Non illudersi su Obama

Pochi giorni prima che arrivasse la certezza della candidatura del democratico Obama Barack alle prossime elezioni Usa, il sempre lucido Massimo Fini ha ricordato quanto segue, non senza un pizzico di cinico, ma doveroso, realismo:

[…] Storicamente i democratici sono stati più guerrafondai dei repubblicani. Fu il democratico Kennedy a iniziare la disastrosa guerra del Vietnam, mentre a chiuderla è stato il repubblicano Nixon, forse il miglior presidente che gli Stati Uniti abbiano avuto nel dopoguerra. È stato il democratico Clinton a perpetrare un’aggressione alla Jugoslavia ancora meno giustificata di quelle all’Afganistan e all’Iraq (l’11 settembre era di là da venire). Un Impero (e gli Stati Uniti lo sono) segue delle inevitabili logiche di potenza. E fin qui niente di nuovo e nemmeno, forse, di riprovevole. Ciò che disturba negli americani è l’ipocrisia, il mascherare la politica di potenza dietro i ‘sacri principi’, i ‘diritti umani’, la Bontà. Con i democratici, si tratti dell’insopportabile Hillary o di Obama, la politica di potenza Usa non cambierebbe, ma l’ipocrisia sarebbe perfino maggiore.

Ci sembra un’opinione corroborata da una serie sufficiente di dati di fatto. Di certo, anche se Obama dovesse tradire le aspettative dei tanti che anche nel nostro paese sognano di vedere il primo inquilino afro-americano della Casa Bianca, non riuscirebbe a essere un presidente peggiore di George W. Bush.


4 commenti su “Non illudersi su Obama”

  1. Sostenere che: “’aggressione alla Jugoslavia ancora meno giustificata di quelle all’Afganistan e all’Iraq” è veramente vergognoso. Massimo Fini della guerra balcanica non sa niente e ha le stesse posizioni di Turigliatto. Alla faccia di migliaia di morti e di migliaia di sopravvissuti. Sostenere che l’intervento fosse ingiustificato è vergognoso. L’intervento era giustificato ma è stato attuato in modo folle. Bombardare Belgrado non aveva senso e soprattutto non serviva a salvare i kosovari albanesi dalla furia ripulitrice degli estremisti serbi lasciati liberi d’agire da Milosevic. Bisognava intervenire con truppe di terra e d’interposizione in Kosovo. Putroppo ormai l’abitudine di buttare il bambino con l’acqua sporca è largamente praticata. Aggiungerò comunque che quando Belgrado fu bombardata ci fu un sommesso senso di soddisfazione tra croati e bosniacchi, visto che sino a quel momento, per 8 anni, la Serbia aveva fatto la guerra di sterminio senza che in Serbia fosse sparato un petardo. Dal 91, stappato il vaso di pandora, tutti i peggio estremisti delle varie parti mostrarono poi il peggio. Ma in Serbia, facevano la fame magari, ma non fu sparato un colpo sino al folle bombardamento di Belgrado.
    Essere in grado di dare a Cesare quello che è di Cesare e di NON buttare il bimbo con l’acqua sporca è ormai sempre più difficile. Cercare di essere obbiettivi e liberi significa persino perdere amicizie ormai. Non si può nemmeno raccontare quello che si è visto e sentito in prima persona, se non corrisponde al pensiero unico. Da noi anche gli impiegati di concetto sono ormai fondamentalisti e massimalisti dal pensierio unico, così scaricano le proprie frustrazioni nelle nuove forme idelogiche di ottusità. Con Fini ebbi già a confrontarmi. Lui è la prova vivente del fatto che erano con il povero vittima Milosevic, tra gli altri: Fini Gianfranco, Cossutta Armando, Bossi Umberto, Agnelli Gianni, Bertinotti Fausto, e relative famiglie ideologiche e militanti, così come Tommaso Di Francesco e Massino Fini e lo stuolo di lettori appassionati. Quasi tutti filo arabi in medio oriente e filo islam iraniano, afgano, etc, ma contro i musulmani di Bosnia (che dovevano sparire secondo Belgrado e banda). Come lo spieghiamo? I Balcani, da secoli e non da ora, sono serviti come ulteriore prova che nello stivale abitano non un popolo ma un minestrone di genti …… vogliamo dire….. ignoranti? Così facciamo un complimento e evitiamo di dire che noi italici siamo una accozzaglia di …………………………..

