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Jovan Divjak, eroe di guerra e di…dopoguerra

Avvenire, 5 gennaio 2019

“Quando capii quali erano le intenzioni di Karadžić decisi di restare a Sarajevo per difendere le vite dei miei concittadini e per cercare di salvare l’ideale del multiculturalismo”. Dopo essere stato un eroe di guerra, Jovan Divjak è oggi un ex soldato che da anni lavora per la pace, aiutando le nuove generazioni nate e cresciute al tempo della mattanza bosniaca. Nel 1994, a guerra ancora in corso, ha fondato Obrazovanje Gradi BiH (L’educazione costruisce la Bosnia-Erzegovina), l’associazione con la quale è riuscito a dare un futuro a molti bambini e ragazzi orfani. A Sarajevo Divjak è una figura quasi leggendaria: è stato lui a organizzare e a guidare la difesa della città durante il lungo assedio degli anni ‘90. Di origini serbe, figlio di un insegnante elementare, in gioventù ha fatto parte del gruppo di ufficiali della guardia personale di Tito. Poi entrò nella difesa territoriale della Bosnia-Erzegovina fino a raggiungere il grado di generale ma nel 1992, all’inizio della guerra, disattese i comandi e lasciò l’esercito jugoslavo per schierarsi dalla parte della popolazione di Sarajevo. Da allora la Serbia lo considera un traditore. Oggi è un ottantenne che ci accoglie in jeans e camicia a quadri nell’ufficio della sua associazione, una piccola palazzina alla periferia di Sarajevo. Le pareti della stanza color giallo ocra, sulla scrivania alcune foto lo ritraggono in divisa militare. Altre appese al muro raccontano invece il suo lungo impegno umanitario. In una di esse c’è lui che tiene in braccio un bambino piccolo, sullo sfondo di un muro crivellato dai colpi. “Questa foto è un po’ il simbolo della nostra associazione”, ci spiega. “Rappresenta la tragedia ma anche la speranza per il nostro paese”. Ci racconta che il 10 giugno del 1992 due fratelli adolescenti rimasero uccisi da una granata e lui dovette portare le condoglianze alla madre. Tre anni dopo quella donna, Halida, bussò al suo ufficio e gli chiese di fare da padrino al figlio che avrebbe partorito di lì a poco. Quel bambino si chiama Muhammed, oggi ha 23 anni ed è iscritto al quarto anno di giurisprudenza. Dalla fine della guerra migliaia di giovani come lui sono stati aiutati dall’associazione dell’ex generale, il cui obiettivo è quello di favorire l’inserimento dei bambini orfani o disagiati nei percorsi scolastici. “Tutti i bambini, a prescindere dalla loro nazionalità, etnia o religione”, tiene a precisare lui. In venticinque anni d’attività l’associazione ha stanziato tre milioni di euro aiutando quasi settemila borsisti in tutto il paese. Ha distribuito materiale scolastico, cibo, vestiario e medicine. Ha organizzato campi estivi che si sono trasformati in straordinari momenti di condivisione per ragazzi serbi, croati, musulmani e rom. Centinaia dei “suoi” ragazzi sono riusciti in questi anni a laurearsi e a trovare un lavoro.
Durante la guerra lei avrebbe potuto andarsene dalla città sotto assedio e mettersi al sicuro. Perché decise invece di restare?
Perché Sarajevo è la mia vita. L’ambasciatore statunitense poteva aiutarmi a lasciare la città, anche un generale britannico mi offrì un salvacondotto. Ma io rifiutai perché qui, tra i miei soldati e la mia gente, mi sentivo al sicuro. È strano a dirsi ma durante la guerra non avevo paura mentre ne ho tanta adesso, se ripenso a quegli anni.
