Archivi tag: Armenia

Ma quello armeno non fu il primo genocidio del ‘900

di Alessandro Michelucci

Ho letto con interesse il recente articolo che Niccoló Rinaldi ha dedicato al genocidio armeno e ci terrei a fare alcune precisazioni. La prima è che non fu soltanto il genocidio degli Armeni, bensì di tutte le minoranze religiose dell’impero ottomano, quindi anche Assiri e Greci del Ponto. In tutto morirono quasi tre milioni di persone. L’ampia bibliografia e il dibattito accademico sul tema non lasciano dubbi.
Non lo si può considerare neanche il primo genocidio del Novecento, perché in questo modo si dimenticherebbe quello degli Herero e dei Nama, pastori nomadi della Namibia (all’epoca Africa di Sud-Ovest), che vennero sterminati dall’esercito tedesco fra il 1904 e il 1905. Anche su questo la maggior parte degli studiosi concorda.
Quanto alla definizione di ebrei come ‘popolo’, rimanderei allo studioso Shlomo Sand, lui stesso israelita, che ha scritto un libro intitolato L’invenzione del popolo ebraico (Rizzoli, 2010). Qui dimostra che gli storici sionisti hanno abilmente manipolato le fonti per creare una visione unitaria e coerente del passato. Sarebbe dunque a mio avviso più corretto parlare di minoranza religiosa.
Niccolò Rinaldi afferma inoltre che “la Turchia contemporanea, che peraltro niente avrebbe da spartire con l’eredità ottomana”. Ritengo al contrario che esista un legame diretto fra la fine dell’impero ottomano e la nascita della repubblica. Le stesse ricchezze confiscate agli Armeni servirono per finanziare la fondazione della Turchia. La continuità politica è confermata dal fatto che molti funzionari ottomani divennero figure di primo piano della repubblica. A questo proposito allego l’articolo di un noto giornalista dissidente turco, Erol Özkoray. La traduzione è mia.
Alessandro Michelucci
Centro di documentazione sui popoli minacciati

Perché il genocidio armeno resta un tabù
La prima volta che sentii parlare del genocidio armeno fu negli anni Settanta, quando vivevo a Parigi. La domanda perfettamente logica che mi feci, e che espressi in alcuni scritti, era la seguente:se la repubblica turca si basa sul rifiuto dell’impero ottomano, perchè il genocidio armenodel 1915 non viene addebitato agli ottomani? Perchè la Turchia si assume la responsabilità di questa trage-dia orribile, che è stato il primo genocidio del ventesimo secolo? Nella mia carriera di giornalista questa domanda è sempre rimasta in primo piano.Io sono noto come il giornalista che ha scritto sull’ASALA, la famosa organizzazione terroristica armena, durante la prima metà degli anni Ottanta. Erosocialista, ma ero anche fermamente contrario al terrorismo, e i miei articoli causarono un deterioramento delle relazioni fra la Turchia e il go-verno socialista di François Mitterrand, del quale ero un convinto sostenitore. Continua a leggere

