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Shoah: il lato oscuro della Polonia

Da “Avvenire” di oggi

Uno dei pilastri della storia ufficiale polacca vacilla sotto i colpi di un figlio dell’insurrezione di Varsavia del 1944. Jan Tomasz Gross ha lasciato la Polonia alla fine degli anni ‘60 e dalla sua cattedra di storia all’università di Princeton ha più volte messo in discussione il ruolo svolto dai suoi connazionali durante l’occupazione nazista nella Seconda guerra mondiale. Il suo ultimo libro Golden Harvest – in uscita all’inizio di marzo per la casa editrice Znak di Cracovia – racconta la vicenda dei polacchi che si sarebbero arricchiti depredando gli ebrei durante l’Olocausto e ha letteralmente scatenato le ire degli ambienti più nazionalisti. La copertina del volume riproduce una foto dell’epoca che raffigura un gruppo di contadini in posa sotto il sole. Quella che a un occhio disattento può sembrare una normale scena agreste è in realtà un’immagine macabra. Ai piedi dei contadini c’è infatti un mucchio di ossa e teschi umani: quello che resta di alcune delle migliaia di persone finite nei forni crematori del campo di sterminio polacco di Treblinka. Il raccolto della giornata non è costituito da frutti della terra, ma da gioielli e denti d’oro. Continua la lettura di Shoah: il lato oscuro della Polonia

Auschwitz in Africa

da “Avvenire” di oggi

C’è un “cuore di tenebra” alle radici delle ideologie che portarono allo sterminio nazista, una vicenda coloniale di conradiana memoria che ha insanguinato l’Africa tra la fine del XIX e gli albori del XX secolo e ha spianato la strada all’Olocausto sia sul piano teorico che su quello pratico. È quanto sostengono David Olusoga e Casper Erichsen, autori di “Kaiser’s Holocaust”, il libro che ricostruisce in modo dettagliato e aggiornato la storia e le implicazioni del genocidio dei popoli indigeni dell’attuale Namibia – gli Herero e i Nama – da parte della Germania guglielmina. Il materiale inedito reperito negli archivi nazionali namibiani consente ai due storici di confermare che molte delle idee criminali di Hitler affondano le proprie radici nel colonialismo africano del Secondo Reich. E che analogamente, esistono diversi punti in comune tra le tecniche di genocidio usate in Africa dagli eserciti del Kaiser e i ben più noti metodi impiegati dai nazisti. Tra il 1904 e il 1909 le truppe di Gugliemo II spazzarono via decine di migliaia di indigeni delle tribù Herero e Nama per offrire nuovo “spazio vitale” alla Germania. Uno sterminio di massa che fu favorito e giustificato sul piano morale dalle teorie del razzismo scientifico e dalle letture più distorte del Darwinismo sociale di fine ‘800. Fu proprio così, sostengono i due storici, che i colonizzatori tedeschi riuscirono a mettere da parte la morale cristiano-giudaica della compassione per i più deboli e a considerare le tribù africane come esseri inferiori e subumani. “I fucili e la forca sono armi accettabili perché distruggendo razze inferiori si offriranno nuove terre e nuovi beni alle razze più forti”, sentenziava l’accademico Friedrich Ratzel, uno dei primi a parlare del Lebensraum, lo spazio vitale, e ad auspicare che i tedeschi l’ampliassero con qualsiasi mezzo. Continua la lettura di Auschwitz in Africa

L’arresto di Karadzic? “Una manovra politica”

(Intervista uscita anche su “Avvenire” di oggi)

La latitanza di Radovan Karadzic? “Più incredibile di un film di Hollywood”. Le possibilità di far emergere la verità con il suo processo? “Scarse se gli altri criminali di guerra rimangono liberi”. Sono trascorsi solo due giorni dalla cattura del “Dottor morte” dei Balcani ed Elvira Mujcic, scrittrice originaria di Srebrenica ma residente da anni in Italia, ha già messo da parte l’iniziale euforia per lasciare spazio a un ragionevole pessimismo. L’arresto di Karadzic – “la personificazione dell’ingiustizia” – l’ha sorpresa mentre stava ultimando il suo nuovo libro, un romanzo storico ispirato alle origini del conflitto nell’ex Jugoslavia. Nella sua opera prima, “Al di là del caos” (Infinito edizioni), aveva compiuto un difficile viaggio interiore per metabolizzare le conseguenze psicologiche del genocidio di 13 anni fa. Ora non nasconde il proprio scetticismo: “man mano che emergono particolari sulla sua cattura e sulla sua lunga latitanza, mi convinco che per una volta la realtà è stata più inverosimile della finzione”. Continua…

Nessun mea culpa inglese per l’Irlanda. Neanche sulla “Bloody Sunday”

Dieci anni di pace non sono bastati per convincere finalmente Londra che è tempo di ammettere le proprie gravissime responsabilità storiche sulla guerra che ha devastato l’Irlanda del nord per circa trent’anni. E’ quanto si evince dal libro appena uscito scritto dal diplomatico inglese Jonathan Powell, braccio destro e ‘uomo ombra’ di Tony Blair durante tutto il processo di pace anglo-irlandese. La versione della storia è purtroppo la solita di sempre: il governo inglese – con i suoi soldati e le sue forze di polizia che torturavano e ammazzavano civili – avrebbe svolto un ruolo di pacificazione. La guerra sarebbe stata causata soltanto dai soliti ‘terroristi’ e dagli ‘odi ancestrali tra le comunità irlandesi’. Un delirio che vale, manco a dirlo, anche per le 14 vittime della “Bloody Sunday” del 1972. Se non fosse tragico, sarebbe tutto da ridere. Sembra proprio che il tempo, tra i palazzi del potere di Downing street, sia trascorso invano.

Approfondimenti nell’articolo uscito oggi su “Avvenire”.