: “la ragazza che corre sotto le bombe”

Bratunac, ovvero, il giorno dopo

di Azra Nuhefendić

L’11 luglio è stato commemorato il genocidio di Srebrenica, al Memoriale di Potočari. Il giorno dopo, a pochi chilometri di distanza, i nazionalisti serbi hanno commemorato le “loro vittime”. Quando il negazionismo rischia di cancellare la storia.

Fino a un paio d’anni fa, la “cerimonia” si consumava con oltraggiosi cortei di nazionalisti locali e “colleghi” che venivano dalla Serbia e dal Montenegro. Marciando nel centro di Srebrenica, vestiti con maglie che portavano stampati i volti dei criminali massacratori Ratko Mladić e Radovan Karadžić, i fieri nazionalisti sventolavano le bandiere nere dei cetnici ed esibivano poster con l’infame scritta/minaccia: “Nož-žica-Srebrenica” (coltello-filo spinato-Srebrenica). La commemorazione si concludeva con una sagra svolta tra fiumi di birra, rakija (la grappa dei Balcani), maiali allo spiedo e gare sportive. L’obiettivo era umiliare i sopravvissuti al genocidio, facendo capire alle vittime che i colpevoli non erano pentiti delle atrocità commesse e, anzi, si consideravano padroni della terra in cui fecero pulizia etnica.
Negli ultimi anni, il programma della cerimonia è cambiato. Oggi viene tenuta nel cimitero militare, costruito nella città di Bratunac – a soli 11 chilometri dal Centro Memoriale di Potočari – dove sono sepolte le vittime del genocidio. Le autorità serbo-bosniache asseriscono che, nel cimitero militare di Bratunac, siano sepolti più di 3500 serbi, “vittime di terroristi musulmani. “Se si dovesse parlare di genocidio, il posto giusto sarebbe questo”, disse il presidente della RS Milorad Dodik, un paio d’anni fa, durante la commemorazione.

Negare il genocidio
Di questa cerimonia, è contestabile quasi tutto: il numero di vittime, la data di commemorazione, il luogo, i messaggi mandati da chi si riunisce. La “rievocazione” a Bratunac, fa parte di una lunga campagna indetta dai nazionalisti serbi che ha lo scopo di negare il genocidio e alleggerire i loro crimini, giustificandoli con presunte vittime serbe. Così, riaggiustano la storia, distorcono i fatti, tentano di presentare i difensori di Srebrenica come aggressori, manipolando l’opinione pubblica. Il nodo centrale dei tentativi di negare il genocidio è l’argomentazione che l’offensiva serba venne provocata da attacchi musulmano-bosniaci, da Srebrenica, contro i villaggi serbi vicini.
Tali conclusioni sugli eventi che precedettero il genocidio di Srebrenica non stanno in piedi. Sono tentativi di presentare assediati e vittime quali aggressori. Srebrenica fu sotto assedio per tre anni e mezzo e venne bombardata dai villaggi serbi vicini pesantemente militarizzati. Durante l’assedio, gli abitanti della cittadina vivevano in condizioni disumane, esposti ogni giorno a bombardamenti e spari da parte dei cecchini cetnici. L’ex ambasciatore alle Nazioni Unite, Diego Arria, che guidò la delegazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu a Srebrenica – nell’aprile 1993 – descrisse la situazione quale un “processo di slow motion genocida”.
Nella relazione delle Nazioni Unite sulla condotta dei musulmani nella Srebrenica dell’epoca, si afferma che, “da un punto di vista militare, gli attacchi non ebbero rilevanza e vennero eseguiti da persone in cerca di cibo”, poiché le forze serbe impedirono ogni accesso ai convogli umanitari e, di conseguenza, la popolazione versò in stato di fame e freddo”. Anche le fonti serbe che parteciparono alla compilazione del documento, confermarono che “le operazioni (dei musulmani, ndr) non rappresentarono alcuna minaccia”. In aggiunta, la “difesa per necessità”, come nel caso di Srebrenica, è riconosciuta come principio consolidato nel diritto internazionale. Continua la lettura di Bratunac, ovvero, il giorno dopo