Stesse torture, stessi aguzzini: Bagdad come Belfast 30 anni fa

19 maggio 2004

“Chi ha sottoposto i prigionieri iracheni a maltrattamenti e torture non è degno di far parte dell’esercito”. Il capo di Stato maggiore dell’esercito britannico Michael Jackson non ha dubbi in proposito e condanna senza mezzi termini quei gesti che “infangano il buon nome dell’esercito di Sua Maestà”. Le dichiarazioni di Jackson sono state rilasciate dopo la pubblicazione delle foto che vedevano in azione i soldati dei reggimenti britannici di stanza in Iraq. Le tecniche di tortura utilizzate nelle ex prigioni di Saddam Hussein e i gravissimi abusi anche di natura sessuale nei confronti dei prigionieri non sono stati causati dalla degenerazione di poche “mele marce” – come si sono affrettati a spiegare Bush, Blair e soci – ma fanno parte di un sistema comunemente utilizzato e ben noto tra le fila dei militari. Il suo nome sarebbe R2I (Resistance to Interrogatory, resistenza all’interrogatorio) e prevede la violenza e l’umiliazione sessuale nei confronti dei detenuti. Un sistema che sarebbe stato insegnato ai soldati britannici e statunitensi in luoghi come il centro di addestramento congiunto di Ashford, nel Kent e poi esportato in Iraq, dove gli stessi soldati lo hanno immediatamente messo in pratica servendolo come antipasto alla svolta democratica promessa dagli occidentali. A parlare del sistema R2I e del suo utilizzo in terra irachena è stato un ex membro delle SAS, le forze speciali britanniche, di ritorno dall’Iraq e citato dal quotidiano britannico The Guardian. Che le guardie carcerarie angloamericane facessero uso di tali tecniche lo hanno confermato perfino i tantissimi mercenari presenti in Iraq, dalle guardie di sicurezza operanti nelle ditte private agli ex veterani dell’esercito. Molti di essi hanno esportato il loro know-how in fatto di maltrattamenti e torture: un’esperienza che alcuni hanno vissuto in prima persona. Le umiliazioni di natura sessuale sono infatti utilizzate largamente nei centri di addestramento dell’esercito britannico: per essere addestrati a resistere in caso di cattura i soldati subiscono procedure umilianti nel corso degli esercizi di addestramento e anche le soldatesse vengono sottoposte a pesanti allusioni circa la loro femminilità e i loro orientamenti sessuali. Non è un caso che molti di loro abbiano abbandonato anzitempo i corsi di addestramento, altri ne abbiano subìto gravi conseguenze psico-fisiche, altri ancora si siano suicidati.
Un recente rapporto di Amnesty International dedicato al crescente utilizzo di minori da parte dell’esercito britannico riporta alcuni casi di controversi decessi o presunti suicidi a seguito di brutali riti di iniziazione e di violento nonnismo avvenuti nella caserme inglesi. Il rapporto cita anche il parere di uno psicoterapeuta specializzato in nonnismo militare, secondo il quale “la cultura militare fa apparire gli atti di sadismo accettabili perché possono essere considerati parte del processo di indurimento”. Secondo lo stesso rapporto le cerimonie di iniziazione hanno spesso carattere omosessuale e le umilianti pratiche denunciate dalle giovani reclute ricordano quanto accaduto in Iraq: in molti casi i soldati sono stati denudati, picchiati, rapati, derisi e non mancano casi di veri e propri abusi sessuali. In alcuni centri d’addestramento dell’esercito le reclute sono state anche costrette a mangiare sostanze disgustose – tra cui le loro feci – sottoposte a false esecuzioni e a varie forme di violenza fisica durante presunti corsi per la “resistenza al dolore”. Nel 1997 ben 70 reclute citarono in giudizio il ministero della Difesa affermando di aver subito aggressioni fisiche e stupri nel corso di pestaggi di iniziazione. Numerose denunce sono arrivate anche negli anni successivi ma laddove le accuse sono state provate i responsabili dei maltrattamenti hanno ricevuto solo pene di lieve entità. È difficile credere a Tony Blair e al governo britannico quando affermano di non essere stati a conoscenza di quanto i soldati stavano facendo nelle carceri irachene soprattutto ricordando i tristi trascorsi degli inglesi come torturatori in varie parti del mondo, tra cui Cipro e la Malesia, solo per citare un paio di casi. In Kenya i soldati inglesi sono stati accusati di ben 650 casi di stupro nei confronti della popolazione civile. Tuttavia mai come in nord Irlanda a partire dai primi anni Settanta la tortura made in England ha assunto un carattere così reiterato e brutale. Lo confermano i rapporti delle associazioni per i diritti umani e le numerose