Sarajevo ha subito il più lungo assedio militare della storia moderna, un inferno durato quasi quattro anni. Come avete fatto a resistere così a lungo?
Per molte ragioni. Innanzitutto a Belgrado dettero per scontato che tutti i serbi residenti in città, che all’epoca erano un terzo della popolazione, avrebbero abbandonato Sarajevo. Al contrario molti serbi si unirono alla resistenza. E poi chi ci attaccò fece l’errore di sottovalutare le nostre capacità difensive. Radovan Karadžić, che all’epoca comandava l’esercito serbo-bosniaco, affermò che i suoi uomini avrebbero conquistato Sarajevo in una settimana e il resto della Bosnia in un mese.
Eppure il rapporto di forze era del tutto squilibrato. Il vostro esercito aveva equipaggiamenti scarsi e antiquati, mentre i serbi disponevano delle armi del potente esercito federale jugoslavo e tenevano sotto controllo Sarajevo dall’alto. Perché non riuscirono mai a entrare in città e a occuparla?
Perché noi eravamo comunque più numerosi. Assediare e bombardare una città dalla mattina alla sera è cosa assai diversa dall’occuparla. Gli Stati Uniti ne sanno qualcosa, basti pensare all’Iraq. I serbi sapevano che avrebbero pagato un prezzo molto alto in una battaglia per le strade e cercarono in tutti i modi di costringerci alla resa.
Si sente dire spesso che a salvare Sarajevo fu innanzitutto il carattere dei suoi abitanti.
Fu proprio così. I sarajevesi non si limitarono a difendere la propria città ma anche un’idea di convivenza che qui si respira da sempre. Chi è moralmente determinato a difendersi è più forte di chi attacca. Gli uomini hanno difeso la città ma sono state le donne a salvarla, lo dico senza alcuna retorica. Nonostante tutto ebbero il coraggio di far nascere i bambini in quell’inferno, di lavorare negli ospedali, di mandare avanti le scuole. Mentre i mariti e i figli erano al fronte, furono loro a custodire la voglia di vivere di questa città.
Eppure, anche a tanti anni di distanza, la Bosnia porta ancora addosso le cicatrici di quella guerra, è un paese diviso, che vive uno stallo politico perenne. Perchè?
Purtroppo i partiti nazionalisti continuano a manipolare la gente cercando di metterci gli uni contro gli altri. Ma il vero oppio delle nuove generazioni è l’attuale sistema educativo, che alimenta la frammentazione etnica di questo paese. Si studiano tre storie, tre geografie e tre lingue, in base alle diverse nazionalità. Negli ultimi anni ogni tentativo di varare testi che includessero il punto di vista degli altri è sistematicamente fallito e nei dodici distretti in cui oggi è divisa la Bosnia si adottano dodici programmi scolastici differenti.
Qual è il bilancio dei primi 25 anni di attività della sua associazione?
Grazie a tanti amici, volontari e sostenitori continuiamo a essere un punto di riferimento quotidiano per gli orfani di guerra, per i bambini svantaggiati e per quelli vittime di razzismo. Mi riferisco in particolare alla minoranza di etnia rom cui viene negata la cittadinanza. Abbiamo erogato migliaia di borse di studio senza ricevere alcun aiuto governativo. Ci siamo sempre autofinanziati con l’associazionismo e con il sostegno e la collaborazione di tante organizzazioni umanitarie di tutta Europa.
RM

