Camp Darby, “hic manebimus optime”

Reportage dalla base Usa di Camp Darby, “Diario” del 15 giugno 2005

“Qui non c’è nessun segreto, vengano pure parlamentari e sindaci a vedere, noi non abbiamo niente da nascondere”. In qualche misura si potrebbe anche dare ragione al maggiore Stephen Zglinicki, uno dei comandanti operativi della base Usa-Nato di Camp Darby, che usando massicce dosi di ironia ha guidato la visita di un’associazione italo-statunitense all’interno del gigantesco insediamento militare situato tra Pisa e Livorno. Dopo una mattinata spesa a far vedere le numerose “attrazioni” della base – enormi campi sportivi, palestre, scuole per i figli dei militari, negozi e banche (non poteva mancare la Bnl!) – nel pomeriggio ci vengono mostrati i lavori di ampliamento della struttura nella quale vivono attualmente circa duemila persone. Le ruspe della ditta Pizzarotti di Parma – una delle imprese impegnate nella costruzione della tratta Milano-Bologna dell’alta velocità – stanno lavorando a pieno ritmo da settimane per realizzare nuovi edifici all’interno dell’adiacente deposito di Leghorn. In alcuni spazi finora inutilizzati dei circa mille ettari di litorale dove sorge la base nasceranno a breve altre infrastrutture, capannoni, una nuova officina e soprattutto sette nuovi magazzini sotterranei e refrigerati da 35000 mq l’uno. Secondo quanto ci ha spiegato il responsabile italiano della manutenzione del deposito dovranno ospitare sofisticati armamenti di ultima generazione: munizioni per artiglieria, razzi, missili, bombe e veicoli blindati da combattimento come i famigerati carri M1 Abrams già inviati in Iraq. A lungo annunciati, in ottobre dovrebbero partire poi anche i lavori di ampliamento del canale navigabile che arriva all’interno di Camp Darby. Un intervento deciso circa un paio di anni fa dalla Nato e che prevede l’allargamento e la cementificazione dei fondali del canale – la cui capacità di carico e scarico verrà raddoppiata – oltre alla costruzione di sei nuove piattaforme per la custodia delle munizioni. Nel 2003 l’autorevole fondazione statunitense Globalsecurity.org definì Camp Darby “il più grande arsenale americano all’estero”. Secondo i calcoli dei ricercatori Usa i suoi depositi possono contenere qualcosa come 32000 tonnellate di ordigni e proprio dalla pineta toscana proveniva oltre il 60% delle bombe scagliate sulla Serbia nel 1999. Una volta ultimati – si prevede entro il 2010 – questi lavori di potenziamento accresceranno ulteriormente i già inquietanti primati di Camp Darby. Intanto il pluridecennale insediamento statunitense in Toscana è alla ricerca di nuovi motivi per giustificare la sua permanenza di fronte all’opinione pubblica locale. Per creare consenso nei confronti della base vengono organizzate periodicamente iniziative di intrattenimento – una intorno al 4 luglio, festa dell’Indipendenza, quando verrà allestito una specie di circo e l’ingresso della base rimarrà aperto al pubblico – e gite turistiche di associazioni italo-statunitensi come quella in cui ci sono stati mostrati con estrema naturalezza lavori di ampliamento che contrastano in modo evidente con quanto affermato a più riprese dai politici locali. Da almeno un decennio i sindaci di Pisa e Livorno insieme agli esponenti dell’amministrazione regionale parlano infatti di riconversione della base a usi civili e una posizione analoga è stata ribadita anche in campagna elettorale da Claudio Martini, appena confermato alla presidenza della Regione Toscana. Secondo Martini Camp Darby dovrà avere “un futuro sempre meno militare e sempre più civile”. Eppure a vedere i lavori in corso – e quelli che saranno realizzati – sembrerebbe esattamente il contrario. E se il potenziamento della base non è un segreto non significa che in questo angolo di costa trasformato in bunker militare sia tutto alla luce del sole. Mentre lo stoccaggio di armi nucleari nei giganteschi depositi rimane tuttora soltanto un sospetto, l’eventuale presenza di radar e altri strumenti di avvistamento e controllo resta uno dei punti più controversi della tragedia del mercantile Moby Prince nella rada di Livorno, nel 1991. Ci sono dispositivi del genere a Camp Darby? Sollecitato sull’argomento, il maggiore Zglinicki sceglie l’ironia e ci risponde soltanto con un “forse”. Quanto alla permanenza della base in Toscana – nonostante gli auspici dei politici locali – la decisione spetta al ministero della Difesa perché al contrario di quello che si può credere la base sorge interamente su territorio italiano. Nel 1951 un accordo bilaterale tra Italia e Stati Uniti diede vita a Camp Darby attraverso una concessione la cui durata rimane tuttora segretissima. Gli Usa hanno ottimi motivi per non abbandonare il litorale tirrenico: sono vicini al porto, all’aeroporto militare di Pisa, all’autostrada e hanno una linea ferroviaria che arriva proprio all’interno della base e che possono utilizzare quando vogliono. Ecco perché Zglinicki contesta apertamente la tanto annunciata riconversione dell’area. “Quali usi civili e soprattutto, finanziati da chi? – si chiede – mantenere l’area costa circa venti milioni di dollari all’anno”. Mentre ci accompagna fuori dalla base ci indica un campo rom insediatosi nelle vicinanze e ribadisce sprezzante: “ecco cosa potrebbe diventare Camp Darby se fosse riconvertito a usi civili”.
Riccardo Michelucci

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