Testimoni di libertà

Dobbiamo fare presto. Quando, tra pochi anni, non ci sarà più nessun testimone in grado di raccontarci cosa voleva dire lottare per la libertà e la democrazia, ci rimarranno solo gli strumenti della storia per decidere su cosa fondare la nostra identità nazionale. Sulla Grande guerra – risponderanno alcuni – oppure sulla Resistenza, cioè su quell’unione tra volontari combattenti e gente comune che molti considerano ancora un episodio confuso, a tratti contraddittorio, del nostro passato e che per questo continua a essere oggetto di ripetuti tentativi di revisionismo. Dobbiamo sbrigarci a trasmettere alle giovani generazioni lo spirito di quell’esperienza che oggi appare quasi mitica e i cui contenuti sembrano appartenere a un’epoca infinitamente distante da noi. Quando anche l’ultimo partigiano si sarà arreso alla selezione naturale compiuta dal tempo, l’unica cosa che ci resterà saranno le testimonianze, i ricordi e i frammenti di storia raccontati da chi la Resistenza l’ha vissuta davvero, sulla propria pelle. Di coloro cioè che dopo l’8 settembre del 1943 potevano fare scelte diverse – pensando alla propria salvezza e al proprio bene personale – e invece scelsero l’interesse superiore di un popolo e di una nazione. Nel libro “Ribelli!” appena mandato in libreria da Infinito edizioni, i giornalisti Domenico Guarino e Chiara Brilli hanno raccolto una quindicina di voci di uomini e di donne che decisero di farsi partigiani e di lottare per il bene comune, diventando gli artefici primi della costruzione della nostra democrazia. Sono andati a scovarli in tutta Italia, dal nord al sud del paese, in un viaggio della memoria che arriva fino ai giorni nostri e che, a dispetto dell’età avanzata, li vede ancora oggi indignarsi lucidamente di fronte a un presente molto diverso da quegli ideali per i quali avevano messo a repentaglio le loro vite. Non deve stupire che oggi siano proprio gli ottantenni, o addirittura i novantenni, a invitare i giovani alla ribellione: basti pensare al grande Mario Monicelli – che fino all’ultimo invitava a fare la rivoluzione – o al francese Stephane Hessel, anch’egli ex partigiano, che a 93 anni è diventato un caso letterario con il suo elogio dell’indignazione. La credibilità sempre più scarsa dei politici e delle istituzioni dimostra quanto sia necessario un richiamo etico da parte dei più anziani. I moniti e gli insegnamenti di figure note come Marisa Rodano, Massimo Rendina, Silvano Sarti e Rolando Ricci e di altre meno conosciute, ma ugualmente significative, contenuti in questo libro saranno indispensabili per raccontare ai più giovani come, nel momento più buio, un popolo seppe trovare lo slancio e l’indispensabile coesione per crescere socialmente, economicamente e culturalmente. Il volume di Guarino e Brilli ci ricorda anche che furono i loro sacrifici e il loro coraggio a innescare quel processo che portò alla nascita della nostra Costituzione, consentendo all’Italia d’imboccare la strada della libertà e dello sviluppo civile dopo un ventennio di barbarie. Il merito principale dei due autori è quello di aver voluto ascoltare queste voci a futura memoria, prima che sia troppo tardi, ma senza limitarsi all’analisi del passato, effettuando invece un opportuno raffronto con un altro ventennio: quello concluso appena pochi giorni fa. Il risultato è un’operazione culturale complessa che può costituire un valido antidoto anche ai ricorrenti e inaccettabili tentativi di equiparazione tra partigiani e repubblichini, magari nascosti dietro a presunte iniziative di pacificazione. Per riuscire nei suoi intenti, “Ribelli!” è corredato da un robusto apparato di note utili a contestualizzare le interviste e si avvale anche di un supporto audiovisivo a tratti toccante – al libro è allegato l’omonimo dvd realizzato da Massimo D’orzi e Paola Traverso – che mostrandoci i volti in alcuni casi traditi dalle emozioni dei quindici ex partigiani, ce li fa sentire ancora più vicini.
RM
(recensione uscita oggi su Left)

