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Una sentenza giusta, anche se razzista

Iraq Rape SlayingNessun crimine merita la pena di morte. Nessuna atrocità può giustificare una sentenza di condanna alla pena capitale. Neanche quella che è stata compiuta da una pattuglia di militari statunitensi nella città irachena di Mahmudiya, vicina a Baghdad, il 12 marzo 2006. “Protagonista” di un’operazione che ha ispirato anche il durissimo film Redacted di Brian De Palma, fu il soldato Steven Dale Green: il 24enne originario del Texas stuprò e uccise una ragazzina irachena di 13 anni, bruciandone poi il corpo nel tentativo di non lasciarne traccia. Non contenti, Green e i suoi compari si accanirono poi sulla famiglia della malcapitata giovane, ammazzando il padre, la madre e la sorellina di cinque anni. Fu un crimine talmente atroce (peraltro aggravato dalla provata premeditazione) da spingere, caso più unico che raro, la giustizia statunitense a sottrarre gli imputati alla giurisdizione dei tribunali per sottoporli a quella ordinaria, dopo averli espulsi dall’esercito. Nei giorni scorsi il tribunale del Kentucky – stato dov’è prevista la pena di morte per iniezione letale – non ha trovato l’unanimità necessaria per mandare Green alla forca e l’ha condannato al carcere a vita. Una sentenza a nostro avviso giusta, perché neanche lo schifoso bastardo ritratto nella foto qui sopra  merita la pena capitale. Ma è inevitabile considerarla allo stesso tempo una sentenza venata di razzismo. Cosa sarebbe successo infatti se le vittime non fossero state irachene? E soprattutto, la giuria avrebbe trovato o no l’unanimità se sul banco degli imputati fosse salito un soldato di origine portoricana, o messicana? Se lo stupratore-pluriomicida, invece di Green, si fosse chiamato, per esempio, Mendoza?
RM