Vendette. Una croce sul calvario di Mostar

(di Giacomo Scotti)*

A quasi nove anni dagli accordi di Dayton, la pace non abita ancora nella più divisa città bosniaca. E i fanatici cattolici croati meditano di impadronirsi della parte musulmana. Odio e vendetta sono ancora i sentimenti che prevalgono, alimentati di continuo dai gruppi estremisti. Tutto il sangue versato con la distruzione della città sembra non bastare.

Molti anni addietro, quand’era all’apice del successo letterario, Miroslav Krleza – il più grande scrittore croato di tutti i tempi ed amico intimo di Tito – con l’incisività che caratterizzava la sua scrittura indicò agli jugoslavi «due cosette» da lui ritenute estremamente pericolose per la loro salute morale: «l’eroismo dei serbi» e la «cultura croata». Due miti nazionali che producevano e continuano a produrre sciovinismo. Due sciovinismi che nella recente guerra hanno prodotto – per limitarci a due simboli – Srebrenica e Dretelj: le stragi dei civili musulmani inermi compiute dai fascisti serbi ed i lager nei quali i fascisti croati ridussero alla schiavitù, brutalizzarono, uccisero e trasformarono in scheletri i superstiti prigionieri, pur essi musulmani. Purtroppo, con la fine della guerra civile non è cessata la barbarie, anche se si esprime in forme meno sanguinarie. A Mostar, dove ci siamo recati per una ricognizione, è ancora operante la «cultura croata» dei neo-ustascia. Vi racconterò come.

In alcune osterie e caffetterie dei quartieri occidentali di Mostar si sente spesso cantare una canzone – la cantano i croati – che, tradotta, recita esattamente così: «O Mostar, non ti manca nulla, eccetto una croce d’oro sulla Mussalà». La Mussalà è una piazza della Mostar est, abitata prevalentemente da mussulmani, sulla quale si recitano le preghiere collettive in occasione del bajar islamico.
Dopo aver fatto pulizia etnica totale nella «loro» parte della città, i cattolici fondamentalisti croati mostarini vorrebbero dunque mettere le mani anche sui quartiere orientali della città solcata dal fiume Neretva e piantarvi la croce, una croce marmorea altissima, monumentale, dorata, come l’hanno piantata in tutte le terre conquistate dal loro esercito durante la guerra civile. Questo è il senso della canzone. I musulmani bosniaco-erzegovesi sono preoccupati dall’esplicito messaggio. Di questa preoccupazione si fa portavoce il muftì di Mostar, Seid efendi Smajkic, che nell’intervista all’inviato di un quotidiano croato di Fiume ha detto: «Voglio sottolineare un dato storico: questa città fu amministrata per quattrocento anni dai musulmani e tutti, in quei secoli, vi poterono vivere tranquillamente» (il riferimento è all’epoca in cui la Bosnia e l’Erzegovina furono dominate dagli ottomani). Ha poi tracciato una linea di congiunzione fra Mostar e Gerusalemme, ricordando «i massacri avvenuti in quella città mediorientale quando presero il comando i guerrieri cristiani all’epoca delle crociate» e i crimini compiuti oggi dalle forze di occupazione israeliane ai danni dei musulmani e dei cristiani palestinesi in quella stessa Gerusalemme, in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. «Coloro che vogliono piantare la croce sulla Mussalà di Mostar – ha detto Seid efendi Smajkic – sono quegli stessi che hanno già piantato una gigantesca croce sul monte Hum che domina Mostar, senza chiedere ai concittadini musulmani se la cosa fosse di loro gradimento. Ebbene, io sono convinto che se costoro riuscissero a imporre il loro dominio sull’intera città di Mostar, creerebbero nuovamente i campi di concentramento per i non cattolici. Andate a vedere che cosa è successo a Dubrava, l’altopiano che si estende tra le città di Capljina e Stolac: in un territorio abitato quasi esclusivamente da popolazioni musulmane (ma amministrate dai croati dopo essere state conquistate dall’esercito dell’ex «Repubblica croata dell’Erzeg-Bosnia» nell’ultima guerra civile, ndr), stanno piantando dappertutto crocifissi e croci. E’ una continua provocazione».
Mostar è sempre stata e deve tornare ad essere la città aperta a tutti i mostarini, musulmani, cattolici e ortodossi; una città – dice il muftì – «in cui tutti possano vivere, progredire e svilupparsi senza odio, senza paura, nella tolleranza». «Io rispetto la croce quale simbolo di fede e del calvario sofferto da Gesù Cristo – dice il muftì di Mostar – ma quando questa croce viene proclamata simbolo di vittoria e di trionfo del cattolicesimo sull’islam, e viene esaltata come monumento eretto in onore dei fascisti che a Mostar si sono macchiati di orrendi crimini, genocidi ed urbicidio, allora non si può, non si deve tacere».

*da “Il Manifesto”, 29 maggio 2004

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