Ancora su Halabja. La Memoria non è un privilegio

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(di Alessandro Michelucci)

Il 12 agosto 1944 tre reparti armati di SS raggiunsero Sant’Anna di Stazzema, paese situato sulle colline che sovrastano Lucca. Molti uomini, credendo che si trattasse della solita retata, lasciarono le case per rifugiarsi nella valle: in paese restarono soprattutto vecchi, donne e bambini. Ma la realtà era ben diversa: gli abitanti dovevano essere puniti perchè “colpevoli” di non aver rispettato il bando tedesco che imponeva l’evacuazione del paesino. I soldati si accanirono sulla popolazione in modo spietato. Alcuni aprirono il ventre di una donna incinta e lanciarono il bambino per aria, sparandogli alla testa. Non esistono parole per commentare orrori simili. Da allora, ogni anno viene ricordato questo eccidio nel quale persero la vita 560 civili innocenti. Eppure civili innocenti erano anche quelli che persero la vita il 16 marzo 1988, quando l’esercito di Saddam Hussein attaccò la città di Halabja utilizzando il gas nervino: morirono oltre 5000 civili, in prevalenza kurdi. Altre migliaia rimasero ferite o mutilate. L’attacco viene generalmente considerato il più tragico massacro con gas nervini che sia stato compiuto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. La tragedia fu completamente ignorata dalla cosiddetta “comunità internazionale”. Venne riscoperta solo nel 2003, quando fece comodo addurla come scusa per legittimare l’invasione dell’Irak. Oggi si parla e si scrive molto di memoria storica. Ma viene da chiedersi se questa sia un diritto di tutti o un privilegio di pochi. Certo, i Kurdi non hanno, e forse non avranno mai, canali politici e diplomatici per far valere le proprie ragioni. Allora spetta agli altri, cioè a noi, decidere se contano soltanto le tragedie che colpiscono chi ha i mezzi per far punire i responsabili. Sopraffatte dall’egoismo, queste vittime dimenticano che la loro tragedia non potrà mai legittimare l’oblio delle altre. La memoria non può essere un privilegio.

Stanno per cadere i muri di Belfast?

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Chiunque abbia visitato Belfast in tempi recenti non può non essersi imbattuto nella cosiddette “peacelines”, denominazione eufemistica e involontariamente ironica per definire le terrificanti barriere di cemento e lamiera che continuano a dividere i quartieri cattolico-nazionalisti da quelli unionisti-protestanti). Dieci anni dopo la firma dell’Accordo che ha concluso il conflitto, pur di fronte a una pace effettiva ed ‘esemplare’, la città continua a essere divisa da una quarantina di questi veri e propri “muri”, indispensabili per evitare violenze tra le due comunità (lanci di sassi e bottiglie incendiarie sono tuttora all’ordine del giorno).100_0448.jpg

Il primo fu eretto nel 1969, l’ultimo appena questa estate per proteggere la scuola elementare mista di Hazelwood. Secondo politici, amministratori locali e vari opinion leader la popolazione continuerebbe a volerli per motivi di sicurezza. Eppure alcune settimane fa un sondaggio indipendente effettuato da un’organizzazione di irlandesi d’America ha ribaltato completamente questa convenzione: l’80% degli intervistati dice che è l’ora di eliminare gli ultimi muri che ostacolano la pace. Dimostrando che forse sono proprio queste barriere fisiche e culturali a inibire l’integrazione.


Il massacro di Halabja e il doppio gioco Usa

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La mattina del 15 marzo 1988 venti aerei dell’aviazione di Saddam Hussein sorvolarono il cielo sopra la cittadina curda irachena di Halabja. Il più massiccio e letale attacco con armi chimiche su civili che la storia ricordi durò quattro interminabili giorni, causando la morte di almeno 5000 civili, in gran parte donne e bambini. Oggi, mentre ricorre il ventesimo anniversario, l’attuale governo iracheno ha affermato di voler intentare azioni legali contro i fornitori – occidentali – dell’agente chimico usato nell’attacco e ha approvato un finanziamento di 6 milioni di dollari per la ricostruzione della città.

