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La Spagna finanziò la dittatura argentina

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Dopo anni di accurate ricerche, il giornalista d’origine argentina Danilo Albin è riuscito a dimostrare che la Spagna firmò accordi economici con l’Argentina durante la dittatura di Videla e dunque aiutò i militari della giunta guidata da Videla a mettere in atto le terribili tattiche di sterminio del popolo argentino. Lo rivela in una clamorosa inchiesta appena pubblicata sul periodico spagnolo Público secondo la quale, nei primi anni del regno di re Juan Carlos, la Spagna sottoscrisse accordi milionari con il sanguinoso regime del dittatore argentino. Intese commerciali che nella seconda metà degli anni ’70 permisero all’Argentina di ricevere crediti dalla Spagna e coprire le spese causate dalla repressione.
Juan Carlos di Borbone, re di Spagna dal 1975 fino al giugno scorso – quando ha abdicato in favore del figlio Felipe – sarebbe stato, secondo il giornale, tra le figure responsabili di tale accordi. Nella sua intensa campagna alla ricerca di soci facoltosi, la giunta militare di Buenos Aires avrebbe anche contattato il potente banchiere spagnolo Emilio Botín, affinché il banco Santander recuperasse le due filiali che erano state nazionalizzate dai peronisti.
L’autore dell’inchiesta, Danilo Albin, sostiene inoltre che il rapporto tra i due governi è andato ben oltre la cooperazione commerciale. “C’è stata una collaborazione molto stretta che si mantenne in segreto tra entrambi i paesi. Continueremo a fornire prove che le relazioni tra la Spagna di Juan Carlos e Adolfo Suarez, e Videla in Argentina e i voli della morte sono andati molto più in là dei semplici accordi economici “, ha detto Albin, la cui inchiesta prosegue e sarà pubblicata a puntata sul giornale Pùblico. Il direttore del periodico spagnolo, Carlos Enrique Bayo, ha aggiunto che esistono documenti segreti (ancora classificati come riservati) che dimostrano il coinvolgimento diretto di Juan Carlos. L’ex re sarebbe stato infatti incaricato di facilitare, in qualità di mediatore, gli accordi tra la Spagna della transizione e l’Argentina dei voli della morte. Accordi che di fatto sostennero una dittatura alla ricerca di finanziamenti per continuare la sua brutale repressione.

