“Così in Irlanda emerge una Nuova IRA”

Avvenire, 4 settembre 2019

Secondo molti analisti una nuova stagione di tensioni in Irlanda del Nord potrebbe essere uno dei possibili effetti collaterali della Brexit. Tutta colpa dell’“Irish Border”, la frontiera artificiale tra le due Irlande che fu cancellata alcuni anni fa, in seguito all’attuazione del processo di pace. Un tempo controllato dai checkpoint militari, quel confine è svanito a poco a poco fino a diventare impalpabile, e si può oggi attraversare decine di volte quasi senza rendersene conto. Ma il suo eventuale ripristino potrebbe fornire un pretesto a quei gruppi dissidenti che contestano da sempre gli esiti del processo di pace. E riaccendere una crisi sopita da tempo. Ad alimentare quest’idea ci sono i recenti fatti di cronaca avvenuti nella cittadina nordirlandese di Derry, in particolare i gravi scontri dell’aprile scorso culminati con l’assassinio della giovane giornalista Lyra McKee. La responsabilità dell’omicidio è ricaduta fin da subito sulla cosiddetta “New IRA”, la sigla più significativa e letale tra i repubblicani dissidenti. Un’organizzazione armata nata nel 2012 dalla fusione tra vari gruppi, che ha il suo braccio politico nel piccolo partito Saoradh (termine gaelico per “liberazione”). Proprio come la vecchia IRA, che ebbe un alter ego politico nel Sinn Féin, ai tempi del conflitto. “Il sostegno di cui dispongono Saoradh e New IRA all’interno della comunità cattolico-nazionalista dell’Irlanda del Nord è minimo. Tuttavia la Brexit rappresenta per loro un’opportunità e se certi scenari dovessero materializzarsi, le contee di confine potrebbero diventare l’obiettivo di un’escalation delle attività armate”. A sostenerlo è Marisa McGlinchey della Coventry University, divenuta una delle voci più autorevoli sull’argomento dopo aver dato alle stampe Unfinished Business: The Politics of ‘Dissident’ Irish Republicanism (Manchester University Press), un libro che raccoglie novanta interviste all’interno della galassia dei contrari all’Accordo di pace del 1998. Un’inchiesta durata sette anni, durante i quali la studiosa ha raccolto anche molte voci all’interno del carcere di massima sicurezza di Maghaberry. “Quella dei dissidenti repubblicani è una realtà composta da molte sfaccettature. Il loro obiettivo è la riunificazione dell’Irlanda e la completa indipendenza dalla Gran Bretagna ma la strategia della lotta armata non è condivisa da tutti. Alcuni continuano a rifiutare la violenza”.
Qual è l’obiettivo preciso della New IRA? Credono davvero di poterlo raggiungere in un contesto come quello dell’Irlanda moderna?
Innanzitutto rifiutano persino di essere chiamati ‘New IRA’. Si definiscono semplicemente IRA e sostengono di essere i continuatori della lunga lotta repubblicana per l’unità del paese. È un’organizzazione rivoluzionaria repubblicana di estrema sinistra anti-imperialista che vorrebbe riunire tutto il territorio dell’isola sotto una repubblica socialista indipendente. I comunicati della New IRA o di Saoradh, oggi, veicolano di fatto gli stessi messaggi divulgati dall’IRA e dal Sinn Féin negli anni ‘70 e ‘80. I volontari della New IRA sanno perfettamente che non stanno facendo passi avanti significativi verso un’Irlanda unita. Ma mirano ugualmente “a tenere la fiamma accesa” nella speranza che la campagna possa riprendere in futuro e intendono ostacolare il processo di ‘normalizzazione’ in corso nel paese. Molti rifiutano anche di essere definiti dissidenti perché sostengono che le loro posizioni politiche sono le stesse di sempre. A essere cambiate, affermano, sono piuttosto le idee e le strategie del Sinn Féin da quando è entrato a pieno titolo nell’arco istituzionale.
