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Kjasif, testimone e vittima dei crimini serbi

Avvenire, 12 settembre 2020

“Temo che stiano venendo a prendere anche me. Eccoli, stanno arrivando, sento i loro passi. Temo che questa sia la mia ultima corrispondenza…”. Si conclude con queste poche righe strazianti l’ultimo manoscritto che il giornalista bosniaco Kjasif Smajlovic riuscì a trasmettere la mattina del 9 aprile 1992 alla redazione del quotidiano Oslobodenje dalla sua città, Zvornik, stretta sotto assedio dalle truppe irregolari serbe. Sembra di sentirli, i calci alla porta del suo ufficio, le grida e gli improperi, le inutili richieste d’aiuto e di pietà, a precedere i colpi, gli spari, il sangue. Sembra di rivedere al rallentatore gli ultimi e interminabili istanti di vita di un uomo che aveva deciso di non scappare di fronte alla violenta aggressione del suo paese. Avrebbe potuto andarsene, come avevano fatto molti altri. Ma scelse di restare. Fino all’ultimo rimase nel suo ufficio per inviare corrispondenze alla redazione di Sarajevo. “Non me ne vado perché sono un giornalista”, aveva spiegato pochi giorni prima di essere ucciso dagli occupanti della città, dei quali lui stesso aveva annunciato l’arrivo. “Kjasif pensava che fosse molto importante informare l’opinione pubblica nazionale e mondiale che Zvornik era stata aggredita e che i suoi abitanti erano disarmati e indifesi. Credeva che la verità e l’informazione basata sui fatti avrebbero potuto sconfiggere il male e fermare l’aggressione”, ricorda suo fratello Sakib, che ha curato L’ultima corrispondenza. In memoria di Kjasif Smajlovic (qudulibri, traduzione di Selma Husic Bacinovic, pagg. 160, € 15). Il libro ricostruisce con un mosaico di testimonianze la figura dimenticata del primo giornalista ucciso durante la guerra di Bosnia, al quale toccò il compito di annunciare che la guerra stava divampando proprio lì, in quella remota località a poca distanza dal confine con la Serbia. Sakib Smajlovic, curatore del volume, aveva iniziato a scrivere seguendo suo fratello. Oggi è un giornalista in pensione e non nasconde un sentimento di rabbia anche nei confronti di Oslobodenje, il giornale di suo fratello, sostenendo che l’abbia ormai dimenticato e non spenda più una riga neanche per commemorare l’anniversario della sua uccisione. Continua la lettura di Kjasif, testimone e vittima dei crimini serbi

Quando i serbi sparavano sui serbi. Vukovar e l’imbroglio etnico

di Matteo Zola

Quello di Vukovar non fu un assedio, fu un sacrificio rituale, un urbicidio. Fu il trionfo dell’inganno, il giro di valzer del gran ballo in maschera dove demoni e lupi danzavano sulle macerie della Jugoslavia. La storia ci racconta che Vukovar, città che in quel 1991 di guerra era al 44% croata e al 37% serba (il resto si divideva in sedici nazionalità minori, tra cui la tedesca, la magiara e l’italiana), fu assediata dalle truppe dell’Armata Popolare (l’esercito jugoslavo, nda) che presto lasciò il campo ai paramilitari serbi di Arkan e Seselj, le famigerate Tigri e Aquile bianche. L’esito fu un eccidio e un esodo dei croati dalla “loro” città mentre, il 17 novembre 1991, i serbi entravano tra le macerie di Vukovar.

Poi, all’alba del 4 agosto 1995, la città veniva “riconquistata” dai croati che, a loro volta, si abbandoneranno alla pulizia etnica nei confronti della popolazione serba. Una doppia pulizia etnica che ha, di fatto, consacrato la chiave di lettura “razziale” del conflitto jugoslavo. Certo i crimini ci sono stati, ambo le parti, ma la chiave di lettura etnica convince poco. Vediamo perché.

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