Dal fango nacquero i fiori

di Riccardo Michelucci
da “Diario”, n. 42 anno XI, 3 novembre 2006

I fiorentini se li ricordano ancora, i militari arrivati per liberare la loro città dalla morsa dell’alluvione di 40 anni fa. Erano sprovvisti di pale, non avevano camion ribaltabili né gruppi elettrogeni o altri mezzi per intervenire efficacemente in quell’inferno di fango, nafta e detriti. “In molte occasioni fummo noi a dar da mangiare ai soldati, alla Casa del Popolo di piazza dei Ciompi”, ricorda Sandra Teroni, oggi docente universitaria, all’epoca una delle giovani anime del Comitato dei residenti di Santa Croce. Con le sue vecchie case a un passo dal fiume, il suo fu uno dei quartieri più colpiti, e dove la rabbia degli abitanti per l’inerzia delle istituzioni montò subito, manifestandosi con cori di fischi e urla all’indirizzo dei politici che venivano a verificare i danni della piena. La burocrazia e un’incomprensibile sottovalutazione del problema contribuirono a rendere tardivo e inefficace, almeno in una prima fase, l’intervento dello stato e delle istituzioni locali. Solo pochi giorni dopo la tragica esondazione dell’Arno, a Firenze erano già nati però ben 12 comitati di quartiere: squadre di giovani volontari che lavoravano giorno e notte per aiutare la gente a liberare case e negozi dal fango, a censire i danni, a occupare le case sfitte, a rivendicare i propri diritti di fronte a uno stato e a un’amministrazione fino ad allora colpevolmente assenti.
Un terreno fertile per lo sviluppo di un processo di autorganizzazione popolare capace di fornire le prime forme di rappresentanza alle realtà di base esisteva già. L’associazionismo si era radicato intorno alle parrocchie e alle case del popolo, cattolici, socialisti e comunisti avevano avuto i primi cauti confronti a partire dalle lotte operaie di fine anni ’50 e Firenze era diventata la città del dialogo. Dopo l’alluvione del 4 novembre 1966 furono proprio i comitati di quartiere a organizzare i primi soccorsi per gli alluvionati e a gestire la quotidianità della ricostruzione. Un’esperienza che per la prima volta vide lavorare fianco a fianco gruppi politicamente eterogenei, che ignorarono spesso anche le direttive dei rispettivi partiti. La piena del fiume che sommerse la città innescò un processo di partecipazione democratica destinato a evolversi nel decennio successivo fino a portare Firenze a dotarsi, prima grande città d’Italia, dei consigli di quartiere. È quanto racconta la mostra “Le radici della partecipazione. Firenze e il suo territorio, dai comitati ai consigli di quartiere 1966-1976”, una delle tante iniziative organizzate per celebrare il quarantesimo anniversario dell’Alluvione e avviare una riflessione storica su quegli anni. Foto, reperti d’epoca, documenti e pubblicazioni di un periodo che inizia idealmente con la nascita dei centri di soccorso, le strutture sorte in modo spontaneo nei quartieri all’indomani del disastro e che dopo aver governato i primi giorni d’emergenza furono trasformati in comitati di quartiere, con un ruolo assai più politico. In San Frediano, presso l’abitazione di Fioretta Mazzei, una delle collaboratrici più fidate dell’ex sindaco Giorgio La Pira, nacque un coordinamento dei comitati che si propose di unificare le proposte dei quartieri e di rappresentarli di fronte alle istituzioni.
“Cominciammo a organizzare le rivendicazioni della gente – racconta Franco Quercioli, uno dei ragazzi del ’66 che ha curato la mostra – c’erano da occupare le case sfitte, da compilare le domande per ottenere i sussidi statali, da fare il censimento dei danni”. Il suo era il comitato dell’Isolotto, uno dei quartieri più popolari ma meno colpiti, sebbene si trovi a ridosso dell’Arno. “L’argine ci protesse e subimmo molti meno danni degli altri. Così superata la prima emergenza andammo ad aiutare il resto della città”. I lavoratori del quartiere misero a disposizione camion e macchine per andare fuori Firenze a cercare il pane e i medicinali, a riempire d’acqua le damigiane. I primi aiuti arrivarono dai comuni emiliani, che appresero con grande stupore che il deposito e il centro di raccolta dei materiali di prima necessità erano concentrati nella grande chiesa dell’Isolotto il cui parroco, Don Enzo Mazzi, sarebbe stato sospeso dalla Curia meno di due anni dopo. Ma i rapporti dei comitati con le autorità politiche ed ecclesiali furono difficili anche al tempo dell’alluvione: la prima presa di distanza ufficiale da parte della Chiesa fu la circolare con la quale il cardinale di Firenze ordinò ai parroci di tenersi alla larga dalle nuove realtà di base. Anche la giunta comunale, rimasta in un primo momento come pietrificata di fronte alla gravità della situazione, le ostacolò. “Di fronte ai feriti, alle persone rimaste intrappolate nelle case, ai malati che non potevano muoversi da abitazioni che rischiavano di crollare, le istituzioni furono completamente assenti”, ricorda Teroni. Alla Casa del Popolo Buonarroti, in Santa