Qual è l’età media degli attivisti? E quale motivazione li spinge a entrare nella lotta armata ai giorni nostri?
È difficile affermarlo con precisione poiché l’operazione agisce ovviamente sotto copertura. Alcuni suoi membri sono ex esponenti dell’IRA, altri sono invece giovani che al tempo del conflitto erano bambini, o magari non erano ancora nati. Coloro che entrano al suo interno credono nel principio del diritto alla lotta armata per raggiungere l’indipendenza. I dati della polizia negli ultimi dieci anni mostrano un livello basso ma costante dell’attività armata, in particolare in zone come Derry, Strabane, North Armagh e in alcune zone di Belfast.
Qual è oggi la loro potenza di fuoco?
Al momenti dispongono di almeno una cinquantina di membri attivi. Non si sa con precisione quale sia l’arsenale nelle loro mani ma, sempre stando ai dati della polizia, negli ultimi dieci anni si può notare che dispongono di una notevole quantità di armi da fuoco, di munizioni e di esplosivi.
Qual è la cosa che l’ha colpita di più nel corso delle sue ricerche?
Una frase pronunciata da Kevin Hannaway, cugino di Gerry Adams. Mi ha detto che l’attuale leadership del Sinn Féin, se davvero voleva creare una repubblica irlandese, ha fallito. Se invece voleva ottenere i diritti civili li ha ottenuti nel 1973. Allora – si è chiesto – a cosa diavolo sono serviti trent’anni di guerra? Mi ha colpito molto anche il solco che esiste ormai tra vecchi compagni di lotta, persino all’interno delle stesse famiglie.
Che tipo di sostegno hanno da parte della popolazione in Irlanda del Nord?
Saoradh è un partito che non si presenta alle elezioni perché ritiene che prendervi parte sia un modo per legittimare le istituzioni del Nord Irlanda. È dunque difficile calcolare con precisione il sostegno popolare nei loro confronti. Secondo una ricerca condotta dall’Università di Liverpool nel 2010 appena il 14% dei cattolici-nazionalisti affermano di essere solidali con le ragioni che stanno dietro la violenza dei dissidenti. Sinn Féin continua ad avere dalla sua parte la maggioranza della comunità nazionalista dell’Irlanda del Nord e il sostegno per gruppi come la New IRA è minimo. E anche all’interno della galassia dei dissidenti repubblicani ci sono alcuni che non appoggiano le campagne della New IRA.
I repubblicani dissidenti fanno proseliti anche nella Repubblica d’Irlanda?
Sì, le organizzazioni dissidenti abbracciano l’intera isola e per loro stessa natura sono presenti e attive in tutta l’Irlanda.
Crede che questo sostegno sia calato ulteriormente dopo l’omicidio di Lyra McKee?
Dopo la morte di Lyra i commentatori hanno ipotizzato che un repubblicano dissidente come Gary Donnelly non sarebbe stato rieletto al consiglio comunale di Derry. Invece non solo è stato rieletto ma è risultato anche campione di preferenze. Certo, l’omicidio di Lyra ha suscitato una profonda avversione nei confronti della New IRA e lo stesso Donnelly ha condannato l’omicidio. Non penso che il sostegno per Saoradh sia calato sensibilmente dopo l’omicidio di McKee ma credo che all’interno della stessa base del movimento la sua morte abbia suscitato molte critiche sul ricorso alle azioni armate.
RM

