In divisa non si può

di Riccardo Michelucci

da “Diario”, anno VI, n. 1, gennaio 2006

Omosessuali e forze armate sono due mondi apparentemente troppo distanti per potersi incontrare. Eppure entrambe le realtà possono conciliarsi nella vita di tutti i giorni molto più frequentemente di quanto si possa pensare. Nel caso di Marco la decisione di entrare nell’esercito non è stata conseguenza né dell’educazione ricevuta o di qualche tradizione familiare, né del suo orientamento sessuale. «È stata un’opportunità. Ho avuto modo di fare la leva professionalmente e ho scelto di fare l’ufficiale di complemento per un anno. È stato un periodo molto bello e formativo, ho intravisto un percorso professionale e ho deciso di continuare. I motivi principali che mi hanno spinto a lavorare nelle forze armate – e che si trovano difficilmente in un’azienda – sono lo spirito di corpo, il senso di appartenenza all’organizzazione, la solidarietà nei confronti dei colleghi. Ma mi duole sottolineare che ultimamente tutto ciò sta cominciando a venir meno».
Marco era uno dei due italiani che si sono ritrovati a Firenze alla riunione dell’Egpa (European Gay Police Association), la rete europea che riunisce le associazioni dei gay in divisa, nata l’anno scorso in Olanda e il cui comitato direttivo si è riunito per la prima volta in Italia a metà novembre. Scegliendo di incontrarsi in riva all’Arno, l’organizzazione ha voluto lanciare un segnale d’allarme: l’Italia è uno dei Paesi europei che discriminano di più gli omosessuali all’interno delle forze armate. Non a caso questo primo appuntamento italiano si è dovuto svolgere nel più stretto riserbo tra le «mura amiche» del comitato provinciale dell’Arci e si è risolto in un mezzo fallimento. Sono arrivati rappresentanti dall’Olanda, dalla Spagna, dalla Svezia e dalla Gran Bretagna, ma gli italiani che hanno avuto il coraggio di partecipare alla riunione sono stati soltanto due. Marco parla di un clima di paura e intimidazione: «Alcuni giorni prima dell’incontro il fascicolo toscano del Giornale ha anticipato la notizia e ha fatto scattare controlli e investigazioni a tutti i livelli nelle caserme e nei distretti. Molti colleghi avrebbero voluto partecipare, ma hanno preferito non farlo per paura di ritorsioni. Peccato. Poteva essere l’occasione per vedere in prima persona la situazione degli altri Paesi».
In molte parti d’Europa le forze armate e di polizia vivono realtà ben diverse rispetto all’Italia in tema di salvaguardia dalle discriminazioni nei confronti dei loro componenti. Al congresso di Amsterdam dell’agosto 2004 c’era una sala piena di omosessuali in uniforme e ai lavori hanno partecipato anche il capo della polizia olandese, il sindaco della città e il leader del partito di coalizione del governo di centrodestra. In giugno la conferenza dell’associazione dei poliziotti gay si è svolta a Londra con la sponsorizzazione del governo e la partecipazione ufficiale di Scotland Yard. Oltre 200 poliziotti europei hanno poi sfilato in uniforme aprendo il Gay Pride britannico. In quell’occasione gli italiani, non avendo ottenuto il permesso di indossare le divise, hanno dovuto accontentarsi di sfilare in maglietta. Il prossimo comitato direttivo dell’Egpa si terrà in aprile a Barcellona col patrocinio del governo catalano, mentre la prossima conferenza europea è fissata per l’agosto 2006 a Stoccolma con il sostegno della polizia svedese. In questi Paesi – ma anche in Francia, Austria e Germania – esistono specifiche associazioni che raggruppano poliziotti e militari di orientamento Lgbt. «In Italia una vera e propria associazione non esiste», spiega Marco, «c’è soltanto un movimento di pensiero, un ritrovo quasi goliardico di militari, poliziotti, persino qualche vigile urbano. Attualmente gli utenti verificati, che abbiamo incontrato di persona, sono appena una quarantina, e tutti al maschile. Sappiamo però che potrebbero essercene tantissimi altri e il nostro obiettivo, sempre con la massima discrezione, è quello di farci conoscere dal maggior numero possibile di colleghi».
Il gruppo si ritrova regolarmente su internet, in un forum nel quale vengono discusse le tematiche più disparate, legate a temi inerenti la professione, ma si parla anche di svago, di musica, dell’ultimo film uscito al cinema. E perché no, anche di disavventure sentimentali. «Il forum serve a farci sentire meno soli e a farci esprimere in un modo che non possiamo normalmente fare con i nostri colleghi, a essere noi stessi». E l’obiettivo dell’associazione europea, oltre a quello di fornire supporto morale e giuridico a chi si trova in difficoltà, è proprio quello di promuovere uguaglianza di diritti tra poliziotti e militari a prescindere dai gusti sessuali.
