Belfast. Tutte le difficoltà della pace

Reportage andato in onda su Radio Popolare l’1 agosto 2003

Nonostante le sue ottanta primavere Alfred, vecchio militante repubblicano del quartiere di Ballymurphy a Belfast, è sicuro che riuscirà a vedere la riunificazione del paese prima della fine dei suoi giorni. Cinque anni fa l’accordo del Venerdì Santo ha posto formalmente fine a un conflitto trentennale e adesso per Irlanda del nord è tempo di bilanci. I segnali che giungono da questa estrema periferia d’Europa sono però contrastanti: da una parte istituzioni politiche che proprio non vogliono saperne di decollare – il nuovo parlamento nordirlandese è stato sospeso da Londra ormai quasi un anno fa a causa dei continui ricatti dei politici unionisti-protestanti – dall’altra un conflitto che appare sopito quasi definitivamente, con le armi dei paramilitari che a parte qualche rara eccezione tacciono da anni e una conseguente crescita socio-economica finalmente tangibile. Banco di prova decisivo del funzionamento del processo di pace sono i rapporti tra due comunità – quella cattolico-nazionalista e quella unionista-protestante – divise da odi ancestrali in gran parte alimentate dagli inglesi. Negli anni scorsi il lavoro dei centri intercomunitari è stato fondamentale più di qualunque accordo politico per portare le due comunità a un dialogo costruttivo. Esperienze autonome e spesso autogestite nei quartieri popolari con l’obiettivo di ricostruire il tessuto sociale di un paese sconvolto dalla guerra, questi centri si sviluppano da molti anni in nord Irlanda e hanno rappresentato una delle premesse del processo di pace. Ad animarli sono persone come Billy Mitchell, 53 anni, di Belfast, uno che negli anni caldi del conflitto è stato a capo di un’unità del famigerato gruppo paramilitare unionista UVF e condannato all’ergastolo per l’omicidio di due membri di una fazione protestante rivale. Dopo un lungo periodo di ricerca interiore favorito dal carcere Mitchell adesso si è convertito al “Vangelo della pace”, ha imparato a convivere con quelli che un tempo erano gli avversari e ha deciso di impegnarsi per costruire un modello di società equa e pluralista. Sono soprattutto persone come lui, ex combattenti, ex estremisti adesso ravveduti ad aver creato reti di centri per il confronto pacifico tra le due comunità e la riabilitazione degli ex prigionieri nei quartieri di Belfast. Tommy McKearney ha seguito il suo stesso percorso, ma dall’altra parte della barricata: per anni è stato in servizio attivo nell’IRA fino a quando non ha ricevuto una condanna a vita per aver preso parte all’omicidio di un soldato inglese. Nel periodo più buio del conflitto Mitchell e McKearney non avrebbero esitato a uccidersi a vicenda, oggi al massimo discutono sulla linea editoriale della rivista “The Other View”, un trimestrale dedicato al confronto e al dialogo tra le due comunità. Hanno anche differenti punti di vista sull’attuale processo di pace – il primo del tutto favorevole, l’altro più critico – ma ciò non impedisce loro di andare d’accordo.
Dopo anni di pace era lecito aspettarsi che l’attività dei centri intercomunitari prosperasse, ma a conti fatti la realtà appare ben diversa. I fondi che il governo locale dedica a queste iniziative diminuiscono anno dopo anno proprio perché la guerra, quella vera, è finita. Ma passi avanti concreti sul piano del dialogo ancora non se ne vedono. “Il settarismo e l’odio sono aumentati rispetto al passato”, sostiene il professor Brice Dickson, a capo della Commissione per i diritti umani dell’Irlanda del nord, una struttura ad hoc creata dall’accordo di pace del 1998. “La violenza fisica, gli attacchi, le bombe e le uccisioni sono radicalmente diminuite, ma nella maggior parte dei casi si sono trasformate in aggressioni verbali, odio settario e razzismo che prende la forma ad esempio di murales sempre più violenti nelle strade del paese”.