Vasilij Grossman ritorna a Stalingrado

Avvenire, 27 agosto 2019

Solo la morte di Stalin, nel 1953, salvò Vasilij Grossman dall’arresto e dalla deportazione. Lo scrittore russo era stato uno dei più grandi cronisti della Seconda guerra mondiale, aveva assistito all’assedio di Stalingrado e alla controffensiva sovietica che ribaltò le sorti del conflitto. Ma alla fine degli anni ‘40 era ormai annoverato a tutti gli effetti tra i dissidenti. La sua fama di eroe di guerra era riuscita a salvargli la vita ma non a evitargli di cadere in disgrazia. Secondo i censori sovietici il suo capolavoro Vita e destino era un testo assai più pericoloso del Dottor Živago di Boris Pasternak, che pure era già diventato un best seller negli Stati Uniti e in Europa. L’austero Mikhail Suslov, responsabile dei mezzi informativi del Pcus, gli disse che sarebbero dovuti passare almeno trecento anni per vedere pubblicato il suo libro. “Non importa ciò che è vero o ciò che è falso – gli spiegò – uno scrittore sovietico deve scrivere solo ciò che è necessario per la società”. Il racconto dell’incontro tra Suslov e Grossman è uno dei passaggi centrali della biografia del grande scrittore russo firmata dalla giornalista Alexandra Popoff, Vasily Grossman and the Soviet Century. Era il 1960 e di lì a poco gli agenti del Kgb avrebbero fatto irruzione dell’abitazione di Grossman per confiscargli il manoscritto, gli appunti, le bozze e persino la macchina da scrivere. Il regime decise di non incarcerarlo: si limitò a condannarlo all’oblio, e a non veder mai pubblicato quello che oggi è ritenuto uno dei capolavori della letteratura del XX secolo. Grossman finì i suoi giorni nella povertà e nella solitudine, morendo di cancro nel 1964. Ma fortunatamente una copia del manoscritto di Vita e destino fu recuperata, microfilmata e fatta uscire illegalmente dai confini sovietici con l’intercessione del fisico dissidente Andrej Sacharov. L’opera venne pubblicata per la prima volta da una casa editrice svizzera nel 1980 e l’edizione inglese fece finalmente conoscere al grande pubblico quel grandioso affresco storico dell’era staliniana, che venne definito il “Guerra e pace del XX secolo”. Continua la lettura di Vasilij Grossman ritorna a Stalingrado