Eppure ancora oggi in Italia essere gay in polizia o nell’esercito pesa, ammette Marco. «Non rischi di essere licenziato, ma l’atteggiamento dei tuoi colleghi può renderti la vita molto difficile». Per un gay o una lesbica in divisa ci sono poi evidenti difficoltà a fare carriera a causa del pregiudizio creato da una cultura maschilista che li ritiene inaffidabili. «Conosco due sole persone che hanno fatto outing sul posto di lavoro. Uno si trova malissimo: viene continuamente dileggiato, lavora in un clima molto pesante. L’altro invece ha dovuto ingoiare qualche rospo all’inizio, ma adesso a quanto dice ha un ottimo rapporto con i colleghi che sanno tutto di lui e non hanno problemi a lavorarci insieme». Ma si tratta di un’eccezione, peraltro tutta da verificare, perché il clima delle caserme italiane di certo non favorisce questo tipo di sincerità sui propri orientamenti sessuali. Marco racconta anche di aver ricevuto nella sua breve carriera alcune lettere anonime che facevano insinuazioni sulla sua omosessualità. «Ma è improbabile che gli autori lo sapessero davvero», spiega, «hanno sicuramente sparato nel mucchio, e per una volta ci hanno azzeccato».
La scelta di Firenze per il primo meeting italiano dei gay in divisa ha richiamato alla memoria anche un significativo antefatto risalente ad alcuni secoli fa. Il 31 agosto del 1512 un gruppo di giovani aristocratici fiorentini riuniti sotto il nome di Compagnacci fece irruzione nel palazzo del governo chiedendo che il consiglio comunale abrogasse le condanne dei sodomiti costretti all’esilio o alla perdita del lavoro a causa della loro omosessualità. Di lì a poco gli spagnoli imposero alla più alta carica dello Stato, il gonfaloniere a vita Piero Soderini, di lasciare il potere e di fuggire dalla città, permettendo il ritorno dei Medici che accettarono tutte le richieste dei rivoltosi. Tra queste c’erano la fine del clima di terrore e l’abrogazione delle leggi repressive riservate alle persone accusate di sodomia. In quegli anni la liberalità dei costumi e l’ampia diffusione dell’omosessualità avevano reso Firenze famosa in tutta Europa – in Germania i sodomiti venivano chiamati florenzer – ma aveva anche favorito la nascita degli «ufficiali di notte», un corpo di guardie speciali incaricate di occuparsi delle accuse di sodomia. Le denunce, spesso anonime, venivano infilate in apposite cassette sparse per la città e tra le vittime più illustri ci fu Leonardo da Vinci: l’8 aprile 1476 qualcuno denunciò la relazione che il pittore intratteneva con il diciassettenne Jacopo Saltarelli. Tra quelli che predicavano contro i sodomiti esortando il governo della città a inasprire le leggi contro di loro c’era l’influente frate domenicano Girolamo Savonarola: anche a causa sua la contestazione sfociò nella rivolta del 1512. «Fu un’iniziativa clamorosa che può a ben ragione essere considerata una sorta di Stonewall italiana ante litteram», spiega Nicolino Tosoni, presidente dell’associazione omosessuale Fuori, «e come tale andrebbe commemorata. Propongo quindi di celebrare il World Gay Pride del 2012 a Firenze, e di farlo coincidere con l’insurrezione dei Compagnacci del 31 agosto».
Cinque secoli dopo sette persone riunite in quella che fu la città dei Medici sono state però costrette a vedersi di nascosto per discutere gli aspetti finanziari e organizzativi di una rete di militari gay. L’unica manifestazione di solidarietà – a parte l’Arci – è giunta dal Silp, il sindacato di polizia della Cgil. «Il fatto che gli omosessuali appartenenti alle forze armate e di polizia italiane abbiano rinunciato a partecipare alla riunione per paura di subire pesanti conseguenze sul lavoro è una circostanza grave e non degna di un Paese civile», sostiene il segretario toscano del Silp, Renato Scalia, «è evidente che in Italia continuano a esistere discriminazioni per l’orientamento sessuale».
Non basta quanto sancito dalla Costituzione, e non basta neanche la direttiva europea del 2000 contro le discriminazioni sul lavoro legate all’orientamento sessuale: il nostro Paese l’ha recepita escludendo esplicitamente gli appartenenti alla polizia e alle forze armate. In una nota congiunta diramata dopo lo svolgimento della riunione fiorentina Silp e Arci hanno affermato di essere «al fianco dei gay in divisa italiani pronti a contrastare ogni discriminazione» e hanno ribadito la necessità di «far partire dalla Toscana, regione che sancisce il divieto di discriminazione sessuale nel proprio statuto, un movimento d’opinione che possa abbattere questo assurdo quanto anacronistico tabù». Forse potrebbe aiutare la nascita di una vera e propria associazione di militari e poliziotti gay anche in Italia. Marco lo esclude: «Al momento nel nostro Paese mancano le condizioni per farlo, non esistono tutele legali sufficienti a garantire i singoli associati nei confronti dei loro enti d’impiego».

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