Chi ricorda le vittime dei regimi comunisti?

Il processo di integrazione europea, ormai da anni aperto ai paesi ex comunisti, rischia di favorire indirettamente un meccanismo di rimozione nei confronti della memoria delle vittime delle dittature filo-sovietiche. In alcuni casi questo atteggiamento è funzionale ai governi in carica, che preferiscono evitare di confrontarsi con un passato tanto recente quanto scomodo. Meno male che a cercare di contrastare questa tendenza ci pensano gli storici, aiutati dall’accesso a nuove fonti archivistiche. È il caso, per esempio, di Stefan Appelius, docente di scienza politica all’università di Oldenburg, che un giorno si è imbattuto quasi per caso in un referto sull’assassinio di un giovane tedesco in Bulgaria. Appelius ha cominciato a indagare e attraverso le interviste ad anatomopatologi e ed ex guardie di frontiera bulgare è riuscito a ricostruire una delle vie verso la libertà.

Secondo le sue ricerche almeno 4500 persone di vari paesi comunisti cercarono di attraversare la frontiera fra la Bulgaria e la Grecia. Almeno un centinaio di essi vennero uccisi. Una coppia di Lipsia nel 1975 venne eliminata con una raffica di colpi sparati a breve distanza: 35 pallottole toccarono a lui, 25 a lei. La polizia bulgara e la Stasi cercarono di catalogare questi omicidi come “incidenti stradali” ma ora le ricerche d’archivio stanno riportando a galla la verità. Quello che emerge dalle ricerche di Appelius è un fenomeno di grandi dimensioni, se si pensa  che furono mille le persone uccise durante i tentativi di lasciare la Germania Est. I caduti nel tentativo di attraversare il muro di Berlino furono 134. Purtroppo, pare che l’attuale governo bulgaro non stia collaborazndo alla ricostruzione dei fatti.
A raccontare questa storia è stato l’International Herald Tribune

 

Tre mesi nella storia del Ruanda

Tra il 6 aprile e il 19 luglio del 1994 un milione di cittadini ruandesi venivano trucidati dagli estremisti appartenenti alla maggioranza Hutu. Sotto gli occhi indifferenti della comunità internazionale che ignorò le invocazioni d’aiuto del Generale Dallaire, comandante della missione di pace dell’Onu, fu compiuto in media un omicidio ogni dieci secondi.

Proprio nei giorni in cui si celebra la Giornata internazionale della Memoria per le vittime del Genocidio del Ruanda, e nonostante la giustizia internazionale stia cercando di fare il proprio corso (come dimostra anche la condanna del prete rifugiato in Italia Don Atanasio Seromba), l’attuale presidente ruandese Paul Kagame ha attaccato i giudici spagnoli che hanno emesso un mandato d’arresto per 40 ufficiali dell’esercito ruandese accusati di aver preso parte al genocidio di 14 anni fa.

Un’iniziativa commemorativa si è svolta oggi a Roma, organizzata dalla Onlus Bene-Rwanda, fondata e diretta da cittadini ruandesi residenti in Italia.

Un capolavoro dimenticato

E’ “Necropoli” di Boris Pahor, un’opera straordinaria sul mondo concentrazionario, cruda e limpida, scritta da chi l’ha vissuto dall’interno in tutta la sua sistematica follia. Il libro è stato riscoperto e ristampato in italiano dall’editore Fazi 41 anni dopo la sua stesura. Boris Pahor, grande scrittore sloveno residente a Trieste, classe 1913, è stato più volte candidato al Nobel per la letteratura. In gioventù è stato deportato nei campi di concentramento nazisti per aver collaborato con la resistenza antifascista slovena. Come raccontare l’orrore a chi non l’ha vissuto? “Tentando di narrare i fatti – spiega Pahor – con lucidità e senza sentimentalismo e mettendo l’accento sulla capacità di resistenza e di solidarietà dell’uomo”.

Su “Necropoli” è uscito questo bell’articolo di Paolo Rumiz su “Repubblica”

Claudio Magris ha invece scritto l’introduzione al volume (leggi)

Martin Luther King è ancora vivo

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A quarant’anni esatti dalla sua morte, Martin Luther King  viene ricordato in centinaia di manifestazioni negli Stati Uniti. La cerimonia più importante si è svolta al Congresso, a Washington: fu proprio lì che il 28 agosto 1963 MLK pronunciò il più celebre dei suoi discorsi, “I have a dream…” (qui sotto è possibile rivedere un estratto).
Oggi il dibattito sulla questione razziale è tornato ad attraversare l’America, rilanciato dal discorso tenuto in campagna elettorale dal senatore nero dell’Illinois, Barack Obama. Tra le centinaia di manifestazioni organizzate per ricordare Martin Luther King, è prevista una marcia proprio a Memphis, in Tennessee, dove il pastore battista fu ucciso. Una commemorazione, stasera, anche a Roma.

Un estratto video del famoso discorso “I have a dream”:

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Nessun mea culpa inglese per l’Irlanda. Neanche sulla “Bloody Sunday”

Dieci anni di pace non sono bastati per convincere finalmente Londra che è tempo di ammettere le proprie gravissime responsabilità storiche sulla guerra che ha devastato l’Irlanda del nord per circa trent’anni. E’ quanto si evince dal libro appena uscito scritto dal diplomatico inglese Jonathan Powell, braccio destro e ‘uomo ombra’ di Tony Blair durante tutto il processo di pace anglo-irlandese. La versione della storia è purtroppo la solita di sempre: il governo inglese – con i suoi soldati e le sue forze di polizia che torturavano e ammazzavano civili – avrebbe svolto un ruolo di pacificazione. La guerra sarebbe stata causata soltanto dai soliti ‘terroristi’ e dagli ‘odi ancestrali tra le comunità irlandesi’. Un delirio che vale, manco a dirlo, anche per le 14 vittime della “Bloody Sunday” del 1972. Se non fosse tragico, sarebbe tutto da ridere. Sembra proprio che il tempo, tra i palazzi del potere di Downing street, sia trascorso invano.

Approfondimenti nell’articolo uscito oggi su “Avvenire”.