Sarajevo, la creatività dell’assedio

Avvenire, 25.1.2017

Ha l’aspetto di una comune guida Michelin ma è forse la più originale guida turistica mai realizzata. Fu redatta a Sarajevo nel 1992, durante il primo anno dell’assedio, da un gruppo di giovani artisti e intellettuali della città e distribuita all’epoca dalla casa editrice Workman di New York. La Survival Guide Sarajevo conteneva informazioni sulla vita quotidiana in una città assediata dal fuoco incessante dei cecchini e dei colpi di mortaio, priva di trasporti, senza cibo, acqua, riscaldamento ed elettricità. Al suo interno c’erano consigli pratici su dove dormire, come riscaldarsi, come depurare l’acqua e istruzioni per preparare pasti e bevande con un vero e proprio ricettario di guerra. All’epoca il Washington Post la definì “la parodia azzeccata di una guida turistica alla moda”. Fu in realtà un progetto estremo di denuncia e documentazione che adesso, a distanza di venticinque anni esatti da quei giorni, esce rivista e tradotta in italiano con il titolo Sopravvivere a Sarajevo. Condizioni urbane estreme e resilienza: testimonianze di cittadini nella Sarajevo assediata (1992-1995) per Bébert edizioni. La guida fa parte in realtà di un progetto più ampio portato avanti nei primi anni ’90 da Fama, una società di produzione indipendente nata poco prima dell’inizio del conflitto nei Balcani. Negli anni della guerra ha raccolto foto, testimonianze e documenti che nel 2013 hanno consentito la creazione del Fama Collection (famacollection.org), un museo virtuale dell’assedio di Sarajevo che si propone di tramandarne la memoria alle generazioni future anche pubblicando libri e materiali audiovisivi di approfondimento sulla guerra.
Tra il 1992 e il 1995, per continuare a vivere in quelle condizioni disperate era indispensabile una grande inventiva: ci fu chi ricavò una stufa da una vecchia lavatrice, chi costruì fornelletti con lattine e pezzi di metallo, chi produsse corrente facendo andare un filatoio. Un abitante racconta di non essersi perso d’animo di fronte al proiettile che aveva forato la conduttura dell’acqua del bagno. “Con i teli di plastica che usavamo al posto dei vetri ho costruito un imbuto che convogliava l’acqua piovana direttamente in bagno. Così, quando pioveva, potevo farmi il bagno anche con due litri d’acqua”. È toccante il ricordo dei giorni di Natale trascorsi in quei quattro anni d’assedio: “non abbiamo mai saltato un Natale in chiesa, mai smesso di fare l’albero, di mettere il vestito della festa e di cantare nel coro”, racconta un altro sarajevese. “Questo significava molto per tutti gli abitanti di Sarajevo, dava loro forza, era segno che la città era attiva”. E quando arrivarono i regali, i bambini credettero che Babbo Natale fosse riuscito ad aprirsi un varco nella città assediata e si convinsero definitivamente della sua esistenza. “Le condizioni estreme a cui è stata sottoposta la città – spiega Suada Kapić, curatrice della guida – hanno dato vita a una società parallela, in cui la creatività era il bene primario. Il bisogno di formulare una strategia di adattamento non lasciava spazio a rassegnazione e disperazione. La resilienza manteneva occupata la mente delle persone, annientava i pensieri che avrebbero potuto distruggere la volontà di andare avanti e resistere”. Ciò che colpisce maggiormente in queste pagine è proprio lo spirito degli abitanti di Sarajevo, che furono capaci di far fronte all’orrore del più lungo assedio della storia contemporanea con fantasia, ingegno e condivisione. Nella guida – che è arricchita da foto, mappe e illustrazioni dell’epoca – sono infatti loro stessi a condividere le strategie adottate non solo per sopravvivere “dentro la guerra” ma anche per provare a studiare, suonare, recitare e ballare scegliendo la cultura come arma di resistenza. Anche dopo lo scempio della biblioteca nazionale, tutti cercavano letture impegnate per dimenticare la guerra, i testi più letti erano quelli di Platone e Hegel. Il gruppo Fama invitava professori da tutto il mondo a tenere lezioni di storia, lingua, arte e letteratura in una sorta di università itinerante all’aria aperta, che aveva sede in un giardino di rose. “I cittadini venivano alle conferenze e gli oratori davano il loro meglio”, spiega la curatrice del libro, “si condivideva il tacito diritto alla resistenza culturale contro la barbarie. Ogni occasione era buona per riscattarci dal ruolo di vittime”. In quei 1395 giorni di assedio costati oltre undicimila morti, a Sarajevo andarono in onda trasmissioni radiofoniche, furono organizzate scuole e attività teatrali negli scantinati. La sede di dieci piani dello storico quotidiano cittadino Oslobodjenje fu abbattuta dai cannoni serbi nei primi mesi dell’assedio ma i suoi giornalisti continuarono a lavorare in una redazione allestita in un rifugio sotterraneo, nella semioscurità, con la sola luce di una lampada a olio, nell’attesa che scendesse la notte e partisse il generatore. Per tutto il corso dell’assedio riuscirono a far uscire un’edizione di due pagine del giornale. “In questo libro – conclude Kapić – riportiamo prove reali di un immenso potenziale umano in grado di vincere l’ignoto, il nuovo, l’oscuro e l’inimmaginabile. Crediamo che le persone che hanno vissuto l’assedio di Sarajevo costituiscano un esempio di speranza per l’umanità”. A distanza di un quarto di secolo, questa guida diventa una straordinaria testimonianza antropologica, un inno alla vita e un monito contro la violenza dei nazionalismi.
RM

