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La squadra di Assad ai mondiali di calcio?

Venerdì di Repubblica, 28 aprile 2017

Può una squadra di calcio senza tifosi, senza stadio e senza soldi qualificarsi per i mondiali che si disputeranno in Russia nel 2018? La nazionale siriana potrebbe partecipare a una fase finale del campionato del mondo per la prima volta nella sua storia proprio mentre il paese è dilaniato dalla guerra civile. Quello che anche in tempo di pace è sempre stato un sogno proibito è diventato una possibilità concreta qualche settimana fa, grazie a un’inaspettata vittoria casalinga sull’Uzbekistan nel girone di qualificazione. La partita sembrava avviata verso un inutile pareggio, quando a pochi minuti dalla fine il ct Ayman Hakeem ha fatto entrare l’anziano attaccante Firas al-Khatib. Erano cinque anni che il 33enne numero dieci originario di Homs, considerato il più forte giocatore siriano di tutti i tempi, non indossava più la maglia della nazionale. Nel 2012 aveva infatti  abbandonato “la squadra del regime” per motivi politici, non facendo mistero del suo sostegno nei confronti dei ribelli anti-Assad, prima di trasferirsi in Kuwait. Ma poi ha deciso di riprendere il suo posto in squadra affermando che la nazionale è di tutti, e che vale la pena contribuire alla corsa verso il Mondiale. A un minuto dalla fine è stato proprio lui a procurarsi il rigore decisivo che è stato trasformato dal giovane compagno di squadra Omar Kharbin, proiettando la squadra a ridosso del terzo posto nella classifica del girone eliminatorio, che garantirebbe l’accesso ai playoff per Russia 2018. Per ovvi motivi di sicurezza le “aquile di Qassioun” (questo il soprannome dei giocatori siriani, dal nome del monte che sovrasta la capitale) sono costrette da anni a giocare le partite casalinghe fuori casa, anche perché lo stadio Abbasyn di Damasco che era il tempio della nazionale è stato trasformato in una base militare e molti altri sono diventati centri di detenzione. I match interni di qualificazione sono stati disputati prima in Oman, poi in Malesia: alla partita con l’Uzbekistan, giocata allo stadio Hang Jebat di Malacca, hanno assistito appena trecento tifosi. Ma il ritorno di al-Khatib – da molti considerato un traditore della patria – è stato visto come un provvidenziale segno del destino e una speranza per il futuro del paese, come hanno dimostrato le lacrime versate nel dopo partita dal ct Hakeem, che ha dedicato il successo a tutto il popolo siriano. La nazionale è da sempre un potente strumento di propaganda del regime di Bashar al-Assad e negli ultimi anni non è stata immune da tensioni politiche, con giocatori arrestati, costretti a fuggire o addirittura uccisi a causa del loro sostegno ai ribelli. Ma pur priva di tifo al seguito e costretta a convocare giocatori sparsi per il Golfo, la squadra si era già resa protagonista di un’impresa nell’ottobre scorso, quando aveva strappato una clamorosa vittoria in trasferta contro la Cina di Marcello Lippi, al Coca Cola Stadium della provincia di Shaanxi. In quell’occasione l’orgoglio siriano aveva prevalso su una squadra ricca e sostenuta da circa cinquantamila tifosi locali. Adesso, tra giugno e settembre, restano da giocare tre partite contro Qatar, Iran e Cina, e il terzo posto appare ancora alla portata dell’undici siriano, il cui segreto è lo spirito con il quale i giocatori scendono in campo. “Non importa se uno di noi è cristiano, musulmano o di qualsiasi altra confessione”, ha dichiarato al Guardian il capitano Abdulrazak al Hussein. “Siamo una squadra e giochiamo per il nostro paese”.
RM

