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Ma il Metz Yeghern non venne da solo

Avvenire, 8 marzo 2019

Il Metz Yeghérn, ovvero il genocidio degli armeni in Turchia, non fu un evento isolato. Quell’orrore risalente ai primi del ‘900 fece parte, in realtà, di un progetto organico di “decristianizzazione” dell’Impero ottomano volto alla creazione di uno stato omogeneo sul piano etnico e religioso. È la sconvolgente tesi del nuovo ponderoso studio dello storico israeliano Benny Morris, Il genocidio dei cristiani. 1894-1924. La guerra dei turchi per creare uno stato islamico puro, appena uscito in traduzione italiana per Rizzoli. Per circa dieci anni Morris e il suo collega Dror Ze’evi (co-autore del libro) hanno scandagliato gli archivi americani, britannici, francesi, turchi e tedeschi giungendo alla conclusione che dalla fine del XIX secolo le comunità cristiane della Turchia e di altre regioni adiacenti furono gradualmente annientate per iniziativa dei governi turchi, con il contributo di parte della popolazione musulmana. Il loro libro elenca una serie impressionante di massacri, espulsioni sistematiche e conversioni forzate che si sviluppò lungo un arco temporale di tre decenni e riuscì letteralmente a decimare la popolazione cristiana dell’Asia Minore. Armeni, greci e assiri furono spogliati dei propri beni e deportati, i loro cimiteri vennero distrutti, le chiese e le scuole rase al suolo o trasformate in strutture islamiche. La maggior parte dei turchi, compresi gli stessi leader, erano convinti che le minoranze cristiane costituissero la principale minaccia all’unità nazionale. Temevano che fossero intenzionate a destabilizzare il paese e che potessero smembrarlo attraverso una serie di rivolte, atti di terrorismo e interventi stranieri. Per questo misero in atto un progetto di pulizia etnica che coinvolse tre diversi regimi – quello del sultano Abdul Hamid II, il governo dei Giovani turchi e infine la repubblica di Atatürk – e sfociò in una vera ecatombe. Dal 1894 al 1924 si contarono tra il milione e mezzo e i due milioni e mezzo di vittime cristiane. I carnefici turchi, secondo quando sostengono Morris e Ze’evi, si avvalsero anche del contributo di popolazioni curde, circasse, cecene e arabe. Ma i due studiosi ci tengono a precisare che le stragi furono commesse sotto governi differenti e distanti tra loro. “Dobbiamo quindi resistere – scrivono – alla tentazione di attribuire quanto accaduto a un’unica ideologia aberrante, a una particolare fazione o a un singolo dittatore malvagio. La maggior parte dei responsabili commise simili atrocità in nome dell’Islam. Ma l’Islam in sé non è una spiegazione sufficiente. Dopotutto, per secoli, l’Impero ottomano si era mostrato capace di rispettare le minoranze religiose, proteggendole e concedendo loro una certa autonomia. Fu piuttosto la specifica convergenza, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, tra un governo e un popolo musulmani minacciati e in declino e l’ascesa bramosa dei moderni nazionalismi a creare le condizioni per una simile parentesi di protratta malvagità”.
Docente all’università Ben Gurion del Negev, Benny Morris è oggi uno degli studiosi più autorevoli in Israele e fa parte del gruppo dei cosiddetti “nuovi storici”, noti per aver offerto una lettura sovversiva e revisionista della storia del conflitto israelo-palestinese. Lo studio che ha realizzato con Ze’evi era nato con l’intenzione di scoprire la verità sulle sorti degli armeni nell’Impero ottomano durante la Prima guerra mondiale ma si è poi allargato in corso d’opera, adombrando una storia ben più complessa e articolata. Un lavoro di ricerca che ha comportato notevoli difficoltà, poiché gran parte del materiale d’archivio di epoca ottomana è stata censurata o addirittura cancellata. Tuttavia le migliaia di rapporti, lettere e documenti prodotti dagli stranieri che si trovavano all’epoca in varie parti dell’Anatolia delineano un quadro chiaro, peraltro corroborato dai documenti turchi tuttora consultabili. Finora la storiografia aveva ricondotto i massacri hamidiani di fine Ottocento al desiderio del sultano di irreggimentare le turbolente minoranze cristiane; aveva spesso considerato il genocidio armeno un’orrore influenzato dal contesto bellico, mentre la pulizia etnica condotta tra il 1919 e il 1924 era stata invece inquadrata nello spargimento di sangue scatenato dalle invasioni straniere e dalla guerra turca di liberazione nazionale. I due storici israeliani ritengono invece che i tre periodi non vadano isolati, poiché trattandoli separatamente non si comprenderebbe il progetto unitario elaborato dai turchi ed evolutosi nel tempo. Il loro libro contribuisce inoltre a ritrarre a tinte assai cupe Mustafa Kemal Atatürk. Secondo quanto si apprende dalle sue pagine fu proprio il fondatore della Turchia moderna a volere la liquidazione degli ultimi armeni rimasti nel paese e a favorire lo sterminio o l’esilio di centinaia di migliaia di greci e di assiri. Numerose testimonianze di diplomatici e missionari occidentali indicano che, in più occasioni, Atatürk affermò in loro presenza che voleva una Turchia “priva di cristiani” e di aver ordinato l’attuazione di una politica di pulizia etnica a tale scopo.
RM

