Viaggio nel cuore del dramma basco

Avvenire, 10.11.2017

Trent’anni di vita e di lotta nei Paesi baschi raccontati attraverso un grandioso affresco polifonico. Due saghe familiari che si intrecciano con continui salti cronologici descrivendo i silenzi, le paure, le invidie, i ricatti. E l’omertà. Al centro della narrazione, costruita con un sapiente montaggio a brevi capitoli, un omicidio che spacca in due la trama e stravolge le vite di tutti i personaggi, diventando il pretesto per scandagliare l’anima più profonda del separatismo armato che ha insanguinato il paese per decenni. Romanzo ambizioso già nelle dimensioni (oltre seicento pagine), Patria, ultimo lavoro dello scrittore basco Fernando Aramburu è diventato in poco tempo un vero caso letterario in Spagna, aggiudicandosi premi prestigiosi e spingendo alcuni critici a definirlo nientemeno che il Guerra e pace iberico. Ad appena un anno dalla sua uscita in lingua originale conta già venti ristampe, quasi mezzo milione di copie vendute e una dozzina di traduzioni tra cui quella italiana di Bruno Arpaia, da poco uscita per Guanda. Un paese immaginario dell’entroterra di San Sebastián è il teatro delle vicende di due famiglie basche legate da un’antica amicizia che implode a causa della violenza quotidiana tra l’Eta e lo stato spagnolo. Ci sono due matriarche dure e inflessibili come la pietra, Miren e Bittori, e due mariti, il Txato e Joxian, amici per la pelle ed entrambi vittime, a modo loro, dell’indipendentismo. E poi cinque ragazzi che crescono insieme, compagni di gioco e di studi, finché la morsa del fanatismo non si stringe sulle loro vite distruggendo i legami che li univano. Prima le intimidazioni, le minacce e le scritte sui muri che prendono di mira il Txato, colpevole di rifiutarsi di pagare il pizzo all’Eta, poi l’ostracismo del paese nei confronti dei suoi familiari, infine il fatale attentato sul quale si allunga l’ombra di uno dei figli di Joxian, nel frattempo diventato un etarra, un irriducibile del gruppo armato separatista. Bittori, la vedova distrutta dal dolore, non riceve solidarietà ma soltanto indifferenza e disprezzo, mentre il paese celebra gli assassini come eroi della causa. È costretta ad andarsene, come se dovesse vergognarsi del suo lutto, ma non smetterà mai di lottare per conoscere la verità sulla morte del marito. Sullo sfondo di un orizzonte grigio e piovoso, fatto di ideali apparentemente incrollabili, di frustrazioni e rancori, ruota un caleidoscopio di episodi che solcano la vita dei personaggi, i rapporti tra fratelli e coniugi, i matrimoni e i divorzi, la malattia e la disabilità.
Nessun romanzo aveva raccontato prima d’ora il dramma dell’Eta con tale profondità e lucidità, analizzando la coscienza delle vittime e dei carnefici e rispecchiando la società basca di quegli anni. Fernando Aramburu, già autore di altri romanzi (alcuni tradotti in italiano da La Nuova Frontiera), conosce bene quel mondo perché è nato e cresciuto a San Sebastián, e in gioventù faceva parte di un gruppo di artisti che cercava di ridicolizzare l’Eta usando l’umorismo e la poesia. Da anni vive in Germania e forse proprio per questo è riuscito ad analizzarlo con la giusta distanza, affrontando con coraggio un tema delicato e controverso. Patria non avrebbe potuto essere concepito prima del 2011 e della definitiva rinuncia alla lotta armata da parte dell’Eta. Soltanto da quel momento in poi è stato infatti possibile chiudere il cerchio della memoria e aprire la strada al ripensamento e al perdono, come accade in carcere a uno dei protagonisti: “a poco a poco avevano smesso di risuonare slogan, argomenti, tutti quei rottami verbali/sentimentali con i quali per lunghi anni aveva oscurato la propria verità intima. E qual era questa verità? Che aveva fatto del male e aveva ucciso. Per cosa? E la risposta lo riempiva di amarezza: per niente”.
RM

