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Una cinepresa dentro al-Qaeda

Avvenire, 17.6.2018

Uno sguardo intimo e familiare all’interno del radicalismo islamico, una prospettiva inedita sul rapporto tra padri e figli al tempo del Jihad e sull’indottrinamento dei cosiddetti “cuccioli del Califfato”. Nel suo nuovo lavoro Of Fathers and Sons, il regista siriano Talal Derki racconta sotto forma di documentario la vita dei bambini del generale Abu Osama, uno dei fondatori di Al-Nusra, il braccio siriano di Al-Qaeda, filmandoli durante le esercitazioni nei campi di addestramento ma anche nell’intimità della vita quotidiana.

Talal Derki

Per oltre due anni, il giovane film maker ha finto di essere un reporter filo-jihadista intento a realizzare un documentario sull’ascesa del Califfato e ha vissuto a Idlib, nel nord della Siria, a stretto contatto con Abu Osama e la sua famiglia, fotografando con crudo realismo il leader islamista radicale e i suoi tre figli piccoli, che hanno abbandonato la scuola per dedicarsi anima e corpo allo studio del Corano e all’addestramento militare. Osama è un inquietante patriarca idolatrato dai giovani che lo seguono, un fervente sostenitore della Shari’a che ha chiamato i suoi figli come gli attentatori delle Torri gemelle e ha avviato i due più grandi (13 e 12 anni) sulla strada per diventare soldati della cosiddetta “guerra santa”. Nel film lo osserviamo sparare da un bunker, interrogare un gruppo di prigionieri catturati dalle truppe di Al-Nusra, persino sradicare a mani nude le mine da un campo. I suoi figli li vediamo invece tirare sassi alle ragazzine che escono da scuola senza coprirsi con l’hijab, esercitarsi come soldati indossando un’uniforme di Al-Qaeda a misura di bambino e infine giocare alla guerra, quasi senza rendersi conto che si tratta di una guerra vera. Quella che emerge è una sorta di romanzo di formazione dei mostri di domani, un film che supera i confini del reportage bellico e del documentario descrittivo lasciando lo spettatore con la disperante convinzione che ci vorrà ancora molto tempo per uscire dall’attuale polveriera siriana. Derki riesce a svelare l’aspetto umano di una situazione eccezionale, raccontando la storia di un uomo che ha deciso un destino da martiri per i suoi amati figli maschi, eppure a tratti riesce persino ad apparire come un padre affettuoso e amorevole. “Volevo analizzare la psicologia e mettere a nudo le emozioni di questa guerra”, ci dice. “Capire cos’è che radicalizza quelle persone e le spinge a vivere sotto le regole molto rigide dello stato islamico. Anche se sono ateo ho pregato tutti i giorni con loro e condotto la vita del buon musulmano per comprendere cosa sta accadendo nel mio paese”. Una scelta non soltanto assai rischiosa ma anche eticamente difficile, considerando che Talal Derki è un curdo siriano – peraltro costretto da tempo a vivere in esilio a Berlino – che afferma di essere assai distante dalle idee di Osama e del Califfato, e che ha quindi deciso di raccontare qualcosa che non condivide affatto, e anzi disprezza profondamente. Of Fathers and Sons ha vinto il gran premio della giuria all’ultimo Sundance festival, lo stesso riconoscimento che Derki aveva vinto nel 2014 con un altro documentario che fece molto discutere, Ritorno a Homs, in cui raccontava l’assedio della città omonima attraverso lo sguardo dei volontari locali che combattevano contro il regime di Bashar al-Assad.
Ha mai pensato di abbandonare in corso d’opera il progetto di questo film, ritenendolo troppo rischioso?
Molte volte. In più occasioni ho detto al mio assistente alla regia – che è mia moglie – che intendevo andarmene. Ma poi riguardavo il girato e decidevo che valeva la pena tornare.
Quindi non è rimasto lì per tutto il tempo delle riprese?
No, facevo avanti indietro con Idlib, ogni tanto tornavo dalla mia famiglia. A volte è stato estremamente difficile entrare e uscire. In totale ho girato per circa trecentotrenta giorni. Mi sono trovato lì proprio nel periodo in cui le due volontarie italiane (Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, ndr) furono rapite ad Aleppo, nell’estate del 2014.
Crede che Abu Osama sia venuto a sapere che il suo film non è un’opera di propaganda come gli aveva fatto credere?
Non ho idea ma di sicuro se lo sapesse ne rimarrebbe scioccato. Ovviamente non posso più tornare lì, e anche la mia vita in Europa non è molto facile.
Che impatto ha avuto questa esperienza per lei, sul piano personale?
Oltre ai rischi è stato molto difficile e doloroso, in quanto siriano, seguire una persona con quelle idee e vedere il mio paese soffrire una completa riorganizzazione sociale e demografica, osservare da vicino tutta quella violenza e lo spostamento forzato della popolazione da una zona all’altra della Siria.
Vede una possibile soluzione alla guerra in corso nel suo paese?
Sono tutt’altro che ottimista. Ogni volta che viene bombardata una città siriana altre persone si radicalizzano e si scelgono di diventare jihadisti. L’odio e la violenza vengono trasmessi di generazione in generazione. Credo che l’unica soluzione possibile sia in un maggiore intervento nel sistema educativo che ponga fine all’autorità assoluta dell’uomo che vige in certi paesi musulmani, dove il padre decide tutto della vita dei propri figli, come parlano, come si comportano, dove vanno, cosa studiano. Le donne dovrebbero ottenere maggiore libertà, dovrebbero essere fatti passi avanti nel campo dell’uguaglianza. E anche i bambini non dovrebbero essere più picchiati dagli insegnanti, com’è accaduto anche a me, quando ero piccolo.
RM