Aleppo, un dramma a colori

Avvenire, 8.1.2017

“Non c’è più colore ad Aleppo. Tutto è grigio, anche noi. Lo scontro inaspettato tra il grigio e l’arancione mostra le buie conseguenze di una guerra, ma riflette anche un sottile filo di speranza. Il blu notte intorno alle pupille mi parla, mi dice degli orrori che ha visto. Ci manca un colore più chiaro: il bianco. Il cielo dovrebbe essere dipinto di bianco per prendersi gioco della presunta fine della guerra e mostrare l’ingenuità che resta”. Il dramma della Siria prende forma sotto i nostri occhi attraverso la voce innocente e lo sguardo disincantato di Adam, un ragazzino siriano di quattordici anni affetto dalla sindrome di Asperger, che cerca di dare un senso alle proprie emozioni attraverso la pittura. I colori gli servono per descrivere la gente e l’orrore che lo circonda, per cercare di comprendere gli effetti devastanti della guerra sulla vita della sua famiglia e delle persone che gli stanno attorno. Dopo aver ottenuto il plauso della critica inglese, Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra, immaginifico romanzo d’esordio della giovane scrittrice anglo-siriana Sumia Sukkar, viene adesso proposto anche in italiano dalla casa editrice Il Sirente, specializzata in letteratura araba, con la traduzione di Barbara Benini. aleppo-siriaCon un lungo e ininterrotto flusso di coscienza Adam esprime un misto di incredulità e paura, di tenerezza e innocenza. Dipinge la guerra perché “offre infinite possibilità pittoriche” e la sua piccola arte finisce per trasfigurarsi in un estremo atto di resistenza, ma contrariamente alle apparenze il romanzo non è una favola e quindi non ci risparmia orrori e crudezze. È piuttosto un originale reportage intimista, il tentativo di spiegare le conseguenze della guerra sulla mente di un bambino la cui leggera forma di autismo lo porta a una forte relazionalità affettiva con gli altri, soprattutto con la sorella Yasmine, il suo principale punto di riferimento dopo la morte della mamma. Ogni capitolo ha il nome di un colore, persino ai personaggi sono assegnate tonalità e sfumature diverse a seconda della vibrazione delle loro emozioni: Adam vede le persone avvolte da un’aurea colorata percependo i loro stati d’animo e i loro sentimenti, mentre la guerra è grigia e copre tutto come uno spesso strato di polvere che rischia di soffocare la nostra umanità. La necessità di comprendere quello che accade attorno a lui lo trasfigura poi nel ruolo di testimone: “un giorno, quando sarà finita la guerra, avrò i miei quadri per mostrare alla gente cosa stava realmente succedendo. I miei quadri non mentono”.
L’autrice, Sumia Sukkar, afferma di essersi ispirata ai racconti di prima mano ascoltati dai suoi familiari siriani e dagli amici che tuttora vivono in Siria. “In questi casi ci può essere la tentazione di edulcorare quello che sta accadendo – spiega – ma io ho scelto al contrario di raccontare i fatti in tutta la loro drammaticità. Quello che volevo trasmettere era l’oscenità e la crudezza della situazione nella quale si trova attualmente la Siria”. Durante la stesura del romanzo Sukkar è stata costantemente in contatto su Skype con una zia che vive a Damasco, e le storie terribili che le ha raccontato sono state poi in parte riversate nel romanzo. “Ho bisogno di dipingere e posso già figurarmi il quadro nella testa – dice Adam – . Due ragazzi giovani sdraiati nell’acqua a gambe e braccia divaricate, liberi, ma con il viso sfigurato, bruciato. Si riesce anche a distinguere dove erano veramente gli occhi e il naso. Sarebbe un dipinto in bianco e nero, con il viso a spettro cromatico. Sarà orribile e meraviglioso allo stesso tempo”. Il libro deve gran parte della sua originalità proprio alla voce narrante, quella di un quattordicenne che a causa della sindrome di Asperger è dotato di una sensibilità fuori dall’ordinario e dell’intelligenza di un bambino più piccolo della sua età. La sua tenera ingenuità diventa un monito contro l’assurdità di tutte le guerre, come quando sente una folla che acclama Assad e si chiede “se stanno dalla parte del presidente, perché allora uccidono la gente del suo paese?”, oppure quando si affaccia alla finestra di casa sua e gli uomini che vede in strada gli sembrano un dipinto, qualcosa che Salvador Dalì dipingerebbe nel suo famoso quadro Volto della guerra.
La giovane scrittrice (aveva appena ventidue anni quando il libro è uscito in Inghilterra) spiega che la scelta si è resa necessaria per rendere più intenso ed efficace l’impatto narrativo della storia. È quasi inevitabile tracciare un paragone con il romanzo best seller di Mark Haddon uscito una decina d’anni fa, Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte. Anche in quel caso il protagonista era Christopher, un quindicenne affetto dal medesimo disturbo pervasivo dello sviluppo, costretto ad affrontare fatti tragici con un’emotività al di fuori dell’ordinario. Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra ha però il grande pregio di rappresentare con uno sguardo inedito e sorprendente una delle più terribili crisi umanitarie del nostro tempo, di dimostrare come la fantasia e l’immaginazione possano proteggerci dagli orrori del mondo, e di individuare una speranza per il popolo siriano nella sua fede incrollabile in Dio e nella forza degli affetti. In Gran Bretagna è stato adattato sotto forma di documentario radiofonico passando nel prestigioso “Saturday Drama” della Bbc e sono già stati acquistati i diritti per la realizzazione di un film tratto dal libro.
RM