Ulysses, una nuova traduzione italiana per il capolavoro di Joyce

Intervista uscita oggi su Avvenire

Un curioso gioco del destino accomuna Giulio De Angelis, il traduttore e saggista diventato famoso per la prima e finora unica versione italiana di Ulysses, ed Enrico Terrinoni, curatore della nuova trasposizione: entrambi hanno ultimato la traduzione del capolavoro di James Joyce a 35 anni. L’impresa di De Angelis, spentosi nel 2000, fu data alle stampe da Mondadori nel 1960 e dopo mezzo secolo presenta inevitabilmente qualche segno del tempo. Inoltre, a detta di molti critici, non è riuscita a cogliere fino in fondo lo humour di Joyce. Quella di Terrinoni, che uscirà il 5 gennaio per Newton Compton, è resa in un italiano più moderno, che vuole dare la giusta importanza alla componente linguistica e culturale irlandese. Docente di letteratura inglese all’Università di Perugia, già autore di numerosi scritti su Joyce, Terrinoni ha impiegato quattro anni di lavoro a tempo pieno per ultimare l’opera.
Professor Terrinoni, cosa si prova ad affrontare la traduzione di un testo così monumentale e complesso?
In passato ho tradotto autori difficili come Spark, Burnside, Behan e altri, ma con Joyce siamo su un altro pianeta. Tradurre Ulisse prevede una conoscenza puntuale di nove decenni di critica, senza i quali sarebbe “intraducibile”. Mi hanno aiutato i tanti anni a Dublino e le ricerche per la tesi di dottorato su Ulysses, lavorando con Declan Kiberd, curatore del testo per la Penguin e allievo del biografo di Joyce, Richard Ellmann; ma sono stati fondamentali anche gli studi condotti in Italia nell’ambito della scuola joyciana di Giorgio Melchiori, ora proseguita da Franca Ruggieri. Melchiori fu uno dei consulenti di De Angelis, entrambi grandi traduttori. Il mio lavoro tenta di emanciparsi da quell’impresa pionieristica, ma non posso non riconoscere un debito nei confronti di quegli studiosi. Continua la lettura di Ulysses, una nuova traduzione italiana per il capolavoro di Joyce

Un premio dedicato a Marla

Non aveva ancora compiuto 29 anni quando la follia della guerra in Iraq se la portò via. Oggi in pochi si ricordano di lei, forse perché nessuno ha pensato, ancora, a trasformarla strumentalmente in un’icona. Eppure Marla Ann Ruzicka è stata la personificazione di un pacifismo attivo e tenace, che persegue obiettivi concreti e non si ferma di fronte a niente, anche a costo della propria vita. Lo sguardo da ragazzina e l’aria quasi svagata da studentessa fuori corso nascondevano in realtà un talento quasi straordinario nella raccolta di fondi da destinare alle vittime della mattanza irachena, e prima ancora a quella afgana. Con la sua attività di lobbying sul campo riuscì in pochi mesi, quasi da sola, a ottenere risultati che sarebbero stati impensabili anche per le Ong più blasonate. Basti pensare che proprio alla sua memoria è stato intitolato il fondo statunitense per le vittime civili del conflitto iracheno. La storia di Marla spiega alla perfezione cosa voglia dire impegnarsi per la pace nel III millennio e costituisce la risposta più efficace a chi crede che i pacifisti siano solo una banda di sognatori che vivono tra le nuvole. Il suo è stato un martirio per i diritti umani: ho voluto ricordarlo in un racconto biografico che sarà contenuto del mio prossimo libro (in uscita nel 2012, salvo imprevisti) e che è stato selezionato tra i sei vincitori del premio Firenze per le culture di pace dedicato a Tiziano Terzani, nella sezione inediti.
La premiazione si terrà domenica 4 dicembre alle 16, nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, a Firenze.
Sarà una bella giornata: siete ovviamente tutti invitati.
RM