Ricordare il genocidio armeno, non solo per il centenario

Niccolò Rinaldi

armenian_genocide_turkey2Hitler aveva avvertito: “Chi parla ancora oggi dell’annientamento degli armeni?” (Wer redet noch heute von der Vernichtung der Armenier?), secondo questa frase attribuitagli nel 1939 da Louis Lochner, capo dell’ufficio berlinese dell’Associated Press, e ripresa in un rapporto trasmesso a Londra, il 25 agosto del 1939 dall’ambasciatore britannico sir Nevil Henderson. A cento anni esatti dal genocidio degli armeni, possiamo rispondere: oggi sono pochi a parlarne, a scriverne, a ricordarsi di quell’immane carneficina.
Il prossimo 24 aprile, data della commemorazione, ci sarà un soprassalto istituzionale – qualche solenne dichiarazione, una cerimonia, un po’ di articoli – ma poi, verosimilmente, cadrà lo stesso silenzio che ha accompagnato finora questi mesi dell’anno del centenario del primo genocidio del Novecento. Peccato, perché si dovrebbe arrivare all’anniversario del 24 aprile preparati in quanto società collettivamente consapevole del suo dovere di memoria condivisa, e non commemorando un centenario con improvvisazione o addirittura come si timbrerebbe il cartellino dell’atto dovuto.
“Dovere” di memoria, ma anche, soprattutto, “interesse”. Potrebbe bastare l’attualità, la cruda cronaca di quanto accade anche agli armeni di Aleppo, o alle altre minoranze abbattute dal sedicente Stato Islamico, per convincersi che senza memoria siamo condannati a rivivere gli incubi del passato – la piccola grande verità detta tante volte, e mai capìta. Tanto più per una tragedia che ha fatto da apripista alla sequela di atrocità del secolo, una vicenda che ha fatto scuola, come le parole di Hitler tristemente confermavano.
Tra le poche iniziative editoriali in occasione del centenario, la Giuntina ha pubblicato Voci ebraiche per l’Armenia, con gli scritti di quattro intellettuali ebrei – rappresentanti di un popolo che ha fatto della memoria una ragione di identità e di forza interiore – che all’epoca del genocidio avevano attivato le loro antenne e recepivano con preveggenza le conseguenze terribili di quanto avveniva. Denunciavano il nazionalismo spinto dei Giovani Turchi, ma non sfuggì loro nemmeno il ruolo collaborazionista della Germania, la “mentalità sconcertante” e l’ottuso “spirito di disciplina” dei suoi funzionari che, alleati dell’Impero Ottomano, furono complici del genocidio.
Così nel 1915, tra massacri turchi, condiscendenza tedesca, strumentalizzazione russa, e lontananza se non indifferenza di troppi europei, sugli armeni si riversò una furia omicida di antica data. Dietro al milione mezzo di vittime – tutte civili, tutte morte per esecuzioni sommarie o di stenti nelle deportazioni che non risparmiarono né bambini né donne – si erano dati appuntamento secoli di persecuzioni contro il primo popolo ad aver accettato, come nazione, il cristianesimo, e sul quale si sono accaniti nella loro storia millenaria Nabucodonosor, Serse, Alessandro, i romani, i parti, i bizantini, i mongoli di Tamerlano, i saraceni, i crociati, fino agli ottomani e ai curdi.
Il Novecento volle pareggiare i conti di questa lunga storia con il suo metodo maniacale: accumulando cadaveri con il primo genocidio da parte di un esercito regolare contro una popolazione inerme. Ammazzata spesso all’arma bianca e con metodi efferati anche solo per risparmiare le pallottole. Affamata fino alla morte. Sterminata in modo da tentare di annientare questa anomalia storica quale è da sempre la comunità armena, popolo unito dalla sua chiesa, popolo disperso ormai in tre continenti, eppure sempre capace di resistere. Perché la lezione del genocidio armeno è anche, come fu per la Shoah, la capacità di risorgere, grazie anche a una conoscenza che rende più forti. Simmetricamente, il rifiuto a riconoscere il genocidio da parte della Turchia contemporanea, che peraltro niente avrebbe da spartire con l’eredità ottomana, è una crepa di debolezza, l’insicurezza di chi non riesce a fare i conti con il passato.
Ma biasimare la Turchia è ormai fuori luogo, perché ciascuno dovrebbe assumersi le proprie responsabilità. Nemmeno gli Stati Uniti hanno riconosciuto il genocidio, nonostante una sollecitazione del Congresso, per non incrinare l’amicizia di un alleato prezioso, e generoso anche di commesse militari, anche se ormai forse meno affidabile di prima. E se il parlamento italiano, come molti altri europei, ha riconosciuto il genocidio armeno da tempo, non per questo possiamo dire di “conoscere” e nemmeno di “riconoscere” questo evento per la centralità che ha nel XX secolo e per le conseguenze che si spingono fino a noi.
Per la storia cento anni sono pochi. Allora almeno in questo 2015 si dia un senso all’anniversario moltiplicando le occasioni: una lezione specifica in ogni scuola superiore, iniziative diffuse da parte degli enti locali, l’inaugurazione di qualche monumento, un’attenzione speciale da giornali e televisioni, parole significative da parte della politica. Siamo ancora a inizio 2015, ma non si perda altro tempo: non possiamo mica dare ragione a Hitler.