Aleppo. Dove è morta l’umanità

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di Cecilia Dalla Negra e Fouad Roueiha

Il 13 dicembre, dopo quasi 4 anni e mezzo dalla divisione della città, la parte est di Aleppo si avvia a tornare sotto il controllo del regime di Damasco. Cade l’Aleppo dell’Università della rivoluzione, quella del Consiglio Locale e degli esperimenti di democrazia, quella di emittenti libere come Radio Hara o Nasaem Souria.
Cade l’Aleppo eroica che ad agosto aveva rotto il primo assedio che le era stato imposto grazie ai civili che avevano creato una no fly zone dal basso, prodotta dalla coltre nera di centinaia di pneumatici bruciati per oscurare il cielo ed impedire i bombardamenti.
La battaglia per quella che era la più popolosa città della Siria e una tra le più antiche ancora abitate al mondo, si è conclusa con 4 mesi d’assedio e 3 settimane di martellanti bombardamenti da parte dell’aviazione siriana e russa, mentre sul terreno avanzavano le truppe governative affiancate dal libanese Hezbollah e decine di milizie irregolari siriane, irachene ed altre sostenute dall’Iran. Nessuna arma, a eccezione dell’atomica, è stata risparmiata: dai missili balistici a quelli anti-bunker, dalle armi chimiche a quelle incendiarie e termobariche, fino ai barili bomba e alle munizioni a grappolo. Continua la lettura di Aleppo. Dove è morta l’umanità

