Archivi tag: assad

Kurdistan: la lotta continua

di Gianni Sartori

I prigionieri curdi del PKK e le prigioniere curde del PAJK (Partito della Liberazione delle Donne del Kurdistan) hanno iniziato uno sciopero della fame nelle prigioni turche dove sono rinchiusi. Lo sciopero si preannuncia a tempo indeterminato e in alternanza, a turno.
kurdsignhungerwebDeniz Kaya, parlando a nome del PKK e del PAJK, ha dichiarato che questa protesta dei prigionieri va interpretata come un “avvertimento” al presidente turco Recep Tayyp Erdogan e al governo AKP. Con questo sciopero i prigionieri intendono rivendicare “il riconoscimento dell’autonomia per il popolo curdo e le liberazione di Abdullah Ocalan”.
I prigionieri hanno così voluto portare all’attenzione dell’opinione pubblica l’attuale politica di annientamento  condotta, con una barbarie senza precedenti, dal governo turco contro la popolazione curda. Deniz Kaya si è rivolto a quanti si considerano “intellettuali, scrittori o giornalisti, ma restano in silenzio sul brutale massacro” chiedendo loro di “rispettare i valori umani” mettendo poi in guardia sul fatto che “la guerra condotta da Erdogan contro i curdi sta portando la Turchia sull’orlo di un baratro”.
E proseguiva: “Noi dobbiamo dire chiaramente  che non abbiamo mai ceduto davanti a questi politici corrotti durante 43 anni e che non abbiamo mai abbandonato la lotta. Bruciando la gente ancora viva dentro gli scantinati e appendendo i corpi nudi delle vittime, il governo AKP dimostra apertamente di non rispettare né le leggi di guerra, né l’umanità”.
Appare evidente come Erdogan e i suoi complici abbiano ormai superato il limite della decenza e “un giorno saranno giudicati dal popolo curdo” avverte il comunicato. Nel comunicato si informa che lo sciopero iniziato oggi (6 marzo 2016) proseguirà condotto da gruppi di prigioniere e prigionieri che si alterneranno ogni dieci giorni. Rivolge poi un appello tutte le “orecchie sensibili” affinché denuncino pubblicamente le atrocità commesse dal governo turco e diano sostegno al popolo curdo. Continua la lettura di Kurdistan: la lotta continua