A Sarajevo rinasce la biblioteca

Da Avvenire di oggi

Il poeta bosniaco Goran Simić vide bruciare l’antica biblioteca di Sarajevo dalla finestra di casa sua. In preda alla disperazione, pensò alle migliaia di libri antichi che stavano per essere inghiottiti dalle fiamme e immaginò che i personaggi raccontati in quelle pagine indimenticabili stessero trovando una nuova vita. Vide Werther seduto accanto ai muri sbrecciati del cimitero. Quasimodo che si dondolava sul minareto della vicina moschea. Il giovane Tom Sawyer che si tuffava dal ponte di Princip. Raskolnikov e Mersault che avevano fatto amicizia e chiacchieravano in uno scantinato. Yossarian che era intento a vendere provviste al nemico. Migliaia di libri stavano volando via, carbonizzati come neve nera, dal tetto sventrato della biblioteca, insieme a chissà quanti altri testi, codici, incunaboli e manoscritti rari e preziosi. Furono ridotti in cenere in appena tre giorni, alla fine di agosto del 1992, dalle bombe incendiarie lanciate dai nazionalisti serbi appostati sulle colline intorno alla città. L’eroica catena umana formata per cercare di salvare quei volumi non servì a niente di fronte al fuoco dei cecchini e delle armi antiaeree che colpivano senza pietà anche i bibliotecari, i volontari e i vigili del fuoco. Quello che sarebbe diventato il più lungo assedio di una città europea dai tempi della Seconda guerra mondiale era iniziato da pochi mesi e aveva già raggiunto il primo obiettivo: distruggere la Viječnica, la storica biblioteca nazionale e universitaria di Sarajevo, l’unico archivio nazionale del paese, cancellando con esso l’intero patrimonio culturale della Bosnia-Erzegovina.
Quei libri, edizioni antiche e spesso uniche, non torneranno mai più. Ma finalmente l’edificio diventato il simbolo della distruzione di Sarajevo durante la guerra di Bosnia è tornato in questi giorni al suo antico splendore architettonico. Continua la lettura di A Sarajevo rinasce la biblioteca

Le ferite aperte di Sarajevo

Intervista ad Azra Nuhefendić uscita oggi su Avvenire (versione integrale)