condanne giunte dalle organizzazioni internazionali. In una sentenza del 1978 la Corte europea per i diritti umani condannò la Gran Bretagna definendo “trattamenti inumani e degradanti” quelli che erano stati inflitti alle persone arrestate in base alla legislazione di emergenza varata in nord Irlanda all’inizio degli anni Settanta. Nel 1991 la Commissione delle Nazioni Unite contro la tortura condannò la Gran Bretagna per aver violato la Convenzione internazionale contro la tortura mentre nel 1994 toccò alla Commissione Europea censurare quanto accadeva in Irlanda a causa della legge anti-terrorismo. A smentire la consueta teoria delle “mele marce” ci pensò poi la Commissione europea per i diritti umani, accertando che alcune tecniche di tortura erano state autorizzate ad alto livello. Per oltre un quarto di secolo i soldati britannici e le forze di polizia del nord Irlanda hanno scritto una triste storia fatta di internamenti senza processo e confessioni estorte sotto tortura, di tribunali speciali privi di giuria e terribili maltrattamenti fisici e psicologici a carico di presunti membri di gruppi paramilitari. Col pretesto del terrorismo tantissimi civili irlandesi sono stati internati, sono stati sottoposti a torture e sevizie subendone in molti casi conseguenze devastanti, durature e in qualche caso, letali. Nonostante le innumerevoli inchieste realizzate a livello internazionale e le numerose condanne ricevute, il governo britannico non ha mai punito o sottoposto a procedimento disciplinare i propri militari o le forze di polizia nordirlandesi responsabili degli abusi.
Molte delle tecniche di tortura usate in nord Irlanda fin dai primi anni Settanta appaiono simili a quelle scoperte in questi ultimi mesi in Iraq. In particolare la privazione sensoriale attraverso l’incappucciamento, le finte esecuzioni, l’esposizione a forti rumori meccanici, l’utilizzo dei cani e dell’elettrochoc ricordano tristemente le brutalità subite dai prigionieri iracheni. Le tecniche R2I insegnate nelle caserme inglesi appaiono dunque solo l’ennesimo perfezionamento e l’istituzionalizzazione di queste pratiche di violento nonnismo: le vittime vengono tenute nude e incappucciate, costrette a strisciare legate a un guinzaglio e a formare pile umane con altri prigionieri. Tutte cose ampiamente documentate dalle foto delle carceri di Abu Ghraib e Bassora mostrate da giornali e televisioni. Tuttavia è stato spiegato che quando vengono sperimentate sui soldati britannici per scopi di addestramento queste tecniche non durano mai più di 48 ore e vengono usate sempre alla presenza di uno psicologo, poiché è opinione comune che possano essere causa di gravi psicosi in chi le subisce. Un ufficiale dell’esercito in pensione ha spiegato al Daily Telegraph che certi comportamenti dei soldati sono la conseguenza della tradizione coloniale britannica e dei relativi valori che vengono loro inculcati. Difficile credere che il capo di Stato maggiore britannico, il generale Michael Jackson, tanto preoccupato per il buon nome del suo esercito, non ne sapesse davvero niente. Molti anni prima che l’Iraq salisse agli onori delle cronache lo stesso Jackson faceva parte del famigerato reggimento di paracadutisti inglesi che il 30 gennaio 1972 sparò sulla popolazione per le strade di Derry uccidendo 14 irlandesi inermi nel corso di una manifestazione per i diritti civili. Già da un anno era in servizio presso una delle principali caserme britanniche nei dintorni di Belfast dove venivano reclusi e torturati i civili irlandesi. Il nord Irlanda, un luogo che stava cominciando a conoscere la tortura in modo diffuso, brutale e impunito, sarebbe stato il trampolino di lancio della sua gloriosa carriera militare. Fu lo stesso Jackson, solo pochi anni fa, a reintegrare nell’esercito due soldati britannici condannati per l’omicidio a sangue freddo di un giovane irlandese, Peter McBride. Il ragazzo fu colpito alle spalle senza alcun motivo, mentre si trovava poco lontano dalla sua abitazione, ma l’operazione dei due soldati era stata “svolta in modo corretto” secondo il tenente colonnello Tim Spicer, comandante del battaglione cui facevano parte i due assassini e adesso direttore generale della Sandline International, una delle principali aziende private di sicurezza che stanno facendo affari in Iraq. Cambiano i luoghi, le epoche e i contesti internazionali. A non cambiare sono loro: i torturatori e gli assassini. A Bagdad come a Belfast le mani insanguinate sono sempre le stesse.

Riccardo Michelucci

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