Una figlia due volte vittima

di Mario Calabresi

Una ragazzina di 19 anni ha passato notti insonni, poi ha raccolto tutto il coraggio che aveva ed è entrata in un’aula di tribunale di Milano per testimoniare contro il padre, un boss della ’ndrangheta. Lo ha fatto per aiutare l’accusa a sostenere che è stato lui a uccidere e sciogliere nell’acido la mamma, colpevole di aver collaborato con la giustizia. C’erano volute due giornate intere per raccontare le ultime ore di vita della madre e rispondere alle mille domande degli avvocati della difesa. Pensava di aver finito, di aver fatto la sua parte, ma ieri le hanno comunicato che è stato tutto inutile: il processo verrà azzerato e si dovrà ricominciare da capo. Il presidente della Corte, Filippo Grisolia, è stato chiamato a Roma come capo di gabinetto del nuovo ministro della Giustizia e così si tornerà alla casella di partenza. Quando gliel’hanno detto, ieri pomeriggio, Denise non riusciva a crederci. Non riusciva a credere che a guidare il processo non ci fosse più quel presidente che era stato così attento a difenderla dalle domande trabocchetto, dalle mille furbizie degli avvocati, dagli eccessi di sofferenza. Quel magistrato è stato certamente scelto dal nuovo ministro perché è persona seria e scrupolosa, come ha dimostrato nella sua lunga carriera, ma il vuoto e l’angoscia restano senza risposta.
Denise Cosco aveva accettato di testimoniare contro il papà Carlo Cosco e di affrontare la paura – da oltre un anno è entrata in un programma di protezione, ha dovuto cambiare nome e vive nascosta – perché si era convinta ad avere fiducia nello Stato, perché vuole che sua madre abbia giustizia. Ora pensava solo di aspettare la sentenza per poi rifugiarsi nell’anonimato per sempre. Non sarà così: alla notizia del cambio del presidente della Corte, infatti, gli avvocati del padre e degli zii (considerati i complici dell’omicidio) si sono opposti all’idea di tenere valido tutto il lavoro fatto finora, vanificando ogni udienza tenuta. Denise presto dovrà tornare in quell’aula un’altra volta, coprirsi di nuovo la testa con il cappuccio della felpa, per cercare di proteggersi dagli sguardi del padre e degli zii, e ricominciare a raccontare.
Siamo certi su chi ha brindato ieri sera e su chi si è disperato. Ora non ci resta che sperare che il nuovo presidente trovi il modo per salvare la testimonianza di Denise, per non costringerla a rivivere tutto, a ripetere ogni particolare di quell’ultimo istante con la mamma, di quelle ore angosciose passate a cercarla per le strade del centro di Milano. Denise la cercava ma Lea era già morta e in un capannone della Brianza la stavano sciogliendo nell’acido. E non ci resta da sperare che tutto venga fatto con celerità e precisione: i termini di custodia per i presunti assassini scadono all’inizio della prossima estate. Ma questo a Denise non l’hanno detto.

(da “La Stampa” del 24 novembre 2011)

Mostar, la nuova vita del vecchio ponte

Diciotto anni fa, la mattina del 9 novembre 1993, le forze dell’esercito croato HVO distruggevano il Ponte di Mostar. Oggi la mezza luna di pietra è risorta, ma in una città diversa.
Le molte vite dello Stari Most nel ricordo del giornalista mostarino Dario Terzic

Dicono che i ponti uniscono le persone, le sponde. E noi vogliamo crederci. Spesso i ponti non sono che strade di collegamento, stazioni di passaggio. E sulla romantica e umanitaria dimensione dei ponti sono state scritte  poesie, storie, sono stati girati film. Il ponte sul fiume Kwai, il Golden Gate, il Ponte di Avignone, il Ponte di Brooklin, sono tutti ponti con una loro storia. Il Vecchio ponte di Mostar ha tante storie. Per il semplice fatto che lo Stari most ha più vite. Si sapeva già molto di questo ponte ancor prima della guerra in Bosnia Erzegovina. Venivano turisti da tutto il mondo per ammirarne la bellezza. D’estate, quando il livello del fiume Neretva è più basso, la mezza luna di pietra, come lo chiamano alcuni, “sale” fino quasi a 30 metri. Un ponte così grande e con un solo arco. Per questo la gente si meravigliava e lo ammirava.