Kurdistan: la lotta continua

di Gianni Sartori

I prigionieri curdi del PKK e le prigioniere curde del PAJK (Partito della Liberazione delle Donne del Kurdistan) hanno iniziato uno sciopero della fame nelle prigioni turche dove sono rinchiusi. Lo sciopero si preannuncia a tempo indeterminato e in alternanza, a turno.
kurdsignhungerwebDeniz Kaya, parlando a nome del PKK e del PAJK, ha dichiarato che questa protesta dei prigionieri va interpretata come un “avvertimento” al presidente turco Recep Tayyp Erdogan e al governo AKP. Con questo sciopero i prigionieri intendono rivendicare “il riconoscimento dell’autonomia per il popolo curdo e le liberazione di Abdullah Ocalan”.
I prigionieri hanno così voluto portare all’attenzione dell’opinione pubblica l’attuale politica di annientamento  condotta, con una barbarie senza precedenti, dal governo turco contro la popolazione curda. Deniz Kaya si è rivolto a quanti si considerano “intellettuali, scrittori o giornalisti, ma restano in silenzio sul brutale massacro” chiedendo loro di “rispettare i valori umani” mettendo poi in guardia sul fatto che “la guerra condotta da Erdogan contro i curdi sta portando la Turchia sull’orlo di un baratro”.
E proseguiva: “Noi dobbiamo dire chiaramente  che non abbiamo mai ceduto davanti a questi politici corrotti durante 43 anni e che non abbiamo mai abbandonato la lotta. Bruciando la gente ancora viva dentro gli scantinati e appendendo i corpi nudi delle vittime, il governo AKP dimostra apertamente di non rispettare né le leggi di guerra, né l’umanità”.
Appare evidente come Erdogan e i suoi complici abbiano ormai superato il limite della decenza e “un giorno saranno giudicati dal popolo curdo” avverte il comunicato. Nel comunicato si informa che lo sciopero iniziato oggi (6 marzo 2016) proseguirà condotto da gruppi di prigioniere e prigionieri che si alterneranno ogni dieci giorni. Rivolge poi un appello tutte le “orecchie sensibili” affinché denuncino pubblicamente le atrocità commesse dal governo turco e diano sostegno al popolo curdo. Continua la lettura di Kurdistan: la lotta continua

