I paradossi di Belfast

Reportage uscito su Avvenire il 17 maggio 2009

Belfast è la città dalle tante anime spesso in contrasto tra loro. Ormai rassegnata a un declino industriale divenuto irreversibile ben prima dell’attuale crisi, eternamente prigioniera della sua storia violenta, da qualche anno sta cercando di entrare nelle rotte del grande turismo europeo, quasi a voler sfidare la vicina Dublino in un confronto impari con l’altra capitale irlandese. La chiave di volta del suo futuro ha un nome che ricorda il suo passato: Titanic. Il gigantesco cantiere navale Harland&Wolff nel quale fu costruito il famoso transatlantico affondato nell’oceano è da sempre uno dei cuori pulsanti della città e “Sansone” e “Golia”, le due imponenti gru gialle del cantiere, continuano a esserne il simbolo, anche se i fasti industriali di un tempo sono sfumati per sempre. L’azienda conta ormai solo alcune centinaia di lavoratori e ha ceduto gran parte dell’area per lasciare spazio a un sogno di sviluppo chiamato “Titanic quarter”. Un grandioso e velleitario progetto affidato all’architetto statunitense Eric Kuhne, che dovrebbe dar vita a un quartiere di lusso di circa 300mila metri quadrati. Ad oggi però, se si escludono poche gru in movimento e un piccolo percorso museale, di questo sogno c’è traccia soltanto nelle simulazioni riportate sul sito internet del quartiere. Finora è stato finanziato solo un centro di ricezione turistica, cui si vorrebbe dar forma compiuta entro il 2012, per il centenario del varo del Titanic.
Ma se sulla costa lo sviluppo stenta ad arrivare, per le strade del centro Belfast non ricorda affatto quella che fino a una manciata d’anni fa era la città più militarizzata e violenta dell’intera Europa occidentale. Undici anni dopo la fine ufficiale del conflitto, ha preso ormai le sembianze di una moderna metropoli britannica, apparentemente immune dai rintocchi della crisi internazionale. Ne è una prova l’Europa Hotel, noto fino ai primi anni ‘90 come l’albergo più bombardato del Vecchio Continente e adesso trasformato in lussuoso e affollato ritrovo per finanzieri, uomini d’affari e visitatori che non badano a spese. Non sembrano toccate dalla recessione né le principali strade dello shopping – data l’assenza di fondi in vendita o in affitto e i tanti negozi alla ricerca di personale –, né gli avveniristici centri commerciali in vetro e acciaio costruiti negli ultimi anni e che si incastrano alla perfezione nelle ordinate geometrie disegnate dagli urbanisti vittoriani. Chi temeva che i due attentati mortali compiuti non lontano da qui all’inizio di marzo avrebbero riportato un senso di smarrimento e paura nella gente, non può far altro che ricredersi, perché la vita continua a scorrere normalmente e anche la presenza delle forze dell’ordine è rimasta discreta e quasi impalpabile. L’unico fermento che si respira in centro è semmai dovuto all’attesa per i numerosi eventi culturali in programma da qui all’estate.
Appena un anno e mezzo fa, la tradizionale cartolina del centro cittadino è stata drasticamente modificata dalla gigantesca ruota panoramica installata sul lato destro del maestoso City Hall, il palazzo del municipio. La Union Jack britannica continua a sventolare in cima all’edificio, incurante di quella parte di popolazione che non ha smesso di sognare un’Irlanda unita e libera dall’influenza di Londra. Il tricolore irlandese (la cui esposizione era vietata per legge fino a un quarto di secolo fa) deve accontentarsi per il momento di stare appeso nella stanza del sindaco, il repubblicano Tom Hartley. Ma basta allontanarsi a piedi per un quarto d’ora e si raggiungono i primi quartieri popolari, dove la violenza settaria innescata da antiche tensioni etniche non accenna a diminuire, e costringe una parte degli abitanti a vivere ancora divisa da barriere definite ironicamente peaceline, “linee della pace”. A costruire le prime col filo spinato furono i soldati inglesi nel 1969, quando lo scontro toccò livelli d’inaudita violenza. Nei primi anni ‘90, a conflitto ancora in corso, in città se ne contavano appena una ventina. Oggi le aree degradate della periferia e molte zone residenziali vicine al centro sono ancora divise per motivi di sicurezza da oltre quaranta reticolati che si snodano per una ventina di chilometri. In gran parte sono barriere di cemento, acciaio e lamiera, mentre alcuni quartieri rimangono separati da robusti cancelli metallici che vengono chiusi a chiave la notte e ogni volta che sale il livello della tensione. Una soluzione discussa ma per ora considerata indispensabile per limitare gli scontri tra le due comunità e per difendere le case dai continui lanci di sassi, mattoni e bottiglie incendiarie. Anche le scuole integrate sono spesso prese di mira perché le classi miste di bambini cattolici e protestanti sono un modello di convivenza pacifica che infastidisce gli intolleranti. I buoni propositi miranti a rimuovere le barriere si sono finora infranti sul senso d’insicurezza della gente. “Le peaceline riducono gli scontri – spiega sconsolato Neil Jarman, direttore del Centro di ricerca sul conflitto – ma chiudono anche la strada all’integrazione”.
RM

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