“La libertà è dentro di noi”. Blair si scusa con i “quattro di Guildford”

Firenze – Londra, giugno 2000

Ha lo sguardo sicuro e il tono di voce deciso di una persona cui non potrà mai succedere niente di peggiore di quello che gli è già accaduto. Paul Hill è noto come uno dei “quattro di Guildford”, quei ragazzi irlandesi che nel 1974 furono ingiustamente accusati di aver messo una bomba dell’I.R.A. in un pub dell’omonima cittadina inglese e per questo condannati all’ergastolo. La loro incredibile storia è universalmente considerata l’ingiustizia più clamorosa della storia giudiziaria britannica, e qualche anno fa è stata anche raccontata nel film candidato all’Oscar “Nel nome del padre” di Jim Sheridan. Dopo aver trascorso, con i suoi compagni, circa 15 anni nelle carceri più dure del Regno Unito, Paul Hill ha visto finalmente riconosciuta la sua innocenza ed è riuscito a ricostruirsi una vita sposando Courtney Kennedy, nipote del presidente americano John Kennedy. È andato a vivere negli Stati Uniti e grazie anche al prezioso appoggio della potente lobby statunitense è stato completamente scagionato dalle terribili e infondate accuse che gli erano state rivolte.
Insieme all’influente moglie, Paul Hill lavora adesso come attivista per i diritti umani collaborando stabilmente con le principali organizzazioni non governative, tra cui Amnesty International, l’Unicef e l’Unesco. Non nutre rancore, ma al contrario parla continuamente di perdono, è estremamente sicuro di sé, ma senza alcuna spavalderia, e ha l’abitudine di vivere sempre di fretta, quasi a voler recuperare il tempo che gli è stato rubato. “La libertà è dentro di noi. Afferriamola”, questa è la dedica di grande impatto, che ci ha scritto nella sua biografia. Avendolo conosciuto possiamo immaginarci quale possa essere stata la sua reazione alle scuse ufficiali che il primo ministro inglese Tony Blair ha deciso di porgergli qualche giorno fa. Un sorriso amaro avrà forse solcato il suo viso, anche perché Hill non è un uomo che vive nel passato, che cerca inutili vendette, ma al contrario ha cercato di metabolizzare la sua tremenda esperienza riuscendo a trarne un’enorme energia positiva. Non è solito piangersi addosso o andare in giro per il mondo alla ricerca della compassione della gente. Con grande pragmatismo ha infatti deciso di porsi come ambasciatore, come esempio vivente di tutte le ingiustizie e le gravi violazioni dei diritti umani, per far sì che la sua esperienza possa insegnare qualcosa e che casi come il suo non accadano mai più.
Per questo Hill non può aver accolto di buon grado le tardive, e poco sincere, scuse di Tony Blair. Innanzitutto viene infatti da chiedersi se Blair avrebbe ugualmente rivolto le sue scuse se uno dei quattro non avesse sposato una Kennedy. Ma soprattutto, perché la legislazione di emergenza draconiana che è stata la causa di un errore giudiziario così clamoroso è tuttora in vigore e si pensa addirittura di irrigidirla? Con un sistema legislativo che ha posto l’onere della prova a carico dell’imputato un altro caso come quello di Guildford è tuttora potenzialmente possibile. In questo senso le scuse di Blair non hanno il benché minimo valore se non vengono accompagnate da una chiara volontà di adoperarsi affinché le cose vadano in futuro in maniera diversa. È troppo facile chiedere scusa per un caso ormai completamente risolto e nei confronti del quale gli umori dell’opinione pubblica vanno ormai praticamente tutti nella stessa direzione. Di questo passo c’è il reale rischio che un altro premier britannico sia costretto, tra qualche anno, a dover chiedere scusa per altri casi analoghi. E siamo sicuri che proprio per questo motivo Paul Hill non avrà accolto di buon grado le scuse di Blair.
Riccardo Michelucci

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

il blog di Riccardo Michelucci