Siria, la speranza è in biblioteca

Da “Avvenire” di oggi

Quattro anni d’assedio non sono riusciti a cancellare lo spirito e l’umanità del popolo siriano. In una strada alla periferia di Darayya, una città a pochi chilometri da Damasco dove secondo alcune fonti della tradizione sarebbe avvenuta la conversione di San Paolo, si nasconde un tesoro che è stato creato poco dopo l’inizio della guerra civile e che da allora viene curato, alimentato, vissuto. Un luogo che con la sua stessa esistenza è in grado di dare speranza a chi è costretto a vivere in un paese sempre più martoriato dai bombardamenti quotidiani. È una piccola biblioteca pubblica dove un gruppo di giovani ha portato i libri salvati dalle macerie dopo averli sottratti alla distruzione e all’oblio, e li ha restituiti alla popolazione. Il progetto è nato quasi per caso nel 2012 quando alcuni studenti di Damasco e delle aree limitrofe, ormai impossibilitati a proseguire gli studi in un paese in guerra, decisero di dedicare parte del loro tempo al recupero dei libri dagli edifici distrutti dalle bombe, oltre a quelli scampati dai roghi delle biblioteche e delle librerie. h01Mentre il numero di volumi raccolti cresceva in modo esponenziale, anche il gruppo di volontari si allargava e individuava un posto sicuro dove portare tutto il materiale: una grande cantina sotterranea, al riparo dalle bombe, che non doveva però diventare un semplice deposito ma un luogo nel quale favorire la circolazione della cultura e lo scambio delle idee. Uno spazio di resistenza culturale dove salvare i libri dalla furia iconoclasta della dittatura, oltre che un antidoto alla disperazione e alla paura. Col tempo, il lavoro appassionato di tanti volontari ha trasformato la cantina in una vera e propria biblioteca, con scaffali, arredi e tavoli creati artigianalmente su misura e un sistema di indicizzazione che consente di trovare velocemente un libro tra gli oltre undicimila che sono stati finora catalogati per tema e in ordine alfabetico. Presto la biblioteca sarà anche ampliata con una raccolta di film e documentari. Oggi è un luogo aperto a tutti, confortevole e molto frequentato, dove si possono consultare e prendere in prestito opere di letteratura araba e straniera, libri di filosofia, teologia, scienze sociali e tanti altri argomenti. Si possono trovare classici del presente e del passato come Cent’anni di solitudine di Garcìa Marquez, L’alchimista di Coelho e Don Chisciotte, ma anche testi di letteratura manageriale come Le sette regole per avere successo di Stephen Covey.
Molti dei libri salvati dall’orrore siriano sono stati anche dotati di un’ulteriore e originalissima forma di catalogazione che consentirà di risalire alla loro provenienza. I volontari hanno infatti annotato con cura e passione il luogo di ritrovamento di ciascun volume, per farli tornare nelle mani dei loro legittimi proprietari, se lo vorranno, quando la guerra civile sarà finita.
“Questi libri erano di proprietà della gente che è stata costretta a scappare dalle proprie case e ad abbandonare tutto. Questa biblioteca è dedicata a loro”, ci spiega Marvin, una ragazza siriana di 25 anni che per motivi di sicurezza si cela dietro a uno pseudonimo maschile, e che siamo riusciti a contattare via Facebook. Il tentativo di recuperare almeno una piccola parte del patrimonio culturale è anche un modo per resistere all’orrore discutendo di letteratura, di cultura, di vita, e ricorda molto da vicino quello che accadde a Sarajevo, durante il terribile assedio dei primi anni ’90. Anche nella città bosniaca la resistenza culturale fu un modo per ribellarsi contro le violenze quotidiane e tornare a vivere, uno straordinario atto di coraggio col quale la popolazione volle dimostrare che niente avrebbe distrutto il loro lato artistico e intellettuale. Che il patrimonio culturale andava difeso a qualunque costo. Una bibliotecaria, Aida Buturovic, rimase uccisa mentre cercava di strappare i volumi alle fiamme del rogo della biblioteca nazionale  di Sarajevo. In città nacquero gruppi di lettura, iniziative teatrali e artistiche. Una di queste, il progetto Ars Aevi, sarebbe addirittura sopravvissuta alla guerra confluendo poi nell’attuale museo di arte contemporanea, che oggi porta quello stesso nome. “Anche la nostra biblioteca, come tanti altri progetti culturali in corso oggi in Siria, è un modo per cercare di affrontare un assedio psicologico che è duro quanto quello fisico, se non di più”, ci dice Marvin, che è una delle coordinatrici di Humans of Syria, un’associazione di artisti siriani che raccontano su internet la resistenza quotidiana della popolazione. Darayya è stata infatti una delle principali roccaforti delle proteste anti-governative ed è tuttora al centro di uno scontro estenuante tra l’esercito regolare di Bashar al-Assad e alcuni gruppi islamisti locali. “Ogni giorno – prosegue la ragazza – piovono sulla città in media una trentina di barrel bomb, i micidiali barili bomba imbottiti di esplosivo, rottami e bulloni che uccidono e feriscono i civili in modo indiscriminato”. Alcune settimane fa sono rimasti feriti anche due degli ideatori della biblioteca, Abu Malek e Abu Al-Ezz, entrambi poco più che ventenni. Il primo, appassionato di pittura, ha dipinto nell’ultimo anno oltre una ventina di murales usando le pareti degli edifici distrutti come tele improvvisate. Il secondo è invece il ragazzo ritratto nella foto mentre sta studiando nella biblioteca di Darayya. È rimasto ferito alla testa dall’esplosione di una bomba e non ha potuto ricevere cure adeguate perché in città non mancano le attrezzature mediche. “Entrambi adesso stanno meglio – garantisce Marvin – e la loro resistenza, come quella dei giovani siriani, proseguirà a qualunque costo”.
RM