Uguaglianza è da sempre la parola chiave per la risoluzione del conflitto. Alla fine degli anni Sessanta la popolazione dei ghetti cattolici – gravemente discriminata sul lavoro e privata del diritto di voto – scese in piazza per chiedere uguali diritti. Adesso l’Irlanda del nord si è dotata delle più rigide leggi anti-discriminazione d’Europa e la situazione appare notevolmente migliorata, tuttavia molti politici unionisti filobritannici rimangono poco propensi a considerare i cattolici sul loro stesso piano. “Recentemente uno dei politici unionisti più in vista ha affermato la sua preoccupazione per il programma di uguaglianza cui stavamo lavorando”, racconta Eileen Bell, numero due del partito aconfessionale Alliance. “Se diventiamo tutti uguali – confessò – io sarò sullo stesso piano di tutti gli altri e perderò molte delle prerogative che avevo in passato”. Una diffidenza che si ripresenta anche nei confronti delle iniziative del professor Dickson, cui l’accordo del 1998 ha affidato il compito di stilare una Carta dei diritti che finalmente metta sullo stesso piano le due comunità. “Non capisco perché molti politici unionisti siano così scettici nei confronti della Carta – spiega il responsabile della Commissione per i diritti umani – dal momento che il suo principale obiettivo è proteggere tutti i cittadini d’Irlanda”. Forse ad alcuni di loro la parola uguaglianza ricorda l’epoca delle battaglie per i diritti civili portate avanti dai cattolico-nazionalisti negli anni ’60-’70 e temono che possa servire solo a loro. “Sono i politici il vero problema di questo paese”, conferma Tom, che col suo taxi percorre tutti i giorni in lungo e in largo la città. Con l’arrivo di un certo benessere in gran parte di quelli che un tempo erano i quartieri-ghetto la gente dimostra di non voler più avere niente a che fare con il conflitto. Ma c’è un altro problema: la persistente militarizzazione del territorio da parte degli inglesi, che molti continuano a vedere solo come una forza d’occupazione. “Non hanno alcun diritto di stare qui – spiega un anziano militante repubblicano – noi vogliamo governare il nostro paese, con le nostre leggi, non con quelle degli inglesi”. Adesso non si vedono più soldati armati agli angoli delle strade come un tempo, ma le imponenti installazioni militari inglesi sono rimaste quasi tutte al loro posto, come le sofisticatissime telecamere a circuito chiuso che controllano palmo a palmo ogni strada, ogni vicolo, ogni casa. In ogni quartiere periferico di Belfast le torri di controllo delle basi militari corazzate continuano a spiare ogni movimento delle persone che vanno a lavorare, di chi entra ed esce dal quartiere, perfino dei bimbi che giocano. Una presenza opprimente, come i cancelli metallici e i muri di cemento e lamiera definiti ironicamente “peacelines”, linee della pace, che dividono il labirinto intricato di aree cattoliche e protestanti della città. Muri che negli ultimi mesi sono stati in molti casi alzati e rinforzati in seguito ai continui attacchi settari da parte di chi, con sassi e bombe incendiarie, dimostra di non volersi rassegnarsi alla fine della guerra. “Solo una piccola minoranza”, garantisce ancora il professor Dickson. La vera speranza sono le nuove generazioni, quei bambini cresciuti senza conoscere la guerra: cinque anni è anche un tempo sufficiente per far crescere la prima generazione del dopoguerra. Ma anche in questo caso è ancora presto per un bilancio positivo. Secondo una ricerca condotta dal Community Relations Council, un ente governativo che opera da oltre un decennio per promuovere i rapporti tra le due comunità, sono ancora molto radicati i comportamenti settari nei bambini in età pre-scolare. “Purtroppo nella maggioranza dei casi abbiamo visto bambini di 3-4 anni che hanno imparato a dire le stesse frasi razziste che sentono dai grandi”, spiega Ray Mullan, funzionario della struttura. Sicuramente non aiuta vivere in un paese dove da sempre esistono quartieri separati, ma anche ospedali, cimiteri e scuole diverse per le due comunità. In particolare il sistema scolastico del paese affonda le sue radici nella separazione settaria promossa dagli istituti confessionali. Fin dall’inizio degli anni Ottanta, con la nascita della prima scuola mista cattolico-protestante (il Lagan College di Belfast) si è però cercato di portare avanti un modello di convivenza pacifica che partisse dalle scuole e anche l’accordo di pace del 1998 conteneva un esplicito impegno per lo sviluppo dell’educazione integrata. Attualmente però soltanto circa 15000 alunni frequentano scuole integrate, appena il 5% dell’intera popolazione scolastica. L’obiettivo dichiarato, anche grazie agli aiuti comunitari, è quello di raddoppiare entro il 2008. Intanto con il nuovo anno scolastico a Randalstown, a poche miglia da Belfast, ha finalmente aperto i battenti la Maine Integrated Primary School, il cinquantesimo istituto creato per promuovere un’educazione ecumenica nel paese.
Riccardo Michelucci

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