Ma quello armeno non fu il primo genocidio del ‘900

di Alessandro Michelucci

Ho letto con interesse il recente articolo che Niccoló Rinaldi ha dedicato al genocidio armeno e ci terrei a fare alcune precisazioni. La prima è che non fu soltanto il genocidio degli Armeni, bensì di tutte le minoranze religiose dell’impero ottomano, quindi anche Assiri e Greci del Ponto. In tutto morirono quasi tre milioni di persone. L’ampia bibliografia e il dibattito accademico sul tema non lasciano dubbi.
Non lo si può considerare neanche il primo genocidio del Novecento, perché in questo modo si dimenticherebbe quello degli Herero e dei Nama, pastori nomadi della Namibia (all’epoca Africa di Sud-Ovest), che vennero sterminati dall’esercito tedesco fra il 1904 e il 1905. Anche su questo la maggior parte degli studiosi concorda.
Quanto alla definizione di ebrei come ‘popolo’, rimanderei allo studioso Shlomo Sand, lui stesso israelita, che ha scritto un libro intitolato L’invenzione del popolo ebraico (Rizzoli, 2010). Qui dimostra che gli storici sionisti hanno abilmente manipolato le fonti per creare una visione unitaria e coerente del passato. Sarebbe dunque a mio avviso più corretto parlare di minoranza religiosa.
Niccolò Rinaldi afferma inoltre che “la Turchia contemporanea, che peraltro niente avrebbe da spartire con l’eredità ottomana”. Ritengo al contrario che esista un legame diretto fra la fine dell’impero ottomano e la nascita della repubblica. Le stesse ricchezze confiscate agli Armeni servirono per finanziare la fondazione della Turchia. La continuità politica è confermata dal fatto che molti funzionari ottomani divennero figure di primo piano della repubblica. A questo proposito allego l’articolo di un noto giornalista dissidente turco, Erol Özkoray. La traduzione è mia.
Alessandro Michelucci
Centro di documentazione sui popoli minacciati

Perché il genocidio armeno resta un tabù
La prima volta che sentii parlare del genocidio armeno fu negli anni Settanta, quando vivevo a Parigi. La domanda perfettamente logica che mi feci, e che espressi in alcuni scritti, era la seguente:se la repubblica turca si basa sul rifiuto dell’impero ottomano, perchè il genocidio armenodel 1915 non viene addebitato agli ottomani? Perchè la Turchia si assume la responsabilità di questa trage-dia orribile, che è stato il primo genocidio del ventesimo secolo? Nella mia carriera di giornalista questa domanda è sempre rimasta in primo piano.Io sono noto come il giornalista che ha scritto sull’ASALA, la famosa organizzazione terroristica armena, durante la prima metà degli anni Ottanta. Erosocialista, ma ero anche fermamente contrario al terrorismo, e i miei articoli causarono un deterioramento delle relazioni fra la Turchia e il go-verno socialista di François Mitterrand, del quale ero un convinto sostenitore. Continua la lettura di Ma quello armeno non fu il primo genocidio del ‘900