L’America? Chiamatela Schiavocrazia

Una maxi-inchiesta del New York Times riscrive la storia Usa partendo dal vero evento fondativo: la servitù coatta degli africani
di Enrico Deaglio

L’atto d’accusa è senza precedenti: «Cittadini americani, tutto quello che vi hanno sempre detto sulla purezza della nostra democrazia, sulle nostre libertà superiori a quelle di qualsiasi altro, sulla eticità del nostro capitalismo e della nostra Costituzione… è semplicemente falso, disonesto ed ipocrita. Le cose non andarono così: noi non siamo figli di una lotta di indipendenza, ma di una “schiavocrazia”, che ancora adesso plasma la nostra vita sociale ». Queste parole non sono scritte su un volantino di un centro sociale, su un sito di assatanati marginali o su una pubblicazione di un accademico eccentrico, ma sono stampate in grandi caratteri sul New York Times, il più importante giornale del mondo, in un “evento” destinato a segnare, se non altro, una svolta nel giornalismo.
Si tratta di The 1619 Project , un’”inchiesta- bomba” pubblicata con super tiratura sul magazine del quotidiano, che rivisita la storia americana a partire dal quattrocentesimo anniversario di una data mai veramente ricordata. Nell’anno 1619, davanti alle coste della Virginia, una nave pirata inglese assalì un vascello portoghese, cercando oro e dobloni. Trovò invece nella stiva «20 o più» africani, che erano stati rapiti in un territorio che oggi è l’Angola. Non sapendo che farsene, i pirati inglesi li barattarono per provviste, con uno sparuto gruppo di settlers inglesi. L’arrivo di quel gruppo di africani segnò l’inizio della schiavitù americana, che avrebbe portato in quel continente 12,5 milioni di loro fratelli, in catene, in viaggi attraverso l’oceano Atlantico che causarono la morte di altre due milioni di persone, nella «più grande migrazione forzata della storia fino alla Seconda guerra mondiale».
Era appunto il 1619, i Padri Pellegrini sarebbero arrivati solo l’anno dopo — quindi non sono loro i “founding fathers”; e solo 157 anni dopo i coloni inglesi decisero che erano stufi dell’Inghilterra che gli faceva pagare troppe tasse e produssero quel gioiello per le sorti dell’umanità («tutti gli uomini sono uguali»… «il diritto alla felicità») che è la Dichiarazione d’Indipendenza, ma si dimenticarono — anzi non li nominarono proprio — gli schiavi africani, che costituivano già allora un quinto della popolazione. Neanche la Costituzione fa cenno a loro, ma piuttosto si dilunga su tutti i sistemi con cui il governo si impegna a garantire agli schiavisti la loro “proprietà”, compreso l’uso gratuito dell’esercito e della polizia in caso di ribellioni o fughe. Solo nel 1870, dopo la guerra civile dai 600 mila morti e la liberazione di quattro milioni di schiavi, il Congresso approvò il diritto di voto per i neri, ma solo nel 1965, dopo anni di lotte civili, il presidente Johnson ottenne che quel diritto potesse essere esercitato. E ancora oggi è ostacolato.
L’impianto del 1619 Project è una sorta di candida rivoluzione copernicana: è bastato riguardare la storia mettendo al centro un “fenomeno” di cui si faceva fatica a parlare, e fargli ruotare il mondo intorno, per cambiare il significato degli eventi. E dunque, se si ammette che la forza lavoro schiava è stata determinante per la realizzazione dei grandi miti americani, dalla costruzione delle città, al disboscamento delle foreste e soprattutto alle enormi produzioni di zucchero e cotone (la potenza economica americana nell’Ottocento costruita con il lavoro forzato), si potrà osservare che da questa generazione di ricchezza a basso costo concentrata al Sud sono nate, al Nord, sia la rivoluzione industriale, sia il sistema bancario, sia la globalizzazione dell’epoca.
Dei primi 12 presidenti americani, 10 erano proprietari di schiavi; all’inizio dell’Ottocento, l’uomo più ricco d’America era un broker di schiavi del Rhode Island; la Wall Street di New York si chiama così per il Muro, davanti al quale si svolgevano le compravendite degli schiavi.
La guerra civile nel 1865 sancì la fine ufficiale della schiavitù, ma l’America fece molta difficoltà ad ammettere che quei quattro milioni di persone erano stati i protagonisti della nascita di una nazione. Lo stesso presidente Lincoln, il campione dell’abolizionismo e il vincitore della guerra, convocò alla Casa Bianca — ed era la prima volta che uomini neri varcavano la soglia di quell’edificio che i loro genitori o nonni avevano costruito come schiavi — un gruppo di afroamericani “prominenti” e spiegò loro che era meglio che le due razze si separassero; e li informò che aveva dato ordine al Congresso di trovare i soldi necessari per trasferire tutti in Africa.
Il progetto non andò in porto, anche perché Lincoln venne ucciso, ma quello che è certo — secondo The 1619 Project — è che tutte le successive conquiste della democrazia americana, sono avvenute non grazie ai bianchi, ma nonostante i bianchi, e solo perché i neri d’America sono stati più patriottici di tutti i loro concittadini, aprendo la strada alle conquiste di tutti gli altri.
È una ricostruzione romanticizzata della storia americana? Non proprio, anche se il 1619 Project arriva ad un pubblico di massa dopo una serie di successi letterari sullo stesso tema; si lega piuttosto a un movimento politico — che ha una certa consistenza, specie in un anno di elezioni presidenziali — e che chiede, per i neri d’America, una “compensazione” concreta e tangibile, per le ingiustizie subite da sempre.
Tutto il “progetto” — passato al vaglio dei più importanti storici, e che si avvale dei contributi di poeti, giornalisti, musicisti in una ricostruzione radicale e maestosa della storia americana — è stato coordinato da Nikole Hannah-Jones, giornalista del Times , 43enne nata a Greenwood, Mississipi dove suo padre era bracciante agricolo. La città è nota per essere stata una delle capitali del cotone, ma anche dei linciaggi e del razzismo. Presentando il suo lavoro, Hannah-Jones scrive: «I neri hanno visto il peggio dell’America, ma nonostante tutto credono ancora nel suo meglio. Una volta ci dissero che proprio perché eravamo stati schiavi, non avremmo mai potuto essere americani. Ma fu proprio in virtù della nostra schiavitù, che siamo diventati i più americani di tutti».
Allibita e furiosa per questa pubblicazione, tutta la destra americana, presidente in testa. Finora cauti i candidati democratici. Ma un successo democratico Nikole Hannah- Jones l’ha già ottenuto: ha conquistato il New York Times.
(Da “Repubblica”, 24 agosto 2019)