Quando il negazionismo rasenta la follia

La guerra in Bosnia Erzegovina è iniziata per un “piano di destabilizzazione” ordito dall’Arabia Saudita e da Al Qaeda, in combutta con la Nato, gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Durante la guerra i cittadini di Sarajevo non sono stati bombardati dall’esercito di Mladić, ma si sono bombardati da soli. Srebrenica, infine, non è mai esistita (gli omicidi di massa perpetrati nel luglio del ’95 dall’esercito e dalla polizia serbo-bosniaca sono un’invenzione).
A sostenerlo non è Radovan Karadžić dalla sua cella dell’Aja, ma l’ultimo numero di Latinoamerica, la rivista diretta da Gianni Minà che, oltre alla stravagante ricostruzione del conflitto in Bosnia Erzegovina, presenta un’analisi dell’attuale situazione del Kosovo.
La prospettiva è la stessa. Le maggiori potenze mondiali si sono coalizzate contro i serbi, un popolo che però “ha una grande storia di lotte, conquiste, e anche nelle sconfitte ha sempre continuato a resistere […] e nella sua dignitosa e millenaria storia è sempre riuscito a trovare e produrre forze e grandi uomini che l’hanno guidato e rappresentato degnamente, uomini che hanno dato la vita per il proprio popolo, senza indietreggiare o mettersi in vendita”.
2012, sono passati venti anni. Eppure la lettura razzista delle guerre balcaniche (da una parte i popoli eletti, dall’altra la feccia) continua a riscuotere successo. È quanto sostenevano i teorici della purezza e della pulizia etnica all’inizio della guerra, ognuno ascrivendo al proprio popolo una storia più o meno grande. Qualcuno di loro è finito in carcere, ma quella visione non è mai stata sconfitta. Il problema è che questi articoli non sono solo una deformazione della realtà. Sono un insulto per migliaia di vittime, e per i loro famigliari. È triste che questo insulto venga dall’Italia. Peccato per Latinoamerica, altrimenti un’ottima rivista. Sull’America Latina.
(da Osservatorio Balcani e Caucaso. Vedasi anche, sullo stesso argomento, l’intervento di Azra Nuhefendic)

La trappola afgana

(di Franco Cardini)