  2. sempre dal Piccolo:

    Si badi che fino al 25 giugno 1991, quando la bandiera jugoslava farà posto a quella slovena sui valichi, lo stesso stato italiano assume un atteggiamento ambiguo: il governo è sostenitore di una estrema ipotesi confederale mentre il presidente Cossiga appoggia le relazioni dirette di Biasutti con Kucan.
    Nel corso dell’estate, mentre Biasutti preme un rapido riconoscimento della Slovenia, Gianfranco Fini si reca a Belgrado per sondare qualche disponibilità jugoslava sulle rivendicazioni italiane su Istria e Dalmazia, e De Michelis si precipita ad affermare che i confini non si toccano anche se il trattato di Osimo andava rivisto.
    Si parlò ancora di confini, nell’ottobre 1991, quando Cossiga anticipò le ipotesi avanzate alla conferenza di pace dell’Aja di fare uscire l’armata jugoslava dalla Slovenia passando per il porto di Trieste. Davanti ai fantasmi del passato ci fu una forte reazione cittadina, condotta dalla Lista per Trieste che occupa il consiglio comunale, ma i veri problemi stavano nei costi materiali del piccolo conflitto sloveno e della successiva guerra serbo-croata: la perdita di 150 miliardi di lire al mese nel settore commerciale. Cossiga tornò a Trieste il mese successivo per una visita di riparazione alla foiba di Basovizza provocando sentimenti opposti. Arriveranno poi i riconoscimenti di Slovenia e Croazia patrocinati dal Vaticano e dalla Germania e la diplomazia italiana si adeguerà.