Siria, la pace era solo silenzio

Più profetico di 1984 di Orwell, più surreale della Metamorfosi di Kafka. Quando dieci anni fa il romanziere siriano Nihad Sirees scrisse The Silence and the Roar, non poteva immaginare che quella riuscitissima satira politica avrebbe rispecchiato così fedelmente il futuro del suo paese. “Non volevo scrivere un romanzo premonitore – ci spiega oggi dall’esilio dove vive da alcuni anni, per motivi di sicurezza, – ma solo un libro che rappresentasse correttamente il dittatore siriano e la situazione del mio paese. Qualcuno – prosegue – doveva pur scrivere che Bashar era un dittatore che governava con la paura mentre all’epoca molti, soprattutto in Occidente, credevano che fosse un uomo mite e gentile, e che fosse amato dal suo popolo. Nessuno aveva raccontato che egli costringeva invece la gente a mostrare amore nei suoi confronti. In seguito, purtroppo, abbiamo visto tutti che è stato capace di portarci all’inferno”.
Pubblicato nel 2004 in Libano e circolato per anni in Siria solo attraverso canali clandestini, due anni fa il romanzo di maggior spicco di questo scrittore e sceneggiatore originario della città di Aleppo è stato tradotto in inglese e diffuso anche in Occidente; nelle prossime settimane arriverà finalmente nelle librerie anche in traduzione italiana, col titolo Il silenzio e il tumulto, edito dalla casa editrice Il Sirente, da tempo impegnata in un’interessante opera di diffusione della letteratura araba. È un romanzo sulla vita durante la dittatura, ambientato in un paese immaginario ma con chiari riferimenti alla Siria, l’affresco di un popolo le cui vite sono dominate dalla paura, reso con una scrittura brillante, ironica e fortemente allegorica attraverso una vicenda che prefigura l’attuale situazione siriana. La trama si svolge tutta all’interno delle ventiquattr’ore di un giorno particolare, quello in cui il regime festeggia il ventennale dell’ascesa al potere di un anonimo dittatore. Il tumulto richiamato dal titolo è quello prodotto dalle grida e dai festeggiamenti dei sostenitori scesi in strada a sfilare per dimostrare il loro ardore verso il grande leader, ma anche quello dei pestaggi riservati a chi non manifesta. Un rumore e un caos che servono anche a impedire al popolo di pensare, di commettere cioè il crimine dell’uso del pensiero. Il silenzio è invece la condizione alla quale è costretto il giovane protagonista del romanzo, lo scrittore 31enne Fathi Sheen, messo a tacere dal regime perché accusato di idee antipatriottiche. Un silenzio che rischia di diventare definitivo – in prigione o addirittura nella tomba – se oserà opporsi al regime che gli chiede di schierarsi dalla parte della propaganda. E lui ne è ben consapevole, al punto da ammettere: “non faccio più niente, non leggo, non scrivo, non penso nemmeno. In tempi come questi, il silenzio è saggezza”.
Molteplici sono i riferimenti letterari che si possono individuare nel testo: da quelli più immediati – a Orwell e al surrealismo di Kafka – fino a opere completamente diverse, come L’autunno del patriarca di Garcia Marquez. “Gli uomini e le donne sconfitti dalla tirannia smetteranno di amare”, sostiene Sirees, e infatti il tema dominante di un libro che è inevitabilmente anche autobiografico è la metafora dell’artista che cerca di resistere sotto la dittatura, che prova a tenere in vita la sua arte tra rumorosi e silenziosi stati d’animo. Ci riuscirà soltanto grazie all’amore per Lama, una donna che richiama alla mente Julia, la figura femminile che in 1984 fa ritrovare il desiderio di libertà a Winston Smith, l’impiegato preposto alla riscrittura della storia. La passione per Lama diventa per Fathi una forma di resistenza, “il solo modo per urlare in faccia al silenzio”. Ma c’è anche un’altra arma, assai potente, con la quale gli uomini possono sconfiggere la dittatura, ed è il sarcasmo, che può essere usato per reagire all’insensata crudeltà del regime al potere. I toni da commedia dell’assurdo utilizzati nella narrazione intendono ridicolizzare la devozione che il popolo è costretto a mostrare nei confronti della dittatura ma anche l’assurdità di uno stato costruito attorno alla personalità del suo leader. Fino al tragicomico finale, carico di significati simbolici e premonitori. “Il merito principale di questo libro – sostiene Sirees – è quello di aver fatto vedere al mondo che la pace nella quale si trovava la Siria prima della guerra civile era artefatta e costruita sulla paura. Non era pace, era soltanto silenzio”. Ma il sarcasmo non riesce a nascondere la sua disillusione nei confronti del futuro: “in questi anni ho visto un incubo trasformarsi in realtà sotto i miei occhi. Oltre alle morti, alle violenze e alle distruzioni, è particolarmente doloroso vedere Aleppo, la mia città, sulla quale ho scritto tutti i miei libri, la cui cultura e la cui storia stanno scomparendo. Sul futuro non mi faccio illusioni, spero che le persone cui voglio bene siano ancora vive. Quanto all’ISIS, non sarebbe mai nato se i regimi vari – Iraq, Siria, Iran ma anche il Libano di Hassan Nasrallah – si fossero comportati in modo pacifico con i loro oppositori moderati. Sono stati proprio questi regimi a creare le condizioni per la nascita e il proliferare dell’estremismo”.
RM