Ma aggiungendo ulteriore barbarie a quanto accadde esattamente 20 anni fa, alcuni giorni fa il Consiglio presidenziale iracheno ha anche approvato l’esecuzione di Ali Hassan al-Majid, detto “Ali il chimico”, uno dei più stretti collaboratori di Saddam. Al Majid è considerato il responsabile dell’attacco chimico sulla città curda per questo è stato condannato a morte insieme ad altri ex gerarchi del regime. Sulla vicenda di Halabja e sul doppio gioco degli Usa in proposito è assai lluminante quanto scrive il media indipendente americano “Democracy now”.

La banalità del male

C’è un genocida tra noi. O meglio, c’è stato. Ha vissuto accanto a noi, a un passo dalle nostre case, ha fatto lezioni di catechismo ai nostri figli, ha recitato messa e confessato tanti fiorentini. Ma qualche anno prima di riempirsi la bocca con parole come “perdono”, “pace” e “solidarietà”, si era reso responsabile della morte di almeno 1500 ruandesi di etnia tutsi. Stiamo parlando di “Don Atanasio”, al secolo Athanase Seromba, il simpatico e brillante prete di colore che nella seconda metà degli anni ’90 ha fatto parte attivamente della parrocchia fiorentina di S. Martino a Montughi, nei pressi di via Vittorio Emanuele. seromba.jpg

Ieri la Corte d’Appello del tribunale internazionale per il crimini del Ruanda l’ha condannato all’ergastolo per aver commesso atti di genocidio e sterminio durante la mattanza che sconvolse il piccolo Paese africano nel 1994. Una valanga di prove e testimonianze hanno accertato che don Atanasio aveva attirato all’interno della sua parrochia a Nyange, nella prefettura di Kibuye, almeno 1500 persone. Aveva assicurato a tutti che lì, al cospetto di Gesù e della Madonna, protettrice del Ruanda, sarebbero stati in salvo. Le bande armate hutu non avrebbero osato entrare nella cattedrale. Invece mentre i rifugiati pregavano, ha chiuso a chiave le porte della chiesa, e ha ordinato all’autista di un bulldozer di abbattere l’edificio mentre gli assassini sparavano e lanciavano granate dalle finestre. Fu un massacro soprattutto di donne, vecchi e bambini. Dicono che durante il lungo processo il candido don Atanasio non abbia mostrato alcun segno di pentimento e non abbia riconosciuto le sue responsabilità. La corte ha constatato che senza la sua autorità morale quel massacro non sarebbe stato commesso.
A coprire la sua fuga in Italia era stato il Vaticano: con l’aiuto delle gerarchie vaticane si era rifugiato a Firenze, aveva cambiato nome, (padre Anastasio Sumbabura) e aveva continuato a officiare messa come se nulla fosse accaduto. Era stato poi riconosciuto e denunciato, ma l’allora procuratrice del Tribunale dell’Onu, Carla del Ponte, aveva avuto difficoltà a ottenere l’estradizione perché il Vaticano aveva esercitato pressioni sul governo italiano per evitare che prendesse una decisione in proposito. I parrocchiani fiorentini, convinti a priori della sua innocenza, avevano addirittura costituito un comitato in sua difesa. Chissà cosa penseranno adesso che la sentenza del tribunale internazionale ha finalmente chiuso l’incredibile storia di questo genocida della porta accanto.

Spionaggio ideologico

muhe.jpgÈ ormai risaputo che tanti tedeschi dell’est siano stati spiati, durante il regime, dai vicini, dai colleghi, nonché da amici e familiari. L’apertura degli archivi della Stasi, la famigerata polizia politica della Germania (anti)democratica, non ha fatto che confermare la vastità del fenomeno descritto in modo magistrale nello splendido film “Le vite degli altri”. Un rapporto appena pubblicato afferma che gli informatori della Stasi in servizio al momento della caduta del Muro di Berlino erano nientemeno che 189.000. Secondo Helmut Müller-Enbergs, il ricercatore che ha diretto la ricerca, almeno uno su venti membri del partito comunista della Germania dell’est ha lavorato come informatore per la polizia segreta del regime. La maggior parte di loro aveva un’età compresa tra i 25 e i 40 anni. Viene spontaneo chiedersi perché l’abbiano fatto. Ebbene, la prima motivazione, secondo lo stesso rapporto, era “una ferma convinzione nell’ideologia politica dello stato comunista”. Contenti loro…