  3. Rumiz: «Nascosto dietro le tende per strappargli un intervista»

    il Piccolo — 12 marzo 2006 pagina 02 sezione: ATTUALITÀ
    IL RICORDO «Ho seguito tutta la parabola di Milosevic, dal 1987 al ’99, quando ci furono i bombardamenti sulla Serbia. Lo ritengo il primo responsabile di quanto è successo nei Balcani. E mi dispiace molto che il processo a suo carico non possa giungere a conclusione con lui in vita». Paolo Rumiz ha vissuto senza filtri i drammi, gli orrori e l’epilogo di un Paese costretto al destino del suo leader. Quello Slobodan Milosevic che, peraltro, il giornalista triestino riuscì a intervistare faccia a faccia nel 1990 a Belgrado.
    «Durante quella parabola – racconta Rumiz – ho assistito ai suoi raduni oceanici, che spaventarono le altre nazioni e che, per questo, contribuirono in modo decisivo a smantellare la Jugoslavia. Ho visto i nuovi simboli che lui decise d’introdurre, fondati sull’idea di nazionalismo, al posto di quelli riconducibili all’idea di fratellanza e unità socialista. Ho riscontrato la presenza di personaggi allarmanti nel suo apparato, quelle unità paramilitari reclutate fra gli ultras da stadio e pagate dai servizi segreti. Era gente che sapeva tutto di me e che mi rendeva la vita impossibile, telefonandomi addirittura a casa la notte».
    «Ma soprattutto – continua il giornalista triestino – ho visto quello che è accaduto in Bosnia, quei massacri di cui Milosevic fu sicuramente il mandante. Quando rivedo le immagini di Srebrenica, di migliaia di persone inermi, fucilate da gente che nel frattempo ride e fuma, provo ancora un desiderio omicida. Ritengo che davanti a queste cose il pacifismo sia un crimine, se questo significa impedire alla brava gente di difendersi. Non sparare contro assassini del genere, significa armarli. Questo lo dico proprio perché amo il popolo serbo, che fra quelli slavi è il più ospitale, il più caldo e il più amico che ho trovato. Un popolo che ha avuto solo la sfortuna di farsi rappresentare da un uomo che l’ha portato nel baratro».
    Rumiz ebbe un incontro ravvicinato con Milosevic nel 1990 a Belgrado. Ne uscì un’intervista esclusiva pubblicata dal «Piccolo» e dagli altri quotidiani dell’allora gruppo Monti, «Il Resto del Carlino», «Il Tempo» e «La Nazione».
    «Ero in delegazione – ricorda il giornalista triestino – con il ministro degli Esteri Gianni De Michelis. Era il momento in cui l’Italia faceva dei tentativi per evitare un disastro che si stava già profilando, con l’esercito federale che in loco dava l’impressione di essere ancora neutrale, mentre in realtà era già tutto deciso, con le truppe schierate dalla parte dei serbi».
    «Mi trovavo – prosegue Rumiz – nel palazzo presidenziale assieme ad altri giornalisti. Abbiamo assistito ai convenevoli di rito, alle strette di mano e poi abbiamo aspettato fuori, in un’altra sala. Dopo un’ora e mezza ci fecero entrare di nuovo, per qualche dichiarazione di circostanza, quindi fummo congedati e i colleghi cominciarono a uscire».
    «Ma era da tempo – è ancora la testimonianza del giornalista – che cercavo d’intervistare quell’uomo, che fino a quel momento aveva rilasciato solo due interviste, una alla Bbc e un’altra alla televisione jugoslava. Milosevic era praticamente imprendile, dal punto di vista giornalistico. Dovevo tentare il tutto per tutto. E adottai una tecnica di una spregiudicatezza tale che mi meraviglia ancora oggi. Mi mimetizzai, infatti, fra una tenda e il muro. Lasciai che uscissero tutti. Lui rimase solo e a quel punto mi schiarii la voce per consentirgli di accorgersi che c’ero. La sua faccia era stupefatta, mentre il mio comportamento fu naif: gli dissi semplicemente che ero rimasto per intervistarlo».
    «Milosevic – racconta sempre Rumiz – suonò un campanello che fece arrivare subito un suo uomo, altrettanto stupefatto di vedermi lì. Mi sembrava fosse incerto se prendermi a calci o meno. Poi i due cominciarono a parlarsi in serbo, capii che quel funzionario mi aveva riconosciuto. E alla fine mi concessero 15-20 minuti. Per prima cosa chiesi a Milosevic se la Jugoslavia sarebbe sopravvissuta. Lui rispose assolutamente sì, perché nessuno dei suoi popoli sarebbe vissuto meglio da solo anziché in compagnia degli altri. Mentiva anche allora. La prima nazione secessionista era la Serbia. Rispose con cortesia, in un buon inglese».
    «Poi – conclude il giornalista – venne il bello. Mentre me ne andavo fui fermato da un suo ambasciatore, Alexander Prlija, che mi obbligò a scrivere l’intervista in francese, affinché lui potesse tradurla e leggerla al suo capo. E così fu. Milosevic chiese un paio di correzioni minimali e, alla fine, mi lasciarono andare via».
    pi. ra.

  4. Questo è l’intero articolo. poi potete cercarvi tutto quello che volete su come è scattata la NATO nel 99. E come si è riusciti a fare di un dittatore (tanto amato in Italia) una vittima, proprio come per Saddam.