Elio, non partigiano ma resistente

Avvenire, 4.11.2017

“Elio non era andato alla guerra ma ora la guerra lo aveva raggiunto, rompendo prepotentemente il silenzio e la pace della sua campagna”. È la primavera del 1944, quando la Storia impone a Elio Bartolozzi, contadino toscano di appena vent’anni, una scelta destinata a cambiare per sempre la sua vita, rendendolo protagonista di un’esemplare vicenda di resistenza civile e deportazione rimossa dalla memorialistica ufficiale del Dopoguerra. Il suo eroismo è rimasto sepolto nell’oblio per decenni, finché lo storico Frediano Sessi, già biografo di Primo Levi e Anna Frank, non ha riannodato i fili della memoria nel suo nuovo libro, Elio, l’ultimo dei Giusti. Una storia dimenticata di Resistenza, appena uscito per Mursia. Cieco da un occhio fin da bambino a causa di un incidente di gioco, Elio non era stato chiamato alle armi ed era rimasto a lavorare la terra a Ceppeto, il paese dove viveva con la sua famiglia, a pochi chilometri da Firenze. In guerra ci erano andati soltanto i suoi fratelli: uno era prigioniero in Jugoslavia e l’altro, tornato dalla Russia, si nascondeva in soffitta per non farsi catturare dai nazisti. Ma il 4 aprile 1944, all’altezza della piccola stazione ferroviaria di Montorsoli a poca distanza da casa sua, i partigiani attaccano un treno che trasporta militi della Repubblica sociale. Nello scontro a fuoco alcuni partigiani restano feriti, due in modo grave, e hanno bisogno di cure. A Elio, che neanche li conosceva, verrà chiesto di portarli in salvo usando il suo carro trainato dai buoi. E lui, pur conscio dei pericoli, quando capì che era in gioco la loro vita decise di accompagnarli in un luogo sicuro. Rientrò a casa nella notte, stremato, e non appena si mise a letto i fascisti bussarono alla sua porta. Qualcuno aveva fatto la spia. Elio viene imprigionato e torturato a Villa Triste, a Firenze, dagli uomini della famigerata banda Carità, che vogliono estorcergli informazioni sui partigiani. Ma lui non parla. Due mesi dopo viene internato nel campo di Fossoli, poi in quello di Bolzano, e infine deportato a Mauthausen. Trascorre alcuni giorni al campo principale finché non finisce nell’inferno di Gusen, dove i prigionieri erano costretti a scavare gallerie utilizzate per la produzione di armi, in condizioni a dir poco bestiali. Elio è fortunato, perché riesce a sopravvivere e a vedere la liberazione del campo da parte degli americani, il 6 maggio 1945. Tornato a casa, riprende la sua vita in campagna e sceglie di non denunciare chi l’ha tradito facendolo deportare. Nel suo memoriale, rimasto a lungo inedito, spiegherà di aver già visto troppe violenze e troppo dolore. Il suo atto eroico cade definitivamente nell’oblio e anche lo status di partigiano non gli verrà mai riconosciuto. La lapide che ricorda i partigiani della battaglia di Montorsoli non riporta il suo nome e quando muore, nel 2004, ai funerali non partecipa alcun rappresentante dell’Anpi, né dell’Aned. La sua vicenda, raccontata da Sessi con il rigore dello storico e la forza narrativa dello scrittore, è quella di un uomo per cui resistere “non ha voluto dire schierarsi ma rischiare la propria vita per proteggere altri che non facevano parte della sua famiglia e dei suoi conoscenti”. E ci ricorda che accanto a una resistenza armata vi fu, in quei mesi terribili, anche il silenzioso eroismo di tanti uomini e tante donne che si rifiutarono di adeguarsi alla cultura della violenza e dell’indifferenza inculcate dal fascismo, mettendo al centro della loro vita l’amore per gli esseri umani, anche al costo di perdere tutto.
RM