Belfast, 50 anni fa iniziava il conflitto

Avvenire, 14 agosto 2019

“Personalmente non vedo proprio come Londra possa abbandonare l’UE senza far crollare l’accordo di pace in Irlanda del Nord. Temo che la fragile architettura istituzionale costruita nel 1998 non regga l’urto della Brexit. Dobbiamo restare uniti per evitare il peggio”. Eamonn McCann è lo storico leader del movimento per i diritti civili dell’Irlanda del Nord. Fu lui, cinquant’anni fa, a guidare le proteste pacifiche che vennero soffocate nel sangue dalla polizia e dall’esercito britannico, agli albori del conflitto. Oggi ha 76 anni e vive ancora a Derry, dove continua a svolgere attività politica. “Ricordo come se fosse ieri quando nell’agosto del 1969 vedemmo arrivare i soldati britannici nel ghetto cattolico di Bogside. Quel giorno oltrepassai il filo spinato delle barricate e chiesi loro cosa avevano intenzione di fare. Mi risposero letteralmente che non lo sapevano. Erano del tutto spaesati e non avevano idea di cosa stesse accadendo nel nostro paese”. Originario di una famiglia profondamente cattolica, McCann era già all’epoca uno dei leader carismatici del movimento. Poco più di due anni più tardi sarebbe stato tra gli organizzatori della marcia del 30 gennaio 1972, passata tristemente alla storia come Bloody Sunday (la “domenica di sangue”, in cui 14 civili furono uccisi dai soldati). “Le proteste contro le gravi discriminazioni subite dalla nostra gente scoppiarono a Derry in quegli anni”, spiega. All’inizio la popolazione si illuse che l’esercito britannico fosse arrivato in Irlanda per ristabilire la pace ma ben presto dovette ricredersi. “Facevo politica già da tempo, avevo preso parte alle mobilitazioni contro la guerra del Vietnam, e sapevo che i soldati non erano venuti a ristabilire la pace e l’ordine come diceva il governo di Londra, ma solo per prendere le parti dei protestanti. Bastarono poche settimane perché la gente capisse quali erano le loro reali intenzioni”. A mezzo secolo di distanza da quei giorni, l’anziano leader sostiene che il movimento per i diritti civili riuscì a far abolire il voto per censo e a porre fine alle gravi discriminazioni sul lavoro e nell’assegnazione degli alloggi. “Non siamo stati capaci di creare un’alternativa alla violenza ma l’emancipazione dei cattolici irlandesi arrivò grazie a noi, non per concessione del parlamento di Stormont, né in seguito alla lotta armata dell’IRA”. Oggi che la Brexit ha fatto riemergere i fantasmi del più lungo conflitto della storia europea recente non può però non dirsi preoccupato. “La posizione di Londra nei confronti dell’Irlanda è semplicemente priva di senso. L’accordo di pace è molto fragile e basta poco per farlo crollare”. “Boris Johnson ha detto che il confine rimarrà invisibile anche dopo la Brexit e ha escluso che possano tornare i controlli di sicurezza tra il nord e il sud dell’Irlanda. Ma se saranno davvero istituite due giurisdizioni sarà inevitabile ripristinare anche una frontiera fisica tra le due parti dell’isola”. “Al momento però”, conclude McCann, “credo che nessuno, neppure il governo britannico, possa sapere con precisione quello che accadrà tra un mese o tra una settimana”.

L’Irlanda del Nord precipitò all’inferno nell’estate di 50 anni fa. L’arrivo dell’esercito britannico, il 14 agosto 1969, innescò una drammatica escalation di violenza che segnò l’inizio del conflitto. Due anni prima, nei ghetti cattolico-nazionalisti di Derry e Belfast, era nato il movimento per i diritti civili, che reclamava giustizia e democrazia ispirandosi alle lotte pacifiche dei neri statunitensi. Chiedeva il diritto di voto, il diritto alla casa, l’abolizione delle discriminazioni sul lavoro e delle leggi repressive che colpivano da sempre la minoranza cattolica. Le marce e le manifestazioni del movimento venivano regolarmente attaccate dagli unionisti protestanti appoggiati dalle forze di polizia. Nell’agosto 1969 scoppiarono violenti pogrom a Belfast: centinaia di case vennero date alle fiamme, le famiglie cattoliche furono cacciate dai loro quartieri. Ma gli scontri peggiori si verificarono a Derry, con due giorni di guerriglia urbana nel ghetto cattolico di Bogside. Londra decise di inviare l’esercito nel tentativo di ristabilire l’ordine e dette il via a un’operazione militare destinata a durata oltre trent’anni. Il tragico bilancio di quell’estate di 50 anni fa fu di otto morti (tra cui il piccolo Patrick Rooney, di appena 9 anni, ucciso dalla polizia in casa sua), un migliaio di feriti e 30mila profughi. Quelle violenze trasformarono una protesta pacifica in un’insurrezione armata, convincendo molti giovani ad aderire all’IRA, l’esercito separatista clandestino. Il conflitto sarebbe terminato tre decenni più tardi, con l’accordo di pace firmato a Belfast il 10 aprile 1998.