    Fini con Menia nella Belgrado di Milosevic

    il Piccolo — 30 agosto 2003 pagina 02 sezione: PRIMO PIANO
    TRIESTE Tutti gli uomini del presidente. O quasi. Emilio Colombo, Susanna Agnelli, ma anche Gianfranco Fini e Umberto Bossi non disdegnarono di stringere la mano all’allora leader serbo Slobodan Milosevic, o alla sua (adesso) vituperata nomenklatura. La «liason» italo-serba, del resto, affonda le sue radici nella storia e la creazione di legami preferenziali comincia nella seconda metà del secolo scorso quando coloro che combattevano per la liberazione dei serbi dai turchi guardavano proprio all’Italia appena unificata e al suo centro, il Piemonte, come a un modello per la formazione di uno Stato nazionale.
    È il 2 agosto del 1991. La Jugoslavia, o quel che resta di quella che fu la «creatura» di Tito, brucia. La Slovenia e la Croazia se ne sono andate. La Serbia reagisce e i suoi connazionali della Slavonia proclamano l’indipendenza. Zagabria risponde al fuoco. È l’inizio delle fine. Eppure in quel fatidico 2 agosto Gianfranco Fini, allora segretario nazionale dell’Msi-Dn, si reca a Belgrado accompagnato dal dirigente del dipartimento esteri del partito, Mirko Tremaglia (oggi ministro degli Italiani all’estero) e dal presidente del Fuan Roberto Menia (oggi deputato triestino di An). Oggetto dell’incontro è «un’eventuale richiesta dell’Italia per la restituzione dell’Istria e della Dalmazia». Fini decide di partire perchè la commissione Esteri della Camera guidata dal presidente Piccoli non aveva posto nella sua agenda i temi proposti dal leader missino. Ma non basta. Fini sostiene di essere venuto in Jugoslavia anche per dare appoggio alla Repubblica serba relativamente ai diritti umani e ai confini. Fini relaziona poi gli esiti dei suoi incontri all’allora capo dello Stato Francesco Cossiga e conferma che esponenti del Movimento di rinascita serbo hanno esplicitamente detto alla delegazione dell’Msi-Dn di trovare legittima una richiesta sull’Istria e sulla Dalmazia.
    Chi viene indicato come il «grande mediatore» dell’operazione Istria e Dalmazia è l’allora senatore socialista Arduino Agnelli. «Sono tutte fandonie, gigantesche balle, solo illazioni giornalistiche», sostiene oggi l’ex inquilino di palazzo Madama al quale è stata imputata una lunga «liason» con i serbi. «Sono stato a una riunione dell’autoproclamato parlamento serbo a Beli Monastir nel 1993 – conferma Agnelli – perché mi trovavo a un convegno nella vicina Subotica, ma non si parlò di cessioni territoriali. Cosa che peraltro confermai in una conferenza stampa a Belgrado». «Se ci fossero state possibilità in questa direzione – aggiunge Agnelli – De Michelis avrebbe allora già fatto le sue mosse. Certo Fini aveva tutto l’interesse che se ne parlasse anche per rompere l’accerchiamento mediatico di cui erano vittime lui e il suo partito». Insomma un gigantesco «ballon d’essai» ma che aveva sotto sotto qualcosa di vero. Frange dell’esercito federale jugoslavo, infatti, chiesero allora aiuto militare diretto all’Italia. Ne riferì anche l’allora «attachè» militare italiano a Belgrado, generale Mazzaroli che valutò comunque le proposte come scarsamente realiste. Da parte sua l’Esercito italiano prese in seria considerazione un eventuale intervento armato in Istria per difendere gli interessi nazionali della pesca e della nostra minoranza. «Ma l’avveduta politica posta in essere dai sindaci istriani – spiega ancora Agnelli – con in testa il borgomastro di Pola Del Bianco, scongiurarono ogni intervento e questa rimase solo un’ipotesi».
    È invece il 21 gennaio del 1993 quando il ministro degli Esteri, Emilio Colombo, ignora l’embargo diplomatico nei confronti di Belgrado recandosi personalmente in visita a Milosevic. Nel giugno del 1995 è la volta di Susanna Agnelli, allora capo della diplomazia italiana, a rendere visita allo «zar dei Balcani». Anche l’irredentista Lega Nord è stata apertamente dalla parte di Milosevic, il quale ha accolto a Belgrado con tutti gli onori il suo leader Umberto Bossi. È il 23 aprile del 1999 quando il senatùr varca la soglia del Castello bianco della capitale serba e proclama la sua contrarietà all’uso della forza per risolvere la questione del Kosovo. I legami tra i leghisti e i serbi risalgono direttamente alla guerra in Bosnia quando alcune camicie verdi si arruolarono nel battaglione «Garibaldi» nella Krajina, formazione misteriosa e paramilitare sotto il comando diretto di Milan Martic.
    E, ciliegina sulla torta, nel corso del 1995 Adriano Bertasso, alto esponente della Lega veneta ha consegnato al criminale di guerra Radovan Karadzic il «Leone di San Marco».
    m. manz.

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