Siria, la speranza è in biblioteca

Da “Avvenire” di oggi

Quattro anni d’assedio non sono riusciti a cancellare lo spirito e l’umanità del popolo siriano. In una strada alla periferia di Darayya, una città a pochi chilometri da Damasco dove secondo alcune fonti della tradizione sarebbe avvenuta la conversione di San Paolo, si nasconde un tesoro che è stato creato poco dopo l’inizio della guerra civile e che da allora viene curato, alimentato, vissuto. Un luogo che con la sua stessa esistenza è in grado di dare speranza a chi è costretto a vivere in un paese sempre più martoriato dai bombardamenti quotidiani. È una piccola biblioteca pubblica dove un gruppo di giovani ha portato i libri salvati dalle macerie dopo averli sottratti alla distruzione e all’oblio, e li ha restituiti alla popolazione. Il progetto è nato quasi per caso nel 2012 quando alcuni studenti di Damasco e delle aree limitrofe, ormai impossibilitati a proseguire gli studi in un paese in guerra, decisero di dedicare parte del loro tempo al recupero dei libri dagli edifici distrutti dalle bombe, oltre a quelli scampati dai roghi delle biblioteche e delle librerie. h01Mentre il numero di volumi raccolti cresceva in modo esponenziale, anche il gruppo di volontari si allargava e individuava un posto sicuro dove portare tutto il materiale: una grande cantina sotterranea, al riparo dalle bombe, che non doveva però diventare un semplice deposito ma un luogo nel quale favorire la circolazione della cultura e lo scambio delle idee. Uno spazio di resistenza culturale dove salvare i libri dalla furia iconoclasta della dittatura, oltre che un antidoto alla disperazione e alla paura. Col tempo, il lavoro appassionato di tanti volontari ha trasformato la cantina in una vera e propria biblioteca, con scaffali, arredi e tavoli creati artigianalmente su misura e un sistema di indicizzazione che consente di trovare velocemente un libro tra gli oltre undicimila che sono stati finora catalogati per tema e in ordine alfabetico. Presto la biblioteca sarà anche ampliata con una raccolta di film e documentari. Oggi è un luogo aperto a tutti, confortevole e molto frequentato, dove si possono consultare e prendere in prestito opere di letteratura araba e straniera, libri di filosofia, teologia, scienze sociali e tanti altri argomenti. Si possono trovare classici del presente e del passato come Cent’anni di solitudine di Garcìa Marquez, L’alchimista di Coelho e Don Chisciotte, ma anche testi di letteratura manageriale come Le sette regole per avere successo di Stephen Covey.
Molti dei libri salvati dall’orrore siriano sono stati anche dotati di un’ulteriore e originalissima forma di catalogazione che consentirà di risalire alla loro provenienza. I volontari hanno infatti annotato con cura e passione il luogo di ritrovamento di ciascun volume, per farli tornare nelle mani dei loro legittimi proprietari, se lo vorranno, quando la guerra civile sarà finita.
“Questi libri erano di proprietà della gente che è stata costretta a scappare dalle proprie case e ad abbandonare tutto. Questa biblioteca è dedicata a loro”, ci spiega Marvin, una ragazza siriana di 25 anni che per motivi di sicurezza si cela dietro a uno pseudonimo maschile, e che siamo riusciti a contattare via Facebook. Il tentativo di recuperare almeno una piccola parte del patrimonio culturale è anche un modo per resistere all’orrore discutendo di letteratura, di cultura, di vita, e ricorda molto da vicino quello che accadde a Sarajevo, durante il terribile assedio dei primi anni ’90. Anche nella città bosniaca la resistenza culturale fu un modo per ribellarsi contro le violenze quotidiane e tornare a vivere, uno straordinario atto di coraggio col quale la popolazione volle dimostrare che niente avrebbe distrutto il loro lato artistico e intellettuale. Che il patrimonio culturale andava difeso a qualunque costo. Una bibliotecaria, Aida Buturovic, rimase uccisa mentre cercava di strappare i volumi alle fiamme del rogo della biblioteca nazionale  di Sarajevo. In città nacquero gruppi di lettura, iniziative teatrali e artistiche. Una di queste, il progetto Ars Aevi, sarebbe addirittura sopravvissuta alla guerra confluendo poi nell’attuale museo di arte contemporanea, che oggi porta quello stesso nome. “Anche la nostra biblioteca, come tanti altri progetti culturali in corso oggi in Siria, è un modo per cercare di affrontare un assedio psicologico che è duro quanto quello fisico, se non di più”, ci dice Marvin, che è una delle coordinatrici di Humans of Syria, un’associazione di artisti siriani che raccontano su internet la resistenza quotidiana della popolazione. Darayya è stata infatti una delle principali roccaforti delle proteste anti-governative ed è tuttora al centro di uno scontro estenuante tra l’esercito regolare di Bashar al-Assad e alcuni gruppi islamisti locali. “Ogni giorno – prosegue la ragazza – piovono sulla città in media una trentina di barrel bomb, i micidiali barili bomba imbottiti di esplosivo, rottami e bulloni che uccidono e feriscono i civili in modo indiscriminato”. Alcune settimane fa sono rimasti feriti anche due degli ideatori della biblioteca, Abu Malek e Abu Al-Ezz, entrambi poco più che ventenni. Il primo, appassionato di pittura, ha dipinto nell’ultimo anno oltre una ventina di murales usando le pareti degli edifici distrutti come tele improvvisate. Il secondo è invece il ragazzo ritratto nella foto mentre sta studiando nella biblioteca di Darayya. È rimasto ferito alla testa dall’esplosione di una bomba e non ha potuto ricevere cure adeguate perché in città non mancano le attrezzature mediche. “Entrambi adesso stanno meglio – garantisce Marvin – e la loro resistenza, come quella dei giovani siriani, proseguirà a qualunque costo”.
RM

