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Desaparecidos, i figli in Italia?

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Le Madri de Plaza de Mayo cercano anche nel nostro Paese i bambini che furono sottratti ai perseguitati dal regime argentino e adottati sotto falso nome. I casi (uomini e donne nati tra il ’75 e l’83) potrebbero essere un’ottantina. E l’inchiesta riporta alla luce le complicità dell’epoca tra la nostra ambasciata a Buenos Aires e la dittatura militare.

Se sei nato tra il 1975 e il 1983, hai origini argentine e qualcosa nella tua identità non ti convince, contattaci per favore: 06 48073300, dirittiumani@ambasciatargentina.it». L’appello è firmato dall’ambasciata di Buenos Aires a Roma e segnala ufficialmente che potrebbero essere arrivati anche nel nostro Paese bambini sottratti alle vittime della dittatura militare argentina (1976-1983). Le Madri de plaza de mayo, i cui figli per lo più giovanissimi furono sequestrati e fatti sparire in quei tragici anni, hanno ragione di credere che alcuni dei bambini sottratti a prigioniere incinte, uccise subito dopo il parto, possano essere in Italia. E li stanno cercando.
Sono almeno 500 i figli di desaparecidas iscritti con cognomi falsi all’anagrafe da persone che li hanno poi fatti crescere come figli propri senza mai rivelare loro la verità. Spesso si tratta di famiglie di militari, o vicine al regime, considerate allora ideologicamente adatte a educare un bambino lontano dal possibile contagio della sovversione. Di quei 500 ne sono stati ritrovati finora 107. Quasi tutti in Argentina, ma alcuni anche in Perù e in Uruguay.
In Italia finora i casi in esame sono tre, due uomini e una donna (ma i sospetti delle Madri riguardano un’ottantina di casi). Impossibile trovare una conferma di ciò all’ambasciata argentina, che mantiene su questo un assoluto rispetto della privacy. A occuparsi delle segnalazioni c’è un diplomatico spedito apposta da Buenos Aires, il ministro per i diritti umani Carlos Cherniak. Che spiega: «E’ stato firmato da tempo un accordo, tra l’ex ministro Frattini e il ministero degli Esteri argentino, perché la commissione istituzionale argentina che si occupa di queste indagini, la Conadi, possa avere accesso con la garanzia del rispetto della privacy agli archivi dell’ambasciata e del consolato italiani negli anni della dittatura. Quei documenti si trovano alla Farnesina e sono preziosi». La sottosegretaria agli esteri del governo Monti, Marta Dassù, è andata a Buenos Aires e ha consegnato una cinquantina di fascicoli. Un atto simbolico. I documenti sono più di 6 mila. Lì dentro ci sono nomi, date e dettagli fondamentali per scoprire la verità. In un’inchiesta difficile come questa trovare in un registro una minuscola coincidenza può essere determinante. L’ambasciata italiana ebbe complicità gravissime con il regime militare. Enrico Calamai, allora giovane console a Buenos Aires, dovette lavorare da solo e in gran segreto per consentire a perseguitati di sfuggire al sequestro. Salvò un centinaio di persone. Ma lo fece di nascosto dai suoi superiori, a suo rischio, e fu trasferito di sede in un batter d’occhio.
(da “L’Espresso” del 19 febbraio 2013)

Mezzo secolo di carcere per Videla

L’ex dittatore argentino ha ricevuto finalmente una sentenza di condanna esemplare per il rapimento dei figli dei desaparecidos durante la dittatura.

L’ex dittatore argentino Jorge Rafael Videla è stato condannato a 50 anni di carcere per il sequestro dei figli dei desaparecidos durante l’ultimo regime militare (1976-1983). Videla, 87 anni fra meno di un mese, già condannato all’ergastolo due anni fa, è detenuto nella prigione militare di Campo de Mayo alla periferia della capitale argentina.
Insieme a Videla sono stati condannati, per lo stesso reato, altri esponenti della giunta fra i quali il generale Reynaldo Brignone, ultimo capo del regime militare, a 15 anni; e Jorge Acosta, “el Tigre”, che diresse il campo di concentramento dell’Esma, la scuola tecnica della Marina, a 30 anni. La sentenza conclude una lunghissima battaglia giudiziaria iniziata sedici anni fa dall’associazione delle Abuelas de Plaza de Mayo, le nonne dei bambini rubati ai genitori assassinati e consegnati segretamente in affidamento a famiglie di militari. Condannando Videla al massimo della pena prevista, i giudici del Tribunale hanno riconosciuto la tesi sostenuta dalle “Abuelas” e cioè che nel corso della dittutura i militari misero in atto un programma sistematico di sequestro dei bambini. Continua la lettura di Mezzo secolo di carcere per Videla

Inchiesta sui desaparecidos «Los ninos italiani»

(di Giovanni Maria Bellu, L’Unità)

La notizia è stata data il 21 marzo, a Milano, davanti a 150mila persone da un giovane uomo argentino, Manuel Goncalves: «In questa piazza potrebbe esserci qualcuno come me, qualcuno che potrebbe essere figlio di desaparecidos». In molti la intesero come una metafora, come un voler ricordare che i trentamila uomini e donne assassinati negli anni della dittatura militare argentina erano gente normale, per la maggior parte giovani che facevano politica alla luce del sole, proprio come quelli che affollavano la piazza per la manifestazione contro le mafie. Invece quella frase andava interpretata letteralmente. Manuel Gonzalves sapeva già quello che oggi l’Unità racconta: in Italia vivono dei giovani uomini e delle giovani donne nati in Argentina tra il 1976 e il 1982 che, dopo l’assassinio dei loro genitori, furono dati in adozione e che sono cresciuti senza sapere nulla. Quanti sono? Non esiste ancora una stima precisa. Ma di certo sono tre i casi attualmente all’esame della Commissione nazionale argentina per il diritto all’identità, l’organismo governativo (dipende dal Ministero della Giustizia) nato per sostenere la battaglia de las abuelas, le nonne, di Plaza de Majo. Continua la lettura di Inchiesta sui desaparecidos «Los ninos italiani»