Il 25 aprile e le altre memorie contese in Italia

In un articolo uscito alcuni giorni fa sul domenicale del Sole 24 ore, lo storico Emilio Gentile ha parlato delle ricorrenze nazionali che in Italia continuano a essere un’occasione di scontro politico, invece che un momento d’unità. Nel nostro paese il problema dell’assenza di una memoria condivisa continua, purtroppo, a essere di grande attualità, e non soltanto in occasione del 25 aprile. Ma vediamo insieme a Gentile quali sono queste ricorrenti occasioni di scontro.

Prima di tutto il 20 settembre 1870: l’anniversario dell’annessione di Roma al Regno d’Italia ha visto mancare per circa un secolo i cattolici, i quali non parteciparono alle elezioni almeno sino al patto Gentiloni del 1913 e, direttamente, sino al 1919, quando si impose il partito popolare. Cinquant’anni di vita politica dimezzata, insomma, dopodiché è arrivata la dittatura.

Anche il 1861 non è una data che unì. Ricorda Gentile che “nel 1911, quando lo Stato celebrò i primi cinquant’anni di unità, gli italiani cattolici, socialisti, repubblicani, nazionalisti e internazionalisti protestarono contro l’Italia monarchica nella quale non si riconoscevano.

Che dire poi del 4 novembre 1918, simbolo della vittoria (dimezzata) che contrappose fascisti e antifascisti, nazionalisti e internazionalisti, in uno scontro con toni da guerra civile che si concluse con l’avvento della fascismo?

Fascismo dal quale ci liberammo il 25 aprile. “Nel 1945 celebrammo uniti – ricorda Gentile – Poi con la Guerra Fredda cominciò una guerra civile ideologica fra gli italiani comunisti e gli italiani anticomunisti, che reciprocamente si accusarono di essere traditori della Patria, al servizio dello straniero”.

Le elezioni del 13-14 aprile, potrebbero davvero aver segnato la fine di questa guerra ideologica perché dal parlamento italiano mancano per la prima volta sia sigle comuniste o postcomuniste sia sigle postafasciste. La speranza è l’ultima a morire…

L’articolo di Emilio Gentile è qui

In occasione del 25 aprile consiglio a tutti di guardare il video di “Poveri partigiani” di Ascanio Celestini (cliccate qui sotto)

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La silenziosa scomparsa dell’Armenia

Oggi gli armeni di tutto il mondo ricordano “Metz Yeghern”, il Grande Male, ovvero la tragedia di cui fu responsabile il governo turco nel 1915 e che Ankara ancora nega con ogni mezzo. Centinaia di migliaia, secondo alcuni oltre un milione e mezzo di uomini, donne e bambini scomparvero in base a un piano di deportazioni verso il nulla, i deserti della Siria da cui non sarebbero più tornati. Uccisi in maniera atroce, per fame, malattie, privazioni. Il 24 aprile di 93 anni fa a Costantinopoli iniziava il primo genocidio del secolo XX: sarebbe diventato una sorta di “modello” per altri orrori del genere. In quegli anni scomparve così una delle più grandi comunità cristiane del vicino Oriente. Ma il processo di rimozione della memoria storica degli armeni prosegue ancora oggi, e non soltanto attraverso il violento negazionismo messo in atto dal governo turco. I monasteri e le chiese che ricordano la storia armena (in alcuni casi risalenti fino al IV secolo d.c.) stanno lentamente scomparendo. Come si vede in alcune sconvolgenti foto del Genocide Education Project.

Questo era il monastero armeno di Arakelots, a Moush, nel 1960:

E questo è lo stesso monastero quarant’anni dopo, nel 2000:

Altre foto del genere si possono vedere qui

Quando la politica cancella la memoria

Perché l’Italia perseguì col contagocce i criminali di guerra tedeschi e italiani dopo il 1945? La domanda che si poneva già il documentario “La guerra sporca di Mussolini” andato in onda qualche settimana fa su History Channel, è al centro del nuovo libro di Filippo Focardi, “Criminali di guerra in libertà. Un accordo segreto tra Italia e Germania Federale 1949-1955” (Carocci). Il lavoro di Focardi, che insegna storia contemporanea all’Università di Padova, approfondisce il tema della sostanziale impunità nei confronti dei criminali di guerra italiani e tedeschi basandosi su nuovi documenti e riprendendo in mano le più recenti ricerche della storiografia europea.

La portata dell’anomalia italiana emerge chiaramente nel raffronto con gli altri paesi europei: dopo la guerra l’Italia è stata capace di istruire solo 26 processi, comminando solo tre ergastoli di cui uno in contumacia (Kappler, Reder e Niedermayer), più un paio di condanne a 15 anni di detenzione. Un piccolo paese come la Danimarca – dove l´occupazione tedesca fu certo meno sanguinaria – celebrò tra il 1948 e il 1950 almeno 77 processi, con 71 condanne. In Belgio furono condotti 31 processi contro una novantina di criminali, con pene molto pesanti tra cui 21 condanne a morte (solo due eseguite). In Olanda i criminali di guerra processati furono 231, con 15 condanne a morte (5 delle quali eseguite). Anche in Francia i processi furono centinaia.

A Belfast si indaga sull’omicidio di Rosemary Nelson

È finalmente iniziata l’inchiesta su uno degli omicidi politici più controversi della recente storia del conflitto anglo-irlandese. L’avvocato Rosemary Nelson fu uccisa a Lurgan, nell’Irlanda del nord, il 15 marzo 1999 in un attentato che venne rivendicato da un gruppo paramilitare lealista, ma fin da subito emersero gravi sospetti di collusione da parte delle forze di sicurezza britanniche. L’indagine indipendente avviata la scorsa settimana ha l’obiettivo di fare luce una volta per tutte sulle circostanze dell’omicidio e sul coinvolgimento dei servizi segreti britannici e delle forze di polizia. Soprannominata “la voce dei senza voce”, Rosemary Nelson aveva 40 anni ed era un avvocato molto noto anche negli U.S.A., per le sue lotte in difesa dei diritti umani nel nord dell’Irlanda. Per questo era divenuta oggetto dell’odio settario dei gruppi paramilitari protestanti. Prima di essere uccisa aveva denunciato pubblicamente le minacce e le molestie subite dalla stessa polizia. Pochi mesi prima di essere barbaramente uccisa, la Nelson era stata chiamata a testimoniare di fronte al Congresso degli Stati Uniti sulla situazione dei diritti umani in Irlanda del Nord, e nel corso del suo intervento aveva denunciato le numerose minacce di morte ricevute anche nei confronti dei membri della sua famiglia. Fino quando non sarà venuta fuori la verità sulla sua morte e su quella del suo collega Pat Finucane (ucciso nel 1989), il conflitto anglo-irlandese non potrà dirsi realmente concluso.