Siria, la pace era solo silenzio

Più profetico di 1984 di Orwell, più surreale della Metamorfosi di Kafka. Quando dieci anni fa il romanziere siriano Nihad Sirees scrisse The Silence and the Roar, non poteva immaginare che quella riuscitissima satira politica avrebbe rispecchiato così fedelmente il futuro del suo paese. “Non volevo scrivere un romanzo premonitore – ci spiega oggi dall’esilio dove vive da alcuni anni, per motivi di sicurezza, – ma solo un libro che rappresentasse correttamente il dittatore siriano e la situazione del mio paese. Qualcuno – prosegue – doveva pur scrivere che Bashar era un dittatore che governava con la paura mentre all’epoca molti, soprattutto in Occidente, credevano che fosse un uomo mite e gentile, e che fosse amato dal suo popolo. Nessuno aveva raccontato che egli costringeva invece la gente a mostrare amore nei suoi confronti. In seguito, purtroppo, abbiamo visto tutti che è stato capace di portarci all’inferno”.
Pubblicato nel 2004 in Libano e circolato per anni in Siria solo attraverso canali clandestini, due anni fa il romanzo di maggior spicco di questo scrittore e sceneggiatore originario della città di Aleppo è stato tradotto in inglese e diffuso anche in Occidente; nelle prossime settimane arriverà finalmente nelle librerie anche in traduzione italiana, col titolo Il silenzio e il tumulto, edito dalla casa editrice Il Sirente, da tempo impegnata in un’interessante opera di diffusione della letteratura araba. È un romanzo sulla vita durante la dittatura, ambientato in un paese immaginario ma con chiari riferimenti alla Siria, l’affresco di un popolo le cui vite sono dominate dalla paura, reso con una scrittura brillante, ironica e fortemente allegorica attraverso una vicenda che prefigura l’attuale situazione siriana. La trama si svolge tutta all’interno delle ventiquattr’ore di un giorno particolare, quello in cui il regime festeggia il ventennale dell’ascesa al potere di un anonimo dittatore. Il tumulto richiamato dal titolo è quello prodotto dalle grida e dai festeggiamenti dei sostenitori scesi in strada a sfilare per dimostrare il loro ardore verso il grande leader, ma anche quello dei pestaggi riservati a chi non manifesta. Un rumore e un caos che servono anche a impedire al popolo di pensare, di commettere cioè il crimine dell’uso del pensiero. Il silenzio è invece la condizione alla quale è costretto il giovane protagonista del romanzo, lo scrittore 31enne Fathi Sheen, messo a tacere dal regime perché accusato di idee antipatriottiche. Un silenzio che rischia di diventare definitivo – in prigione o addirittura nella tomba – se oserà opporsi al regime che gli chiede di schierarsi dalla parte della propaganda. E lui ne è ben consapevole, al punto da ammettere: “non faccio più niente, non leggo, non scrivo, non penso nemmeno. In tempi come questi, il silenzio è saggezza”.
Molteplici sono i riferimenti letterari che si possono individuare nel testo: da quelli più immediati – a Orwell e al surrealismo di Kafka – fino a opere completamente diverse, come L’autunno del patriarca di Garcia Marquez. “Gli uomini e le donne sconfitti dalla tirannia smetteranno di amare”, sostiene Sirees, e infatti il tema dominante di un libro che è inevitabilmente anche autobiografico è la metafora dell’artista che cerca di resistere sotto la dittatura, che prova a tenere in vita la sua arte tra rumorosi e silenziosi stati d’animo. Ci riuscirà soltanto grazie all’amore per Lama, una donna che richiama alla mente Julia, la figura femminile che in 1984 fa ritrovare il desiderio di libertà a Winston Smith, l’impiegato preposto alla riscrittura della storia. La passione per Lama diventa per Fathi una forma di resistenza, “il solo modo per urlare in faccia al silenzio”. Ma c’è anche un’altra arma, assai potente, con la quale gli uomini possono sconfiggere la dittatura, ed è il sarcasmo, che può essere usato per reagire all’insensata crudeltà del regime al potere. I toni da commedia dell’assurdo utilizzati nella narrazione intendono ridicolizzare la devozione che il popolo è costretto a mostrare nei confronti della dittatura ma anche l’assurdità di uno stato costruito attorno alla personalità del suo leader. Fino al tragicomico finale, carico di significati simbolici e premonitori. “Il merito principale di questo libro – sostiene Sirees – è quello di aver fatto vedere al mondo che la pace nella quale si trovava la Siria prima della guerra civile era artefatta e costruita sulla paura. Non era pace, era soltanto silenzio”. Ma il sarcasmo non riesce a nascondere la sua disillusione nei confronti del futuro: “in questi anni ho visto un incubo trasformarsi in realtà sotto i miei occhi. Oltre alle morti, alle violenze e alle distruzioni, è particolarmente doloroso vedere Aleppo, la mia città, sulla quale ho scritto tutti i miei libri, la cui cultura e la cui storia stanno scomparendo. Sul futuro non mi faccio illusioni, spero che le persone cui voglio bene siano ancora vive. Quanto all’ISIS, non sarebbe mai nato se i regimi vari – Iraq, Siria, Iran ma anche il Libano di Hassan Nasrallah – si fossero comportati in modo pacifico con i loro oppositori moderati. Sono stati proprio questi regimi a creare le condizioni per la nascita e il proliferare dell’estremismo”.
RM