Testimone degli orrori di Mao

Avvenire, 25 ottobre 2017

Tan Hecheng oggi

Tan Hecheng conserva ancora un vivido ricordo di quell’estate del 1967. All’epoca era uno studente di vent’anni in visita con un gruppo di amici nella contea cinese del Daoxian, provincia dello Hunan, non lontano dal luogo natale di Mao Zedong. Dopo un lungo viaggio in autobus, il giovane si incamminò da solo per le strade della città di Daojiang e si imbatté nei minacciosi avvisi della Corte Suprema del Popolo, affissi sulle mura di un ponte. Annunciavano la punizione nei confronti dei “proprietari terrieri reazionari” ritenuti colpevoli di crimini atroci. “La collera del popolo chiede la loro esecuzione – sentenziavano quei manifesti – sono quindi tutti condannati a morte con effetto immediato”. L’anno prima il Grande Timoniere della Cina comunista, sentendo vicino il crepuscolo del suo potere, aveva lanciato quella che sarebbe tristemente passata alla storia come la Rivoluzione culturale. Era stata denunciata l’infiltrazione del partito da parte di elementi revisionisti e controrivoluzionari intenzionati a creare un regime borghese, erano state chiuse le scuole e le università per mobilitare gli studenti, in breve tempo oltre un milione di giovani Guardie rosse erano giunte da tutto il paese per riunirsi a Pechino, in piazza Tienanmen, dove avevano ricevuto l’ordine di attaccare i “centri della controrivoluzione” per distruggere i quattro nemici della Cina: le idee, la cultura, i comportamenti, le abitudini. In realtà Mao, indebolito dall’enorme fallimento del Grande Balzo in Avanti che aveva causato decine di milioni di morti per fame, voleva riaccentrare il potere nelle sue mani a costo di nuovi massacri. Per un volta, il giudizio della storia non si sarebbe fatto attendere: nel 1981, appena cinque anni dopo la sua morte, il partito comunista cinese approvò una risoluzione che condannava la Rivoluzione culturale definendola “un lungo e grave errore”. Poco si sapeva all’epoca sui reali effetti di quel decennio di terrore imposto da Mao in tutto il paese, con proprietà confiscate, imprigionamenti arbitrari, “rieducazioni”, torture e uccisioni di massa. Nei primi anni ’80 Hu Yaoban, uno dei nuovi leader del partito, promosse una breve fase di riforme democratiche e nel 1986 inviò oltre un migliaio di funzionari a indagare sugli eccidi di massa compiuti vent’anni prima. Tan Hecheng all’epoca lavorava per un giornale controllato dal partito e fu incaricato di andare nel distretto rurale del Daoxian per raccontare quell’indagine. Avrebbe dovuto scrivere una serie di articoli per giustificare ed elogiare gli sforzi del partito che cercava di affrontare i drammi del passato punendo i colpevoli. Fu il governo stesso a offrirgli la possibilità di scoprire la verità su quei massacri e in qualità di giornalista del regime ebbe pieno accesso a migliaia di pagine di documenti ufficiali. Riuscì quindi a raccogliere informazioni clamorose su una delle tante ondate di violenza e isteria di quei giorni, che causò la morte di circa novemila persone in appena due mesi, tra l’agosto e l’ottobre del 1967. Ma i buoni propositi riformisti del partito erano destinati a svanire in breve tempo. Alla fine del 1986 il clima politico in Cina era già profondamente cambiato e la commissione d’inchiesta insabbiò quasi tutto. Circa quindicimila persone furono riconosciute colpevoli del massacro ma solo una cinquantina di esse vennero condannate per i loro crimini. Il regime fu incapace di compiere una vera catarsi e gli articoli di Hecheng non furono mai pubblicati, rimanendo a lungo chiusi in un cassetto. Se non fosse stato per il suo coraggio e la sua caparbietà, il massacro del Daoxian sarebbe probabilmente rimasto sepolto nell’oblio per sempre. Alcuni anni fa l’anziano giornalista è finalmente riuscito a pubblicarli a Hong Kong, in un volume che adesso è uscito anche in inglese col titolo The Killing Wind: A Chinese County’s Descent into Madness During the Cultural Revolution (Oxford University Press). Continua la lettura di Testimone degli orrori di Mao

Sarajevo divisa dalla memoria di un “giusto”

Venerdì di Repubblica, 13.10.2017

A oltre vent’anni dalla fine del conflitto, la politica bosniaca riesce a spaccarsi persino di fronte alla memoria di un “giusto”. Alcuni giorni fa la municipalità a maggioranza musulmana di Novo Sarajevo, una delle quattro entità amministrative della capitale bosniaca, ha bocciato la proposta di intitolare un nuovo centro sportivo a Goran Čengić, popolarissimo ex atleta che fu ucciso durante l’ultima guerra dei Balcani mentre cercava di salvare un suo vicino. Non è bastata un’ampia mobilitazione popolare che lo riteneva un doveroso tributo a un uomo coraggioso e ancora molto amato in città. Diciassette consiglieri su trenta hanno votato contro l’intitolazione, facendo scoppiare la rabbia degli abitanti di Sarajevo, che hanno iniziato a far circolare sui social network le immagini dei frondisti corredate da insulti, mentre qualcuno ha scritto con lo spray ‘Goran Cengic Hall’ sulle vetrate del centro sportivo. Figlio di una coppia mista (suo padre, un ex partigiano serbo, fu il primo sindaco di Sarajevo dopo la Seconda guerra mondiale), nel 1992 Čengić aveva 46 anni e viveva a Grbavica, nella parte occupata della città. Era stato una stella della nazionale jugoslava di pallamano, ed era considerato una gloria sportiva cittadina. Ma un giorno la sua vita si intrecciò fatalmente con quella di Veselin Vlahović, noto come il “mostro di Grbavica”, uno tra i più sanguinari paramilitari serbo-bosniaci, che fece irruzione nel suo palazzo per uccidere un uomo musulmano anziano e malato. Goran sentì le urla del vicino, cercò invano di proteggerlo, e fu portato via insieme a lui da un gruppo di miliziani armati. Di loro non si seppe più niente finché, nove anni dopo, non furono rinvenuti i resti di Čengić. Da allora, il suo eroismo è stato celebrato con premi postumi e con il titolo di “Giusto per il coraggio civile” conferitogli dall’Ong Gariwo. La mancata intitolazione del centro sportivo di Novo Sarajevo è uno schiaffo alla sua memoria che può essere spiegato soltanto dalle sue origini serbe. “Goran è stato ucciso una seconda volta”, ha commentato con amarezza l’opinionista di Radio Sarajevo, Nataša Gaon-Grujić.
RM