Dogan Özgüden, senza patria per aver difeso i diritti umani

di Alessandro Michelucci

apatridePuò accadere che un giornale armeno metta in copertina la foto di un turco accompagnandola con un testo elogiativo? Certo, ma a una condizione: deve trattarsi di un turco che riconosce il genocidio degli armeni, o per meglio dire delle minoranze cristiane presenti nell’impero ottomano. Quindi non soltanto armeni, ma anche assiri e greci. Ebbene, questo turco esiste: si chiama Dogan Ozgüden. Proprio per questo il numero 340 (15 maggio 2009) della rivista “France Armenie” gli ha dedicato la copertina. Ozgüden è un giornalista che da oltre 40 anni vive in Belgio. Ha dovuto lasciare il suo paese per sfuggire alla persecuzione della dittatura militare. Ma per capire meglio il tema che ci interessa è necessaria una digressione. Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, in Europa, si manifesta contro la guerra del Vietnam; si leggono i libri di Sacharov e Solgenitsin; si ascoltano le canzoni di Victor Jara, oppositore della dittatura militare cilena che ha deposto e ucciso Salvador Allende. Al contrario, quasi nessuna attenzione viene riservata alla Turchia, che vive sotto la costante minaccia della dittatura militare. Fra il 1960 e il 1980 l’esercito realizza tre colpi di stato. Molte persone – intellettuali, giornalisti, registi, esponenti politici – si schierano apertamente contro le varie giunte militari, che invece vengono tollerate o addirittura appoggiate da alcuni governi europei. Il motivo per il quale il dissenso turco viene sostanzialmente ignorato è evidente. La Turchia, cerniera fra Europa e Asia, confina con vari paesi dell’impero sovietico (Bulgaria, URSS). Il paese ha già cominciato il processo di avvicinamento al blocco euro-atlantico: prima aderendo al neonato Consiglio d’Europa (1949), poi alla NATO (1952) e chiedendo di aderire alla CEE come membro associato (1959). Nel 1961 Bonn e Ankara hanno concluso un accordo che favorisce l’immigrazione di lavoratori turchi nella Repubblica Federale Tedesca. Nel 1963 la CEE ha accolto la richiesta suddetta accettando la Turchia come membro associato. Tutto questo favorisce l’acquiescenza europea nei confronti di un regime liberticida che non si esaurisce negli anni delle dittature militari, ma continua con i governi retti da civili. Ma tanti turchi, come si diceva prima, non si arrendono e gridano il proprio dissenso, anche dopo aver visto che il loro grido è destinato a cadere nel vuoto. Fra questi dissidenti coraggiosi ma ignorati spicca Dogan Özgüden, un giornalista che ha dedicato la propria vita alla difesa della libertà d’opinione, delle minoranze, dei diritti civili e sindacali. Özgüden ha raccontato la propria esperienza nel libro Journaliste “apatride” (ASP, Bruxelles, pp. 624, € 24,95). Il volume è la traduzione francese dell’originale turco, edito dall’autore con il titolo omonimo “Vatansiz” gazeteci. Il giornalista, costretto a lasciare la Turchia, si è stabilito in Belgio, dove insieme alla moglie Inci Tugsavul ha promosso molte iniziative politiche e culturali: convegni, dischi, dvd, libri, riviste. La coppia ha parlato di temi a lungo proibiti in Turchia, come il genocidio delle minoranze cristiane che segnò la fine dell’impero ottomano. A lungo invisi al potere, che li ha perseguitati in vario modo, i due sono stati privati della cittadinanza turca nel 1984.
Dal 1975 guidano l’agenzia di stampa Info-Türk, che pubblica un prezioso bollettino mensile su tutto quello che riguarda la Turchia: politica, cultura, problemi delle minoranze, etc.. Özgüden è sempre stato un giornalista di sinistra. Socialista, ma non simpatizzante del comunismo sovietico o cinese. La sua battaglia, comunque, non l’ha combattuta per far trionfare le ragioni della sua parte politica, ma per difendere i diritti di tutti. Questo impegno, che ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti di vario tipo, rappresenta un esempio illuminante di lotta nonviolenta per la libertà. Recentemente il vasto archivio raccolto da Dogan Özgüden e Inci Tugsavul è stato acquisito dall’Istituto internazionale di storia sociale di Amsterdam.

Commemorazioni in Turchia per il giorno della memoria armeno

Si sono svolte due giorni fa, per la prima volta, manifestazioni pubbliche in Turchia nell’anniversario del raid contro 220 membri dell’intelligentsia armena nel 1915, episodio che segnò l’avvio delle persecuzioni di massa. Un gruppo composto da 75 intellettuali e artisti turchi e circa duecento sostenitori ha acceso silenziosamente delle candele e ha deposto fiori davanti alla stazione di Haydarpasha, a Istanbul, da dove partì il primo convoglio della deportazione, e nella centralissima piazza Taksim. La zona era tenuta sotto stretta sorveglianza da parte delle forze dell’ordine per impedire aggressioni da parte dei nazionalisti. La manifestazione si è potuta svolgere senza che si verificassero incidenti.
Secondo il politologo Cengiz Aktar, “i jinn -gli spiriti- sono usciti dalla loro bottiglia”, il tabù comincia ad incrinarsi. Certo non ancora nella versione ufficiale della storia nazionale, ma tra gli intellettuali, in libreria e nei dibattiti in tv, la questione, tra intimidazioni e aspri confronti, è aperta. Al Nobel turco per la letteratura Orhan Pamuk, si sono aggiunti altri dissidenti di spicco. E’ il caso di Hasan Kemal, editorialista del quotidiano “Milliyet”, nipote del leader dei Giovani Turchi Kemal Pasha, che negli ultimi anni si è dedicato al tema della riscoperta della verità storica in Turchia: “A scuola e all’università impariamo che gli armeni collaboravano con il nemico e che morirono deportati verso la Siria. Non si sa nulla della verità storica. La Turchia è stata tenuta nell’oscurità -ha scritto- Oggi le cose stanno cambiando”. Nel 2008 una petizione per il ‘perdono’ alle vittime armene della ‘grande catastrofe del 1915’ è stato firmato da 30 mila cittadini. Nel 2010 Ankara ha ammesso la morte di circa 300mila armeni in seguito alle deportazione, negando tuttavia ogni pianificazione.