Che fa l’Europa per la Siria?

di Riccardo Noury, Amnesty International

Il 26 settembre, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il primo ministro britannico David Cameron ha detto parole chiare: “Il sangue dei bambini siriani è una macchia terribile sulla reputazione di questo organismo”. Qualche mese prima, a giugno, il Consiglio europeo aveva espresso “dura condanna per la brutale violenza e i massacri di civili” e aveva sollecitato il regime siriano “a cessare immediatamente gli attacchi contro la popolazione civile”. Alla luce di queste parole, e del successivo Nobel per la pace, conferito al’Unione europea come si dà un premio alla carriera a un regista perdonandogli gli ultimi brutti film, ci si aspetterebbe qualche gesto concreto. Invece, nonostante le frasi di condanna, parole ipocrite mischiate a dita puntate, la comunità internazionale e in particolare l’Unione europea non stanno trovando alcuna soluzione per chiedere alle parti in conflitto di porre fine alle massicce violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario in Siria.
I morti, negli ultimi 19 mesi, sono stati almeno 24.000. Oltre un milione sono i profughi interni e più di 280.000 persone  si sono registrate come rifugiati in Turchia, Giordania, Iraq e Libano. Altre decine di migliaia sono in attesa di esserlo. Secondo le Nazioni Unite, alla fine dell’anno i rifugiati siriani nei paesi limitrofi saranno 700.000. È evidente che queste cifre non sono gestibili e che alla crisi dei diritti umani in Siria seguirà una crisi umanitaria oltre i suoi confini. L’Europa, che ha ricevuto, ad oggi, solo 16.500 richieste d’asilo politico, che intende fare? Se la preoccupazione per i civili in Siria fosse genuina, altrettanta dovrebbe essercene per coloro che sono costretti a lasciare il paese. Assistere e proteggere chi cerca di scappare dal bagno di sangue è il minimo che la comunità internazionale dovrebbe fare.
Per questo motivo, Amnesty International ha chiesto all’Unione europea di fare alcune cose concrete. Ad esempio, garantire accesso alle procedure d’asilo a tutti i siriani che chiedono asilo nel suo territorio; assicurare che nessun rifugiato siriano sia rinviato a Damasco, cosa che invece rischia di accadere nel Regno Unito; abolire procedure che oggi costituiscono enormi ostacoli, come la richiesta di un visto ai consolati o le voluminose documentazioni necessarie per i ricongiungimenti familiari. Un altro modo concreto per mostrare responsabilità e solidarietà dovrebbe essere il reinsediamento dei rifugiati iracheni, somali, afgani, sudanesi e yemeniti che sono rimasti intrappolati nel conflitto interno siriano e che sono particolarmente a rischio.
Il piano d’azione delle Nazioni Unite per la Siria ha sollecitato contributi ai programmi in favore dei rifugiati siriani. L’Onu ha chiesto 488 milioni di dollari. A oggi, di questa somma è arrivato solo il 29 per cento. Il soccorso umanitario ai rifugiati in fuga dal conflitto siriano, con l’arrivo della stagione fredda, diventa estremamente urgente. Saprà l’Unione europea onorare il recente Nobel per la pace?