Un eroe italiano nell’inferno di Buenos Aires

Da “Avvenire” di oggi

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Enrico Calamai è stato un eroe dei nostri tempi, al pari di figure come Giorgio Perlasca, Guelfo Zamboni, Raoul Wallenberg. Nel 1976, quando la giunta militare prese il potere in Argentina con un colpo di stato, era un giovane diplomatico di stanza al Consolato italiano a Buenos Aires. Vide coi suoi occhi, nonostante tutti i tentativi di celare una repressione tanto brutale quanto silenziosa, un’intera generazione che veniva lentamente inghiottita in un buco nero fatto di rapimenti, torture, uccisioni. La sua coscienza si ribellò di fronte all’orrore e il suo coraggio gli consentì di salvare centinaia di oppositori politici del regime. Li nascose, fornì loro i documenti per l’espatrio, infine riuscì a farli scappare, mettendo spesso a rischio la propria vita. Purtroppo ebbe poco tempo per rendersi utile perché fu richiamato in Italia nel maggio 1977, poco più di un anno dopo il Golpe che innescò la repressione. “A Roma non vedevano di buon occhio il mio operato – ci racconta – e anche a causa degli schemi imposti all’epoca dalla Guerra Fredda, si preferì fingere di non sapere qual era la sorte di migliaia di persone, molte delle quali avevano origini italiane”.
È impossibile stabilire con certezza quante persone abbia salvato, anche perché Enrico Calamai è un uomo schivo che afferma di non sentirsi un eroe, ma di aver fatto solo quello che la sua coscienza gli impose di fare. Minimizza anche quando viene chiamato a raccontare la sua esperienza nelle scuole o in incontri pubblici come ha fatto nei giorni scorsi in Toscana, a Sesto Fiorentino e a Pontedera. Eppure, nel poco tempo che ebbe a disposizione, riuscì a impedire che gli elenchi dei desaparecidos diventassero ancora più lunghi e salvò tante vite umane, compromettendo infine anche la sua carriera. Si rese conto ben presto di cosa stava accadendo, anche perché anni prima aveva vissuto una situazione simile in Cile, in un consolato italiano che dopo il Golpe di Pinochet si era riempito rapidamente di rifugiati. “Quando la gente ha cominciato a venire al Consolato di Buenos Aires per chiedere aiuto, io non potevo far finta di non sapere che se queste persone fossero state respinte avrebbero fatto una brutta fine. Sarebbero state rapite, torturate, molto probabilmente anche uccise”. Fu allora che quel giovane funzionario divenne l’ultima frontiera tra la vita e la morte per un numero imprecisato di italiani d’Argentina. Era disposto a provarle tutte pur di salvare chi chiedeva il suo aiuto: fondamentale fu la collaborazione con un giornalista, l’inviato del Corriere della Sera Giangiacomo Foà, e con pochi altri che all’epoca accettarono rischi gravissimi pur di rispondere alla propria coscienza. “Ci fu il caso di un giovane sacerdote italiano, di cui purtroppo non ricordo il nome, al quale affidai un uomo e i suoi due figli in attesa di far loro avere i documenti necessari per l’espatrio. I tre furono tenuti nascosti per due mesi in un convento, prima di riuscire finalmente a imbarcarsi su un volo per Roma, dove trovarono la salvezza”.
Calamai ha atteso tanti anni per raccontare la sua storia. Al suo ritorno dall’Argentina era terribilmente scosso e a livello politico trovò una chiusura totale. “Fui portato a pensare – spiega – che ciò che mi portavo dentro fosse una manifestazione soggettiva stravolta di una realtà che non poteva esistere. Era talmente contraria alla logica, alle nostre categorie mentali e a quello che dovrebbe essere lo Stato, che non mi pareva vero. Nessuno mi ha mai interrogato, né si è mai interessato, per anni, a quello che avevo da raccontare. Nessuno di quelli con cui ho parlato mi ha creduto. Avevo la percezione di dire delle cose che non stavano né in cielo né in terra. Come se fossero, alla fine, solo delle mie fantasie stravolte, senza riscontro nella realtà”. Invece era tutto drammaticamente vero e anzi, la realtà superava di gran lunga l’immaginazione. La tortura sistematica nei centri di detenzione clandestina. Gli “aerei della morte” che gettavano le persone ancora vive nell’Oceano o nel Rio de la Plata. Circa trentamila persone scomparse. Il genocidio di un’intera generazione.
In anni recenti Calamai ha portato una testimonianza decisiva al processo, di fronte alla Corte d‘Assise di Roma, che è sfociato nella condanna di un gruppo di militari argentini. Il suo coraggio è stato pubblicamente riconosciuto dai parenti dei desaparecidos e dallo stesso stato argentino che nel 2004, per mano dell’allora presidente Kirchner, gli ha conferito la prestigiosa Cruz dell’Orden del Libertador San Martin. Oggi, questo eroe dei nostri tempi non vive di ricordi e ci tiene a sottolineare un parallelismo tra i desaparecidos argentini di trent’anni fa e i disperati di Lampedusa dei giorni nostri: “purtroppo certi fatti tragici della storia tendono a ripetersi. Il comportamento della società argentina e di quella internazionale, che all’epoca ignorarono o non trovarono la forza per reagire ai militari, ricorda in modo sinistro quello che accade oggi nel Mediterraneo. Con un’opinione pubblica italiana ed europea che ignora i danni collaterali della politica di potere dell’Occidente in Medioriente e in Africa. Le migliaia di persone che cercano la salvezza attraverso le nostre cose sono i desaparecidos del nuovo millennio”.
RM