Il Vecchio ponte eterno
La morte del Ponte vecchio nel 1993 è un avvenimento di cui hanno scritto molto i media internazionali. In piena guerra, a Mostar, durante i più pesanti scontri fra l’Armija BiH e l’HVO croato, il 9 novembre la mezza luna di pietra è crollata nella Neretva sotto i terribili colpi dell’artiglieria croata. Per mesi hanno cercato di distruggerlo. Già durante il primo scontro, quello del 1992, quando l’Armija BiH e l’HVO erano alleati nella lotta contro i serbi di Mostar (i quali, a dire il vero, erano aiutati dall’ex esercito jugoslavo) in città erano stati minati quasi tutti i grandi ponti: Lučki, Carinski, Titov. Le mine erano state posizionate anche sul Ponte vecchio, ma gli ingegneri dell’Armija erano riusciti a toglierle. Così che solo lo Stari most era riuscito a sopravvivere alla prima guerra di Mostar. Il Ponte era forte ed aveva resistito a tutte le sciagure, fino a quel fatale 9.11.1993. Noi di Mostar lo avevamo sempre considerato eterno, indistruttibile. E come non farlo? Mentre guardavamo attorno a noi come tutto fosse effimero, solo lui rimaneva sempre uguale. Stava lì dal 1566. Non è forse un’eternità?
Il Ponte è quella cosa attorno alla quale è sorta e si è sviluppata la città: generazioni di mostarini sono cresciute insieme al Ponte; ammiravano quel miracolo dell’architettura, i sogni che Neimar Hajrudin era riuscito a trasformare in realtà. I mostarini adoravano la loro città, e per loro le due cose sacre sono sempre state la Neretva e il Ponte che vi passa sopra. Ma i tempi cambiano. Nel 1992 inizia la vera guerra di Mostar. I musulmani (oggi bosgnacchi) insieme ai croati sconfiggeranno militarmente i serbi che da aprile fino a giugno di quell’anno erano riusciti a tenere la sponda est della Neretva. I serbi lasciano la città e, contemporaneamente, a Mostar arrivano i musulmani scacciati dall’Erzegovina orientale (Gacko, Nevesinje…). Già allora accade il primo grande cambiamento nella composizione della popolazione di Mostar. Il più drastico accadrà dopo il 9 maggio, cioè dopo l’inizio degli scontri fra croati e musulmani. Decine di migliaia di musulmani di Mostar lasceranno per sempre la loro città per trasferirsi nei Paesi scandinavi, in America, in Canada, in Australia. Nei loro appartamenti, nella parte della città che era sotto il controllo dell’HVO (Mostar ovest), entreranno i profughi croati della Bosnia centrale (Kakanj, Vitez), e di Konjic. Contemporaneamente, i musulmani di Stolac e i musulmani di Mostar che non sono riusciti ad andarsene via si troveranno (non per propria volontà) nella parte est della Neretva, quella sotto il controllo dell’Armija BiH. La parte est, o Rive gauche di Mostar, come la chiamavano alcuni, era la zona dimenticata di una Mostar sofferente da oltre un anno. Si è vissuto senza cibo, senza elettricità e acqua, sotto continue e intensive piogge di granate. Le granate portavano odio, e quell’odio era come se crescesse di giorno in giorno. Durante il mese di maggio del 1993 ero ancora sulla sponda destra (croata), e non potevo credere a quanto odio vi si fosse accumulato. In città erano sempre più le persone che non conoscevano Mostar. Niente li legava, né a quella città né a quel Vecchio ponte. Per loro era una semplice costruzione di pietra, anzi nemmeno semplice perché era la “loro”, turca, qualcosa che bisognava distruggere. La seconda guerra di Mostar è stata particolarmente intensa. La parte bosgnacca (musulmana) era senza armi mentre all’HVO arrivavano i rifornimenti dalla Croazia. Mostar est veniva bombardata giorno e notte. Tra i bersagli c’era anche il Ponte vecchio. Arrivavano granate dai vari punti occupati dall’HVO sulle colline di Mostar. La città è stata bombardata dalla collina Hum (dal punto in cui oggi svetta una croce alta 33 metri) e per colpire il Ponte veniva usato un punto chiamato Stotina [centinaio]. Continua la lettura di Mostar, la nuova vita del vecchio ponte