Sarajevo: ricostruzione o speculazione?

Se si osserva dalle alture che la circondano, Sarajevo può trarre in inganno. Uno sguardo da dove, appena due decenni fa, le milizie serbo-bosniache le rovesciarono addosso quintali di bombe e la sottoposero a quattro anni d’assedio, la fa apparire come una ricca metropoli europea. Nuovi grattacieli di vetro e cemento sovrastano i minareti delle moschee, il vecchio municipio asburgico convertito in biblioteca e da poco restaurato si specchia nelle acque della Milijacka, il torrente sopra al quale sono apparsi nuovi, avveniristici ponti. Dopo l’architettura ottomana, la parentesi austroungarica e il cemento dei palazzoni socialisti, il Dna urbanistico della città è stato arricchito da interventi non sempre condivisibili, ma comunque sintomo di modernità. Da lassù, neanche un occhio particolarmente attento riuscirebbe a scorgere i segni di una ricostruzione ancora incompiuta, purtroppo ben visibili quando si cala a valle. Basta affacciarsi nel quartiere di Marijin Dvor, cuore pulsante degli affari e della vita politica cittadina, per capire che a Sarajevo è in corso un altro assedio: da parte della finanza e della speculazione immobiliare. Qui i grattacieli hanno preso il posto di molti palazzi sventrati ma le case portano tuttora i segni evidenti della guerra. Di fronte al palazzo del Parlamento – ricostruito grazie ai finanziamenti europei – si erge lo scintillante Sarajevo City Center, un gigantesco centro commerciale voluto dagli arabi, sul retro del quale spuntano un accampamento rom e una serie di cantieri abbandonati nella sporcizia. Gli sfarzosi investimenti stranieri provenienti perlopiù da Iran, Turchia, Emirati Arabi e Malesia trovano una difficile coesistenza con i panni stesi su terrazze ancora crivellate dai mortai. Nelle strade del centro, che brulica di studenti universitari provenienti da tutto il mondo, può capitare d’imbattersi nelle “rose di Sarajevo”, un’installazione permanente effettuata riempiendo con la vernice rossa gli squarci lasciati sulla strada dalle granate. Ogni rosa è un monito in memoria delle innumerevoli stragi dei civili compiute tra il 1992 e il 1995.
Amina, 23 anni, ha vissuto la sua prima infanzia durante l’assedio e oggi si ritiene una ragazza fortunata: “Studio economia e ho la possibilità di fare pratica nella società di revisione dei miei genitori. Per adesso – assicura – non penso di lasciare la Bosnia per andare all’estero. Spero che il mio paese possa presto offrire le stesse opportunità di quelli dell’UE”. In Bosnia le profonde ferite interiori lasciate dalla guerra sono state acuite dalla corruzione della politica, dal nepotismo e da una disoccupazione che ha raggiunto quasi il 50%. E per protestare contro un’economia in stato comatoso e un apparato amministrativo elefantiaco che prosciuga gran parte degli aiuti, nella primavera scorsa serbi, croati e bosniaci musulmani sono scesi in piazza insieme, con la stessa rabbia, chiedendo riforme e lavoro. Una solidarietà interetnica che è riapparsa di nuovo un mese fa, quando il paese è stato colpito da gravissime alluvioni. “Nonostante tutto, lo spirito della città e dei suoi abitanti è sopravvissuto alla guerra – assicura l’architetto Kanita Focak, che ha perso il marito all’inizio dell’assedio – e infatti i sarajevesi non hanno mai combattuto tra di loro e dopo tutto quello che è successo non ci sono mai stati episodi d’intolleranza”. Uno spirito multietnico e multiculturale che si manifesta molto bene nel cuore del centro cittadino, dove nel raggio di poche centinaia di metri convivono i principali luoghi di culto della città: dall’antica chiesa serbo-ortodossa alla grande moschea Gazi-Husrev-beg – la cui biblioteca, riaperta nel gennaio scorso dopo anni di lavori finanziati con dollari del Qatar, contiene una delle più grandi collezioni di manoscritti ottomani del mondo –, dallo splendido museo ebraico fino alla cattedrale cattolica del Sacro Cuore di Gesù, di fronte alla quale fa bella mostra di sé una statua d’alluminio alta tre metri di papa Wojtyla. Inaugurata alla fine di aprile, dopo la canonizzazione, rappresenta un tributo al suo lungo impegno per la pace e il dialogo in un paese e in una città che, nonostante tutto, sta lentamente tornando a vivere.
RM

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il blog di Riccardo Michelucci