Il dolore per i nostri caduti rimane. Ma bisogna smetterla con l’elaborazione del lutto: anche per evitare che la politica strumentalizzi la tragedia. Facciamo dunque chiarezza, tanto per cominciare. Troppi italiani ignorano o dimenticano i fatti, per disinformazione o per scarsa memoria; e altri, in malafede, ci marciano. Ecco qua, allora. L’invasione dell’Afghanistan fu voluta nell’ottobre del 2001 dal governo Bush come risposta alla tragedia dell’11 settembre, gli effettivi responsabili della quale non sono stati individuati con sicurezza né allora, né dopo. Si disse però ch’era necessario catturare il mandante, lo sceicco Usama bin Laden (le tracce del quale sono praticamente perdute), e smantellare i “santuari” terroristici dei talibani e di al-Qaeda.
Si tacque però il fatto che il controllo del territorio afghano era necessario perché da lì dovevano obbligatoriamente passare gli oleodotti che avrebbero dovuto convogliare il greggio dei grandi giacimenti centroasiatici di recente scoperti verso i porti pakistani sull’Oceano Atlantico: un colossale business nel quale, tramite la compagnia californiana Unocal, erano coinvolti molti membri dell’establishment statunitense. Affari e geopolitica, in corsa con Russia e Cina: una riedizione dell’ottocentesco Great Game.
Il movimento talibano, alimentato e sostenuto dai fondamentalisti wahhabiti arabo-yemeniti (un Islam fino ad allora estraneo alle tradizioni afghane) si era radicato in Afghanistan durante il jihad contro i sovietici, ed  era sostenuto dagli Stati Uniti. L’alleanza non aveva però retto, anche perché i talibani rimproveravano agli americani di aver occupato il sacro suolo arabo, la terra del Profeta e del pellegrinaggio, con l’alibi della prima guerra del Golfo. Secondo i consiglieri neoconservatori di Bush, ormai la diplomazia non bastava più: bisognava passare alla modificazione anche violenta degli equilibri geopolitici in tutto il Vicino e il Medio Oriente. Questa la ragione effettiva dell’invasione dell’Afghanistan, che le Nazioni Unite bollarono come illegittima. Il governo Bush agì allora al di fuori dell’autorizzazione Onu, prima con una piccola coalizione di stati e di staterelli fedelissimi e quindi chiamando in campo la Nato, cioè un organo concepito per il controllo dell’Atlantico e quindi del tutto estranea al teatro territoriale afghano. Era intanto cominciata anche l’avventura irakena, e alla fine l’Onu fu costretta a legittimare la duplice aggressione, illudendo che per tale via si giungesse in qualche modo a ristabilire un qualche equilibrio politico.
I risultati, otto anni dopo l’invasione dell’Afghanistan e sei dopo quella dell’Iraq, sono sotto gli occhi di tutti. Due paesi distrutti, insicuri, martoriati (le vittime si contano ormai a decine di migliaia), dove si stenta a far decollare  una qualche forma di “democrazia” del tutto formale, cartacea e forzosa; recrudescenza delle lotte etniche e di quelle religiose; avanzata del caos e  del fondamentalismo, che stanno sommergendo lo stesso vicino Pakistan un tempo sicuro baluardo filoccidentale. Il piano strategico di Bush è fallito e il suo successore Obama lo sta smontando pezzo per pezzo. Dietro il fallimento in Vietnam gli americani si lasciarono un regime comunista; qui lasceranno il caos e il potere nelle mani dei signori della guerra e della droga. Il dilemma, oggi, è comunque fallimentare: o prolungare una guerra feroce e senza uscita, o andarsene ammettendo il pieno fallimento.
Da questa trappola, bisogna uscire; è inutile giocarsi altre vite umane. Berlusconi, il quale fino a ieri sosteneva che bisognava tener duro, ha fiutato l’impopolarità di questa guerra inutile e incomprensibile ai più e ora si nasconde dietro il legalismo internazionale: ci ritireremo, dice, ma solo con il pieno accordo degli “alleati”. Fuor di metafora, dopo averci trascinato in due guerre per far piacere a Bush, ora sta mendicando da Obama l’autorizzazione a uscirne senza troppo irritarlo. Politica da pollaio. L’importante è che faccia presto.