Lacrime di coccodrillo

Scusati ancora, David. La storia è destinata a ricordare l’attuale primo ministro britannico, il conservatore David Cameron, come l’uomo delle ‘scuse pubbliche’. Funziona più o meno così: prendi un’atrocità commessa nel recente passato da quello stato che adesso rappresenti, fai credere che ti stai prodigando per la verità e la giustizia, infine indossa il tuo miglior sguardo contrito per pronunciare sterili mea culpa di fronte a quel ‘simbolo di democrazia’ che è la Camera dei Comuni. Seguirà plauso (quasi) unanime nei tuoi confronti, che ti consentirà di essere annoverato a costo zero tra gli statisti del XXI secolo. Due anni fa il giovane David aveva definito ‘ingiustificata e ingiustificabile’ la carneficina compiuta nel 1972 dai paracadutisti di Sua Maestà nella cittadina di Derry. Ieri ha concesso il bis, definendo ‘scioccante’ la collusione di stato che portò al brutale assassinio dell’avvocato Pat Finucane, freddato in casa sua nel 1989 da un gruppo di sicari unionisti in combutta con Londra. E fornendo ovviamente nuove scuse, con grande contrizione. In entrambi i casi Cameron ha ovviamente sorvolato sulle responsabilità politiche e personali, che dovrebbero comprensibilmente portare a processi, condanne, ecc. Neanche a parlarne: la nuova frontiera della giustizia democratica britannica prevede che se manifesti in piazza o cerchi di difendere i carcerati nelle aule di tribunale ti possono ammazzare come un cane, poi basta che i tuoi parenti attendano 20 o 30 anni e arrivano le scuse pubbliche dello statista di turno. Facile no?

La triste verità è che il rapporto De Silva sull’omicidio di Pat Finucane reso pubblico ieri non è che l’ultimo artificio escogitato dal governo britannico per non ammettere mai fino in fondo la tragica e incontestabile verità su quel barbaro omicidio. Ovvero che la morte del giovane avvocato di Belfast fu sanzionata e favorita ai più alti livelli dello stato britannico. La sua famiglia, a partire dall’indistruttibile moglie Geraldine, combatte da quasi un quarto di secolo per ottenere quella giustizia che forse non otterrà mai. In compenso si sono levate voci vergognose, come quella della storica Ruth Dudley Edwards. La Fallaci de’ noantri non ha trovato niente di meglio da fare che insultare la memoria di Pat e della sua famiglia dalle colonne del Belfast Telegraph, sostenendo in buona sostanza che Finucane se l’è andata a cercare, e che se voleva evitare di finire ammazzato in casa sua, davanti ai suoi familiari, non doveva prendere le difese di quei ‘terroristi’ dell’I.R.A.. ‘Terroristi’ come Bobby Sands, per esempio.
RM

I miei compagni gettati in mare dall’aereo e lo sguardo dei loro aguzzini 30 anni dopo

Si è aperto in Argentina il maxi processo sui crimini della giunta militare di Videla

(di Marco Bechis)

Jorge Rafael Videla, capo della giunta militare argentina dal 1976 al 1981 ha compiuto 87 anni. Sconta l’ergastolo in carcere, niente domiciliari. La sua vita si consuma dietro le sbarre, un letto singolo, il crocifisso al muro. Qualche mese fa ha confessato ad un giornalista off the record di essere il responsabile dell’uccisione di almeno 7.000 oppositori, ha riconosciuto il furto di molti neonati strappati alle madri dopo il parto, ed ha accusato la classe imprenditoriale di averlo incitato al massacro. «Abbiamo preso la decisione di farli scomparire per non provocare proteste dentro e fuori dal Paese. Ogni scomparsa può essere intesa come un mascheramento, la dissimulazione di una morte». Ma non dice altro. Nessun ex militare ha dato informazioni concrete: luoghi di sepoltura, liste di vittime e di neonati oramai trentenni che le Nonne di Plaza de Mayo stanno ancora cercando. Dopo 35 anni la violenza di quel silenzio si è fatta assordante. Ma Videla è in carcere mentre Pinochet morì nel letto di casa sua. Il fenomeno argentino dei processi e delle condanne per i crimini della dittatura è unico in Sudamerica. Continua la lettura di I miei compagni gettati in mare dall’aereo e lo sguardo dei loro aguzzini 30 anni dopo