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Sono passati vent’anni ma le ferite di Sarajevo sanguinano ancora. Chi è sopravvissuto al più lungo assedio della storia moderna, iniziato il 5 aprile del 1992 e durato quasi quattro anni, ancora non riesce a spiegarsi come sia stato possibile che l’incolpevole popolazione di una moderna città europea sia stata lasciata sola per 44 mesi a fronteggiare le granate, i cecchini, il freddo, la fame. Oltre 11000 persone – tra cui almeno 1500 bambini – hanno perso la vita in quell’interminabile accerchiamento che ha trasformato Sarajevo nel simbolo della disfatta della civiltà. “Ancora mi chiedo come abbiamo fatto a sopravvivere”, spiega Azra Nuhefendić, una delle più autorevoli giornaliste bosniache, che all’inizio della guerra lavorava per il quotidiano Oslobodjenje e la tv di Stato e che dal 1995 vive a Trieste. “Il dopoguerra bosniaco non è ancora finito perché non abbiamo avuto veri programmi di ricostruzione, e soprattutto perché è mancata la voglia di punire i colpevoli”. Quella che ci racconta oggi è una Sarajevo diversa, con una geografia urbana asservita agli interessi economici degli investitori stranieri ma che è riuscita, nonostante tutto, a mantenere in vita la sua anima tollerante. Nuhefendić è anche autrice del recente libro “Le stelle che stanno giù” (ed. Spartaco), diciotto istantanee sulla memoria della guerra in Bosnia raccontate con coraggio, incredulità e dolcezza.
Cosa prova guardandosi alle spalle e pensando che sono passati ormai due decenni dall’inizio dell’assedio?
Incredulità, ancora. Non riesco a capire come siamo riusciti a sopravvivere. Una media di 350 granate al giorno, i cecchini, la fame, il freddo. Da una parte c’era l’ex armata jugoslava, all’epoca la quarta potenza militare in Europa, e dall’altra i bosniaci disarmati, con le mani legate anche dalle Nazioni Unite, che avevano imposto un embargo all’importazione di armi che di fatto colpiva solo le vittime. E poi l’indifferenza, anzi la falsa obiettività della comunità internazionale. Chi rimane imparziale di fronte a un’aggressione, diceva l’arcivescovo Desmond Tutu, sta dalla parte dell’aggressore.
Che rapporto hanno i sarajevesi con la memoria di quegli anni?
La gente non vuole parlarne. Quattro anni di guerra sono stati fin troppi e le persone sentono di aver perso ogni ora, ogni secondo di quegli interminabili 1427 giorni d’assedio. Quello che è successo a Sarajevo e nel resto della Bosnia unisce la tragedia collettiva con migliaia di tragedie intime, individuali, e la popolazione ha imparato che il mondo non crede alle lacrime, né all’innocenza. Chi per quattro anni ha ripetuto che “tutti sono colpevoli” deve spiegarci com’è stato possibile che i cittadini di una moderna città europea siano stati lasciati soli a fronteggiare il più lungo assedio della storia contemporanea. Continua la lettura di Le ferite aperte di Sarajevo

Sarajevo festeggia l’arresto di Karadzic

Chi c’era la descrive come qualcosa di molto simile ai festeggiamenti visti nelle città italiane per la vittoria dei mondiali di due anni fa. Invece era una sorta di ‘urlo’, catartico e liberatorio, di una città che ha vissuto tre anni e mezzo d’assedio, con circa 12000 morti, di cui 1500 bambini. Poco più di un decennio fa, dall’aprile 1992 al novembre 1995. La notizia dell’arresto di Radovan Karadzic si è diffusa come un lampo la notte scorsa a Sarajevo e centinaia di persone sono scese per strada a festeggiare con i clacson delle auto e i petardi. Gioia mista a tratti mista a incredulità: la radio e la televisione hanno trasmesso per ore i discorsi pronunciati da Karadzic durante la guerra, quando da leader dei serbo-bosniaci ordinava alle artiglierie di aprire il fuoco contro io quartieri della città.

Grande felicità hanno manifestato anche le donne dell’associazione della madri di Srebrenica, le mogli, madri e figlie degli 8000 uomini uccisi nel 1995 a Srebrenica. Negli ultimi tredici anni non avevano mai smesso di manifestare in piazza, l’11 di ogni mese, portando le fotografie e i nomi ricamati dei loro congiunti, chiedendo l’arresto di Karadzic e dell’allora comandante militare Ratko Mladic.