Ucraina, il film del genocidio

Avvenire, 9.10.2017

Fino a una ventina d’anni fa, in pochi avevano sentito parlare del cosiddetto Holodomor, il genocidio per fame che sterminò milioni di contadini ucraini causato dalla collettivizzazione forzata decisa da Stalin all’inizio degli anni ’30. Mosca era riuscita a nascondere all’opinione pubblica internazionale un crimine spaventoso anche grazie all’insospettabile complicità di intellettuali prestigiosi. Persino il più famoso accusatore degli orrori del regime staliniano, il premio Nobel russo Alexander Solzhenitsyn, aveva negato che gli ucraini fossero stati vittime di un genocidio, sostenendo che le loro rivendicazioni rappresentavano un atto di revisionismo storico. La congiura del silenzio era proseguita anche con la “destalinizzazione” poiché Kruscev, nell’elencare i crimini di Stalin, si limitò a denunciare le purghe all’interno del partito comunista e non fece menzione del dramma ucraino. Rendere di dominio pubblico la pagina più nera del comunismo sovietico avrebbe seriamente rischiato di compromettere il mito dell’Urss in Occidente. A lungo occultate per interessi politico-nazionali, le dimensioni e le cause di quella gigantesca ecatombe rimasero quindi confuse nei meandri della tragica storia del XX secolo almeno fino al 1991. La verità su quegli anni iniziò a emergere solo con la dichiarazione di indipendenza dell’Ucraina e l’apertura degli archivi sovietici, con la conseguente scoperta dei documenti celati per oltre mezzo secolo dalle autorità di Mosca. Nel 2003 le Nazioni Unite hanno riconosciuto in una dichiarazione congiunta che l’Holodomor uccise tra i sette e i dieci milioni di persone, ma la strenua opposizione della Russia ha finora impedito di riconoscerlo in via ufficiale come genocidio.
Non può quindi sorprendere che il grande cinema internazionale non si fosse finora interessato a quell’immane tragedia che rappresenta il simbolo doloroso dell’identità nazionale ucraina ed è ancora oggi alla radice del risentimento di Kiev nei confronti di Mosca. A colmare finalmente questa lacuna, raccontando per la prima volta la terribile carestia che si verificò tra il 1929 e il 1933, è il film Bitter Harvest del regista canadese di origini ucraine George Mendeluk. I due temi centrali attraverso i quali lo sceneggiatore Richard Bachyncky ha cercato di denunciare l’Holodomor sono l’amore e il potere dell’arte, intesa come tentativo di risvegliare le coscienze. La trama poggia principalmente sulla storia d’amore tra il giovane artista Yuri (interpretato da Max Irons) e Natalka (Samantha Barks), le cui vite finiscono ben presto travolte dal furore staliniano e dalla collettivizzazione dei terreni agricoli che priva i contadini di ogni mezzo di sostentamento, con le truppe bolsceviche che reprimono senza pietà qualsiasi tentativo di ribellione. Uscito alcuni mesi fa negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, il film non ha raccolto grandi consensi da parte della critica, che non ha apprezzato i suoi toni eccessivamente melodrammatici e didascalici. Eppure Bitter Harvest – che arriverà nelle sale italiane entro la fine dell’anno – ha tutte le carte in regola per ottenere quel successo che sarebbe auspicabile per far conoscere al mondo un genocidio la cui portata storica è senz’altro paragonabile a quella del Metz Yeghern, il genocidio armeno. A partire da un cast importante nel quale, oltre ai citati Irons e Barks, figurano anche Terence Stamp, Barry Pepper, Richard Brake e Aneurin Barnard. Da segnalare anche una scenografia suggestiva, capace di far entrare lo spettatore in un’Ucraina quasi fiabesca che fa da contraltare alla tragedia che sta per abbattersi sulla regione. Continua la lettura di Ucraina, il film del genocidio