Che fa l’Europa per la Siria?

di Riccardo Noury, Amnesty International

Il 26 settembre, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il primo ministro britannico David Cameron ha detto parole chiare: “Il sangue dei bambini siriani è una macchia terribile sulla reputazione di questo organismo”. Qualche mese prima, a giugno, il Consiglio europeo aveva espresso “dura condanna per la brutale violenza e i massacri di civili” e aveva sollecitato il regime siriano “a cessare immediatamente gli attacchi contro la popolazione civile”. Alla luce di queste parole, e del successivo Nobel per la pace, conferito al’Unione europea come si dà un premio alla carriera a un regista perdonandogli gli ultimi brutti film, ci si aspetterebbe qualche gesto concreto. Invece, nonostante le frasi di condanna, parole ipocrite mischiate a dita puntate, la comunità internazionale e in particolare l’Unione europea non stanno trovando alcuna soluzione per chiedere alle parti in conflitto di porre fine alle massicce violazioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario in Siria.
I morti, negli ultimi 19 mesi, sono stati almeno 24.000. Oltre un milione sono i profughi interni e più di 280.000 persone  si sono registrate come rifugiati in Turchia, Giordania, Iraq e Libano. Altre decine di migliaia sono in attesa di esserlo. Secondo le Nazioni Unite, alla fine dell’anno i rifugiati siriani nei paesi limitrofi saranno 700.000. È evidente che queste cifre non sono gestibili e che alla crisi dei diritti umani in Siria seguirà una crisi umanitaria oltre i suoi confini. L’Europa, che ha ricevuto, ad oggi, solo 16.500 richieste d’asilo politico, che intende fare? Se la preoccupazione per i civili in Siria fosse genuina, altrettanta dovrebbe essercene per coloro che sono costretti a lasciare il paese. Assistere e proteggere chi cerca di scappare dal bagno di sangue è il minimo che la comunità internazionale dovrebbe fare.
Per questo motivo, Amnesty International ha chiesto all’Unione europea di fare alcune cose concrete. Ad esempio, garantire accesso alle procedure d’asilo a tutti i siriani che chiedono asilo nel suo territorio; assicurare che nessun rifugiato siriano sia rinviato a Damasco, cosa che invece rischia di accadere nel Regno Unito; abolire procedure che oggi costituiscono enormi ostacoli, come la richiesta di un visto ai consolati o le voluminose documentazioni necessarie per i ricongiungimenti familiari. Un altro modo concreto per mostrare responsabilità e solidarietà dovrebbe essere il reinsediamento dei rifugiati iracheni, somali, afgani, sudanesi e yemeniti che sono rimasti intrappolati nel conflitto interno siriano e che sono particolarmente a rischio.
Il piano d’azione delle Nazioni Unite per la Siria ha sollecitato contributi ai programmi in favore dei rifugiati siriani. L’Onu ha chiesto 488 milioni di dollari. A oggi, di questa somma è arrivato solo il 29 per cento. Il soccorso umanitario ai rifugiati in fuga dal conflitto siriano, con l’arrivo della stagione fredda, diventa estremamente urgente. Saprà l’Unione europea onorare il recente Nobel per la pace?