‘Nunca más’, Vera Jarach è tornata in Italia

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“Finalmente in Argentina stiamo avendo giustizia”. Il tono di voce è come sempre pacato ma fermo. Le sue parole non trasudano mai odio, né rancore, per quello che ha subito insieme a migliaia di altre madri e parenti di vittime della dittatura argentina. Finché avrà vita, l’85enne italo-argentina Vera Vigevani Jarach continuerà la sua battaglia per tenere viva la memoria di un’intera generazione che è stata spazzata via dalla ferocia della dittatura militare argentina, tra il 1976 e il 1983. Il messaggio che l’anziana fondatrice delle “Madri di Plaza de Mayo” ha lanciato due giorni fa durante un incontro pubblico alla periferia di Firenze, è come sempre un messaggio di speranza, stavolta finalmente coronato dalla consapevolezza che dopo decenni di lotta la giustizia sta finalmente arrivando. Il capo della giunta militare golpista, Jorge Videla, è morto alcuni giorni fa in carcere. Il fatto che abbia trascorso i suoi giorni in cella è di buon auspicio, perché ci fa capire che è finita l’epoca dell’impunità per i dittatori. Ma se la società argentina è finalmente riuscita a fare i conti con il suo tragico passato deve molto all’impegno e al coraggio poetico di personaggi come Vera, che meriterebbero molto più del premio Nobel per la pace. Il peso degli anni di lotta sembrano non scalfire la tempra di questa donna straordinaria, che è tornata nuovamente nel nostro paese alcuni giorni fa, per partecipare a un altro dei suoi “tour della memoria” attraversando molte città italiane per tramandare la memoria dei “desaparecidos”. Vera è la madre di Franca Jarach, fatta sparire dai militari nel 1976 a soli diciott’anni. Della ragazza non si è saputo più niente fino a qualche anno fa, quando un superstite dei campi di concentramento del regime ha raccontato che appena un mese dopo il sequestro i militari costrinsero Franca al cosiddetto “volo”, gettandola ancora viva nell’Oceano, dopo atroci torture. La storia di Vera, di Franca e dei 30.000 desaparecidos argentini riguarda l’Italia da vicino, perché tra le vittime della dittatura ci sono stati centinaia di italiani e di oriundi d’origine italiana. E anche perché la diplomazia italiana dell’epoca è stata perlomeno assente e ha avuto dunque un ruolo negativo nella tragedia della dittatura argentina. Le disperate richieste di aiuto inoltrate in quegli anni furono sempre respinte a causa dei vincoli economici tra l’Italia e l’Argentina. Fortunatamente la giustizia italiana, in particolare con i processi svolti in anni recenti dal tribunale di Roma è riuscita a riparare alle connivenze della politica durante il regime. Nell’ambito dei processi Esma e Condor del 2003 e del 2007 sono stati ascoltati tantissimi testimoni e sono state finalmente emesse delle condanne.

Nei prossimi giorni Vera Vigevani Jarach parteciperà a conferenze, dibattiti e incontri nelle scuole. Domani e il 30 maggio sarà a Ferrara, il 31 maggio a Padova. Dal 2 al giugno prenderà parte a iniziative pubbliche a Milano e a Varese. Dal 6 al 9 sarà invece a Torino, il 10 e l’11 a Bologna. Questo suo ennesimo viaggio italiano si concluderà infine a Roma, dove l’anziana attivista è attesa dal 12 al 15 giugno. Per info: www.24marzo.it

La morte di Videla e la fine dell’impunità per i dittatori

Videla, Massera, Agosti: la trinità del Demonio, i vertici di un esercito genocida che ha sterminato il proprio popolo. Che non ebbe pietà di donne e bambini, di giovani e vecchi, di laici e religiosi. Tre brutali assassini che guidarono le forze armate argentine nel più grande crimine contro l’umanità mai compiuto recentemente in tempo di pace. La storia identificherà sempre l’immane tragedia dei 30.000 desaparecidos coi loro volti, come la Shoah resterà nella storia con lo sguardo assassino di Adolf Hitler. Jorge Rafael Videla, morto due giorni fa all’età di 87 anni, è l’ultimo dei tre a lasciare questo mondo – Agosti morì nel 1997, Massera appena tre anni fa – ma è anche l’unico a trovare la morte in carcere. “L’inferno è poco”, recitava un eloquente striscione comparso in queste ore nelle strade di Buenos Aires. Di certo questa è la prima volta che un tiranno sanguinario, annoverabile a pieno titolo tra i più grandi criminali della storia del XX secolo, muore in prigione, da ergastolano. Un caso simile, anch’esso legato all’attualità di questi giorni, è quello dell’ex dittatore guatemalteco Efraín Ríos Montt, condannato a ottant’anni di carcere per genocidio: è ancora vivo ma tutto lascia pensare che finirà i suoi giorni in carcere. La morte in carcere di Videla riporta invece alla memoria, non senza rimpianto, il fatto che un assassino della medesima stazza, Augusto Pinochet, sia invece morto a 91 anni nella sua villa di Santiago, agli arresti domiciliari ma circondato dall’affetto della sua famiglia. Il macellaio cileno fu salvato dal carcere anche grazie all’amichevole collaborazione del governo britannico, che negò l’estradizione in Spagna durante il procedimento aperto contro di lui dal giudice Baltazar Garzòn. Già, perché di solito i dittatori cadono di fronte ai plotoni d’esecuzione o al fuoco nemico (basti pensare a Ceausescu, a Saddam Hussein, a Mussolini, a Hitler, ma sempre e comunque in conseguenza di un evento bellico) oppure muoiono nei loro letti (Stalin, Mao, Pol Pot e, appunto, Pinochet). È invece assai raro che muoiano in carcere. La fine di Videla rappresenta in questo senso un’eccezione e un inequivocabile segno dei tempi capace di farci ben sperare perché forse, anche se il Tribunale Penale Internazionale stenta a prendere forma concreta, la Storia ha finalmente smesso di garantire l’impunità ai dittatori.
E ora più che mai risulta indispensabile ricordare, mandare a memoria e far conoscere nelle scuole il volto e il pensiero di Videla, un feroce criminale che non ha mai mostrato il più piccolo rimorso nei confronti del suo operato. Al contrario, ha continuato fino all’ultimo a giustificare la brutalità degli anni della dittatura, defininendola una “guerra giusta”. “Nel 1975 – affermò appena tre anni fa durante l’ultimo processo che lo vide imputato – il paese era immerso nel caos creato da una cospirazione internazionale contro la democrazia. Verso coloro che pretendevano di imporre una tirannia, era necessaria una persecuzione come nei confronti dei ratti, poiché non meritavano di vivere su questo suolo. Non si è trattato di una guerra sporca, ma di una guerra giusta combattuta contro i sovversivi marxisti che, per ordine dell’Unione Sovietica, e di Cuba, la sua succursale latinoamericana, volevano sottoporre il Paese al loro sistema ideologico”.
RM