È come Guernica. L’Europa non stia a guardare

di André Glucksmann

Abbiamo ancora negli occhi la bambina colpita nella strage del mercato a Sarajevo, e adesso ci sconvolgono le immagini dei ragazzini uccisi in Siria. Sono i metodi inaugurati dalla Seconda guerra mondiale, preceduta dalla prova generale di Guernica, dove l’aviazione hitleriana — su richiesta di Franco — bombardò una cittadina basca che non era certo popolata da soldati. Il massacro dei bambini siriani è tipico delle tecniche di guerra inaugurate dal nazismo: il miglior bersaglio sono i civili. La differenza è che all’epoca gli europei erano rimasti muti, tranne Picasso e pochi altri. Quello che trovo scandaloso è che siamo in grado di indignarci per la Guernica di oggi, tutti pensiamo che sia un crimine e tutti abbiamo visto la tela esposta a Madrid e ci siamo commossi, ma quando si verificano ancora, nella realtà, degli attacchi nello stile di Guernica, quando i soldati siriani uccidono degli innocenti e massacrano la loro stessa popolazione, di nuovo l’Europa chiude gli occhi.
Dico «di nuovo» perché non è certo la prima volta che accade, dopo Guernica. Durante la guerra in Cecenia l’esercito russo ha ucciso più o meno un ceceno su cinque, per un totale di 200 mila persone e 40 mila bambini secondo alcune stime. Ma la passività dell’Europa — e a questo livello la passività equivale a complicità — era ed è impressionante. I russi in Cecenia hanno cercato di compiere il loro sterminio segretamente, e tutto sommato ci sono riusciti. Dalla Siria invece arrivano maggiori informazioni, anche perché l’obiettivo di Bashar Assad è il terrore, e il terrore ha bisogno di pubblicità. È propaganda fatta con il sangue, è la reazione alla Primavera araba. Si uccidono bambini con intento dimostrativo, per dire agli altri dittatori ancora in piedi che Mubarak e Gheddafi non sono stati abbastanza assassini, altrimenti oggi starebbero tranquilli sui loro troni. Questo chiama in causa direttamente il presidente russo Vladimir Putin: Russia e Cina hanno visto di cattivo occhio la Primavera araba perché temevano il contagio ai loro stessi regimi autoritari; Putin ne ha avuto la prova con le dimostrazioni pacifiche di migliaia di persone a Mosca e a San Pietroburgo. Questi regimi sono i padrini di Bashar Assad e lo incitano, gli dicono «forza, forza, uccidi, perché ci fa comodo, perché così dimostri ai cittadini russi e cinesi che non possono certo permettersi a Mosca o a Pechino di chiedere la libertà come nella Primavera araba». Il terrore è pubblico perché serve non solo al governo siriano ma anche a quelli russo e cinese, ed è per questo che all’Onu tutti i due sono d’accordo per bloccare ogni sforzo che punta a fermare la strage della popolazione civile. Ma non basta. La Russia arma la Siria, non è un segreto, la Russia è parte in causa nel bombardamento dei civili siriani, e il silenzio dell’Europa significa due cose: una relativa indifferenza, e una grande paura della Russia. Continua la lettura di È come Guernica. L’Europa non stia a guardare

Quando i serbi sparavano sui serbi. Vukovar e l’imbroglio etnico

di Matteo Zola

Quello di Vukovar non fu un assedio, fu un sacrificio rituale, un urbicidio. Fu il trionfo dell’inganno, il giro di valzer del gran ballo in maschera dove demoni e lupi danzavano sulle macerie della Jugoslavia. La storia ci racconta che Vukovar, città che in quel 1991 di guerra era al 44% croata e al 37% serba (il resto si divideva in sedici nazionalità minori, tra cui la tedesca, la magiara e l’italiana), fu assediata dalle truppe dell’Armata Popolare (l’esercito jugoslavo, nda) che presto lasciò il campo ai paramilitari serbi di Arkan e Seselj, le famigerate Tigri e Aquile bianche. L’esito fu un eccidio e un esodo dei croati dalla “loro” città mentre, il 17 novembre 1991, i serbi entravano tra le macerie di Vukovar.

Poi, all’alba del 4 agosto 1995, la città veniva “riconquistata” dai croati che, a loro volta, si abbandoneranno alla pulizia etnica nei confronti della popolazione serba. Una doppia pulizia etnica che ha, di fatto, consacrato la chiave di lettura “razziale” del conflitto jugoslavo. Certo i crimini ci sono stati, ambo le parti, ma la chiave di lettura etnica convince poco. Vediamo perché.

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