Se i turchi iniziano a riconoscere il genocidio armeno

armeniForse non sarà una petizione a cambiare l’intransigenza da sempre mostrata dalla Turchia nei confronti del genocidio degli armeni, ma certe iniziative possono lasciare il segno.
Circa trecento intellettuali turchi (giornalisti, scrittori e docenti universitari) hanno lanciato una petizione onlineper chiedere il riconoscimento ufficiale del genocidio degli Armeni durante la Prima Guerra mondiale. Il testo che i primi firmatari hanno sottoposto alla società civile turca (e alla quale hanno aderito 2500 persone nelle prime 24 ore) recita: “La mia coscienza non può accettare oltre la negazione della grande catastrofe che gli Armeni cittadini dell’Impero Ottomano subirono nel 1915. Rifiuto questa ingiustizia e solidarizzo con le vittime e con i fratelli armeni. Mi scuso per quello che è accaduto”. Sono parole che pesano come pietre, in un Paese come la Turchia, dove per decenni le autorità hanno ammesso che tanti armeni vennero uccisi durante il collasso dell’Impero Ottomano, nel 1915, ma che non esisteva nessun disegno di pulizia etnica e che anche tanti turchi musulmani vennero assassinati in quei giorni turbolenti. La storiografia contemporanea, però, ha ormai accertato che il massacro di almeno 700mila armeni avvenne nel quadro di un genocidio deciso a tavolino dal governo dei Giovani Turchi, che ritenevano la minoranza armena in Turchia alleata dei suoi nemici. Le cifre del genocidio non sono ancora appurate, anche perché la Turchia si è sempre rifiutata di ritenerlo tale, arrestando chi si fosse permesso di dire il contrario. Negli ultimi anni, però, in Turchia qualcosa sta cambiando, anche grazie alle pressioni dell’Unione europea. Il governo turco, con difficoltà, sta cercando di dare dei segnali positivi. Non a caso, negli ultimi anni, ha ripreso le relazioni diplomatiche con l’Armenia. Ma l’argomento genocidio resta tabù, tanto che un giornalista come Hrant Dink, nel 2007, è stato assassinato dai nazionalisti per i suoi scritti di denuncia sul genocidio. Lo stesso scrittore Orhan Pamuk, premio Nobel per la Letteratura nel 2005, vive sotto protezione.

La silenziosa scomparsa dell’Armenia

Oggi gli armeni di tutto il mondo ricordano “Metz Yeghern”, il Grande Male, ovvero la tragedia di cui fu responsabile il governo turco nel 1915 e che Ankara ancora nega con ogni mezzo. Centinaia di migliaia, secondo alcuni oltre un milione e mezzo di uomini, donne e bambini scomparvero in base a un piano di deportazioni verso il nulla, i deserti della Siria da cui non sarebbero più tornati. Uccisi in maniera atroce, per fame, malattie, privazioni. Il 24 aprile di 93 anni fa a Costantinopoli iniziava il primo genocidio del secolo XX: sarebbe diventato una sorta di “modello” per altri orrori del genere. In quegli anni scomparve così una delle più grandi comunità cristiane del vicino Oriente. Ma il processo di rimozione della memoria storica degli armeni prosegue ancora oggi, e non soltanto attraverso il violento negazionismo messo in atto dal governo turco. I monasteri e le chiese che ricordano la storia armena (in alcuni casi risalenti fino al IV secolo d.c.) stanno lentamente scomparendo. Come si vede in alcune sconvolgenti foto del Genocide Education Project.

Questo era il monastero armeno di Arakelots, a Moush, nel 1960:

E questo è lo stesso monastero quarant’anni dopo, nel 2000:

Altre foto del genere si possono vedere qui