“Ho i documenti, papa Francesco collaborò con i dittatori”

Lo scrittore e giornalista argentino Horacio Verbitsky conferma le responsabilità del nuovo pontefice negli anni del regime dei generali: “Le carte che ho trovato non lasciano dubbi. Da parte sua nessuna richiesta di perdono, solo ambiguità. La sua elezione è una disgrazia per l’Argentina e il Sudamerica”

Intervista di Giampiero Calapà uscita su Il Fatto Quotidiano di oggi

“Una disgrazia, per l’Argentina e per il Sudamerica”. È feroce il giudizio di Horacio Verbitsky, intellettuale, scrittore e giornalista di Buenos Aires, su Jorge Mario Bergoglio eletto papa della Chiesa cattolica. Verbitsky – autore di venti libri tra cui Il Volo (che riporta la confessione del capitano Scilingo sui voli della morte) – è il principale accusatore di Bergoglio: il neo pontefice, per lo scrittore – come ricostruito e documentato nel capitolo “Le due guance del cardinale” del suo libro L’isola del silenzio – “è stato collaborazionista della dittatura argentina dei generali”.
Verbitsky, Bergoglio papa è “una disgrazia per l’Argentina e il Sudamerica”. Perché?
Perché il suo populismo di destra è l’unico che può competere con il populismo di sinistra. Immagino che il suo ruolo nei confronti del nostro continente sarà simile a quello di Wojtyla verso il blocco sovietico del suo tempo, sebbene ci siano differenze fra le due epoche e i due uomini. Bergoglio combina il tocco populista di Giovanni Paolo II con la sottigliezza intellettuale di Ratzinger. Ed è più politico di entrambi.
Che cosa facevano i due gesuiti Yorio e Jalics nella baraccopoli di Bajo Flores?
I gesuiti vivevano in comunità ed evangelizzavano gli abitanti dei quartieri marginali, come parte dell’impegno “terzomondista” della Compagnia di Gesù.
Per quale motivo Bergoglio avrebbe dovuto denunciarli?
Con l’avvicinarsi del golpe, Bergoglio chiese loro di andarsene, a quanto racconta lui allo scopo di proteggerli. Secondo loro, per smantellare quell’impegno sociale che disapprovava. Venne nominato superiore provinciale della Compagnia all’inusuale età di 36 anni e da quando arrivò, iniziò a svolgere un compito di sottomissione alla disciplina, a uno spiritualismo astratto. Un documento di un servizio di intelligence che ho trovato nell’archivio della Cancelleria si intitola “Nuovo esproprio dei gesuiti argentini” e afferma che, “nonostante la buona volontà di padre Bergoglio, la compagnia in Argentina non si è ripulita. I gesuiti di sinistra, dopo un breve periodo, con grande appoggio dell’estero e di certi vescovi terzomondisti, hanno intrapreso subito una nuova fase”. Si tratta della Nota-Culto, cassa 9, bibliorato b2b, Arcivescovado di Buenos Aires, documento 9. Continua la lettura di “Ho i documenti, papa Francesco collaborò con i dittatori”