Croce, fu aperto un ambulatorio medico, le donne del quartiere attrezzarono grosse tavolate per la distribuzione di viveri e vestiario mentre gli studenti ripulivano le strade, inizialmente a mani nude. “Soltanto quando Palazzo Vecchio capì quant’era importante il nostro lavoro smise di ostacolarci – spiega Quercioli – e mandò alcuni consiglieri della sinistra Dc, del Psi e del Pci a lavorare nei comitati”. I problemi maggiori nacquero però con lo stato, e non solo perché gli aiuti che la prefettura stava concentrando allo stadio furono del tutto inaccessibili ai volontari dei comitati. All’epoca c’erano non pochi timori per la convergenza tra cattolici e comunisti, in una città e in un territorio già considerati ‘sospetti’ a causa di Don Milani ed Ernesto Balducci, dei preti operai e di alcune vivaci sezioni del Pci che cominciavano a criticare con forza il partito dall’interno. “Il nostro impegno comune dava fastidio”, spiega Eriberto Melloni, che dal gruppo cattolico del Cenacolo di padre Balducci entrò a far parte del comitato del Vecchio Mercato, attivo nel centro storico. E poiché Firenze era una città sospetta, certi fiorentini dovevano essere tenuti sotto controllo: “anni dopo venimmo a sapere che le autorità ci avevano schedato e che uno dei nostri compagni più attivi era in realtà un maresciallo della squadra politica della questura”. Proprio in quel comitato – ironia della sorte – si sono formati personaggi come il filosofo del diritto Danilo Zolo, l’attuale membro della Corte di Cassazione Pierluigi Onorato e alcuni esponenti della futura classe dirigente fiorentina.
Il lavoro comune con i cattolici al tempo dell’alluvione creò non pochi problemi anche all’interno del partito comunista, malumori e dissidi spesso talmente profondi da risultare insanabili. Il caso di Sandra Teroni e dei suoi compagni della Buonarroti, che appena due anni dopo presero parte a Roma alla riunione del gruppo dirigente del Manifesto, fu solo l’esempio più eloquente. “All’inizio eravamo scettici nei confronti di un impegno comune con i cattolici. Poi trovammo l’unità sui bisogni, sulle analisi e su molti progetti riguardanti la vita del quartiere. Invece col passare del tempo fu il nostro rapporto col Pci a diventare estremamente conflittuale”. Il primo scontro avvenne un paio di mesi dopo l’alluvione, quando il partito e la Cgil misero la sordina a una manifestazione per la casa indetta dai comitati, ritenendola in quel momento inopportuna. Le incomprensioni nacquero anche dal forte spontaneismo delle organizzazioni di base, il cui enorme seguito popolare non poteva non spaventare i partiti. Dopo il primo periodo di intenso lavoro, il comitato di Sorgane sentì allora il bisogno di una vera legittimazione popolare e organizzò le prime elezioni autoconvocate all’interno del quartiere. Le liste furono riempite con i nomi dei volontari e l’affluenza alle urne fu straordinaria. Non per caso l’unica esperienza del genere si verificò proprio a Sorgane, un piccolo quartiere che raccoglieva la più grande massa di alluvionati della città. “Quando l’Arno colpì il vicino quartiere di Gavinana un vero e proprio esodo si riversò da noi – racconta Mario Vezzani, che fu il promotore di quel comitato – li aiutammo ad occupare molti edifici popolari che non erano stati ancora assegnati. I problemi erano enormi, in molte case mancavano le porte, alcune non avevano acqua né allacciamenti fognari”.
La parabola dei comitati di quartiere dell’alluvione si chiuse prima dell’estate del 1967 ma per un’intera generazione di giovani che si era avvicinata alla politica nel modo meno ideologico, imparando ad affrontare concretamente i bisogni della gente, quello rimase un irripetibile momento di formazione. “Nacque un modo nuovo di fare politica che a Firenze anticipò il Sessantotto – spiega Moreno Biagioni, nel ’66 studente “con la pala” e ora archivista di quel movimento – attraverso un intreccio raro di età, condizione sociale, pensieri e culture diverse che impararono a convivere e a lavorare insieme”. E gli stessi gruppi di base si sarebbero ritrovati proprio nel ’68, ma anche nell’esperienza delle scuole popolari e dei doposcuola ispirati da Don Milani, nelle lotte operaie e nelle manifestazioni di piazza contro la guerra del Vietnam. Fino a quando, alla metà degli anni ’70, le sollecitazioni dal basso non furono canalizzate a livello istituzionale, negli organi collegiali della scuola e nei consigli circoscrizionali.

BOX
La mostra “Le radici della partecipazione. Firenze e il suo territorio. Dai comitati di quartiere ai Consigli di quartiere: 1966-1976” organizzata dal Comune e dall’Archivio del Movimento di Quartiere si terrà a Firenze nella sala vetrata delle Murate in piazza Madonna della neve dal 24 novembre al 14 dicembre. Rimarrà aperta da lunedì a sabato con orario 10-12,30/14,30-18. Nel 2007 la mostra diventerà itinerante e sarà esposta, a rotazione, in tutti i quartieri di Firenze.

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