Se i turchi iniziano a riconoscere il genocidio armeno

armeniForse non sarà una petizione a cambiare l’intransigenza da sempre mostrata dalla Turchia nei confronti del genocidio degli armeni, ma certe iniziative possono lasciare il segno.
Circa trecento intellettuali turchi (giornalisti, scrittori e docenti universitari) hanno lanciato una petizione onlineper chiedere il riconoscimento ufficiale del genocidio degli Armeni durante la Prima Guerra mondiale. Il testo che i primi firmatari hanno sottoposto alla società civile turca (e alla quale hanno aderito 2500 persone nelle prime 24 ore) recita: “La mia coscienza non può accettare oltre la negazione della grande catastrofe che gli Armeni cittadini dell’Impero Ottomano subirono nel 1915. Rifiuto questa ingiustizia e solidarizzo con le vittime e con i fratelli armeni. Mi scuso per quello che è accaduto”. Sono parole che pesano come pietre, in un Paese come la Turchia, dove per decenni le autorità hanno ammesso che tanti armeni vennero uccisi durante il collasso dell’Impero Ottomano, nel 1915, ma che non esisteva nessun disegno di pulizia etnica e che anche tanti turchi musulmani vennero assassinati in quei giorni turbolenti. La storiografia contemporanea, però, ha ormai accertato che il massacro di almeno 700mila armeni avvenne nel quadro di un genocidio deciso a tavolino dal governo dei Giovani Turchi, che ritenevano la minoranza armena in Turchia alleata dei suoi nemici. Le cifre del genocidio non sono ancora appurate, anche perché la Turchia si è sempre rifiutata di ritenerlo tale, arrestando chi si fosse permesso di dire il contrario. Negli ultimi anni, però, in Turchia qualcosa sta cambiando, anche grazie alle pressioni dell’Unione europea. Il governo turco, con difficoltà, sta cercando di dare dei segnali positivi. Non a caso, negli ultimi anni, ha ripreso le relazioni diplomatiche con l’Armenia. Ma l’argomento genocidio resta tabù, tanto che un giornalista come Hrant Dink, nel 2007, è stato assassinato dai nazionalisti per i suoi scritti di denuncia sul genocidio. Lo stesso scrittore Orhan Pamuk, premio Nobel per la Letteratura nel 2005, vive sotto protezione.

La silenziosa scomparsa dell’Armenia

Oggi gli armeni di tutto il mondo ricordano “Metz Yeghern”, il Grande Male, ovvero la tragedia di cui fu responsabile il governo turco nel 1915 e che Ankara ancora nega con ogni mezzo. Centinaia di migliaia, secondo alcuni oltre un milione e mezzo di uomini, donne e bambini scomparvero in base a un piano di deportazioni verso il nulla, i deserti della Siria da cui non sarebbero più tornati. Uccisi in maniera atroce, per fame, malattie, privazioni. Il 24 aprile di 93 anni fa a Costantinopoli iniziava il primo genocidio del secolo XX: sarebbe diventato una sorta di “modello” per altri orrori del genere. In quegli anni scomparve così una delle più grandi comunità cristiane del vicino Oriente. Ma il processo di rimozione della memoria storica degli armeni prosegue ancora oggi, e non soltanto attraverso il violento negazionismo messo in atto dal governo turco. I monasteri e le chiese che ricordano la storia armena (in alcuni casi risalenti fino al IV secolo d.c.) stanno lentamente scomparendo. Come si vede in alcune sconvolgenti foto del Genocide Education Project.

Questo era il monastero armeno di Arakelots, a Moush, nel 1960:

E questo è lo stesso monastero quarant’anni dopo, nel 2000:

Altre foto del genere si possono vedere qui