RM

Affonda la H&W, a Belfast si chiude un’era

Avvenire, 9 agosto 2019

Chissà se stanno per andarsene anche loro, Sansone e Golia, le due gigantesche gru gialle che svettano nel cielo di Belfast. Forse la chiusura definitiva degli storici cantieri navali Harland & Wolff cambierà per sempre anche il panorama della città, oltre al futuro del paese. È più che lecito domandarselo, adesso che l’industria-simbolo dell’Irlanda del Nord sta per esalare l’ultimo respiro, soffocata da una crisi che affonda le sue radici nella seconda metà del Novecento. Gli ultimi residui di quell’eccellenza dell’ingegneria navale europea sono andati in amministrazione controllata dopo 158 anni di onorata attività, schiacciati dalla concorrenza dei colossi asiatici. Nel giugno scorso i norvegesi di Dolphin Drilling, da trent’anni proprietari dell’azienda, hanno presentato istanza di fallimento e messo in vendita i cantieri navali di Belfast ma da allora nessun possibile compratore si è fatto avanti. In questi giorni sono state recapitate le lettere di licenziamento ai 130 lavoratori rimasti, che adesso stanno occupando gli stabilimenti in una forma di protesta disperata. Erano più di 35mila nel periodo tra le due guerre mondiali e negli anni ‘70 la forza-lavoro superava ancora le 10mila unità. Fondata nel 1861 dall’imprenditore inglese Edward Harland e dal suo socio tedesco Gustav Wolff, la Harland & Wolff divenne in breve tempo il più grande produttore di transatlantici del mondo e l’orgoglio industriale dell’impero britannico. Nel 1936 entrò anche nel settore aeronautico ed ebbe un ruolo fondamentale nell’industria bellica: durante la Seconda guerra mondiale costruì sei portaerei, due incrociatori, oltre un centinaio di navi e ne riparò più di 20mila. Prima di subire gravi danni in seguito ai pesanti bombardamenti dell’aviazione del Terzo Reich produsse anche aerei, carri armati e pezzi d’artiglieria. La storia dell’azienda è stata anche fortemente segnata dal settarismo e dalle discriminazioni contro la minoranza cattolica dell’Irlanda del Nord. I cantieri navali di Belfast sono da sempre una roccaforte del lealismo protestante e dalla fine del XIX secolo i pochi cattolici che vi hanno lavorato sono stati vittime di intimidazioni, violenze ed espulsioni di massa.
La Harland & Wolff sembrava un’azienda inaffondabile come il Titanic, che uscì da questi cantieri nel 1912 per affrontare il suo primo e unico viaggio nell’Oceano. Il declino dell’industria cantieristica britannica iniziò negli anni ‘50, in seguito alla minore richiesta di navi passeggeri e della crescente concorrenza giapponese. Negli anni ‘70 le gravi difficoltà del settore spinsero il governo di Londra a nazionalizzare l’azienda, che nel 1989 venne infine ceduta a una cordata guidata dal magnate della cantieristica norvegese Fred Olsen. Il numero dei dipendenti era già sceso a tremila. Negli ultimi anni, con il settore delle imprese di costruzione navale ormai quasi completamente in mano a Cina, Corea del Sud e Giappone, l’ex gigante britannico è stato costretto a convertire le proprie attività, dedicandosi esclusivamente alla riparazione di navi e piattaforme petrolifere, e alla costruzione di turbine eoliche offshore. L’ultimo bilancio presentato da Harland & Wolff risale al 2016: riporta una perdita di quasi sei milioni di sterline e un fatturato crollato ad appena otto milioni, dai sessantasette dichiarati nel 2015. Adesso la BDO, una delle più importanti società di revisione contabile della Gran Bretagna, è stata incaricata dall’Alta Corte di Belfast di svolgere la procedura di amministrazione controllata per cercare di evitare un crac definitivo che appare sempre più vicino. Il crepuscolo della Harland & Wolff arriva peraltro in un momento in cui tutta l’economia del Nord Irlanda – che ha già perso gran parte del suo vasto settore manifatturiero – si trova a dover affrontare le imminenti conseguenze della Brexit. Ecco perché la completa rinazionalizzazione dei cantieri navali chiesta a gran voce dai sindacati appare molto più che un’utopia. Ad aggravare ulteriormente la situazione c’è inoltre il fatto che da oltre due anni e mezzo l’Irlanda del Nord è priva di un governo. I lavoratori, chiusi da giorni all’interno del cantiere, sono decisi a continuare la protesta a oltranza. Ma nella sua prima visita in Irlanda del Nord da capo del governo Boris Johnson non ha neanche voluto incontrarli, sostenendo che la crisi della Harland & Wolff “è soltanto una questione commerciale”.
RM