Nuova condanna per il capo dei torturatori cileni

Manuel Contreras, capo della famigerata DINA, la polizia segreta cilena ai tempi della dittatura di Pinochet, è stato condannato a quindici anni di carcere da un tribunale di Santiago per la scomparsa del dissidente Marcelo Salinas, arrestato nel 1974. I giudici hanno ritenuto che l’uomo sia uno delle migliaia di “desaparecidos” uccisi dalla dittatura fra il 1973 e il 1990, vittime che si aggiungono ai circa 3200 morti accertati. Salinas, all’epoca trentunenne, lavorava come tecnico radiofonico ed era membro di un movimento della sinistra cilena. Fu visto l’ultima volta a Villa Grimaldi, uno dei principali centri segreti di detenzione e tortura, poche settimane dopo il suo arresto. Manuel Contreras, oggi quasi 80enne si trovava già in carcere, condannato per l’omicidio del noto dissidente Orlando Letelier. Ha accumulato condanne per 57 anni ed è sotto processo in casi che potrebbero costargli altri 197 anni. Nel 2005 confessò davanti alla corte di giustizia cilena la sua responsabilità nella sparizione e omicidio di almeno 580 persone e confermò che tutti gli ordini di sequestro, tortura e assassinio venivano direttamente da Pinochet. Il dittatore, come noto, finì più volte agli arresti domiciliari ma per motivi di salute è riuscito sempre a evitare di essere processato.

 

Lo Schindler argentino

Lo tenevo da qualche mese impilato tra i libri da leggere. Alla fine mi sono deciso ad affrontarlo consapevole che, come tutti i libri sulla dittatura che ha insanguinato l’Argentina dalla metà degli anni ‘70, non si trattava di un piacevole intrattenimento letterario. Certo non immaginavo che “Niente asilo politico” (Feltrinelli) raccontasse una vicenda di straordinario coraggio, la storia di una coscienza che si ribella di fronte all’orrore e cerca di usare con destrezza e grande umanità una posizione di privilegio per aiutare il prossimo. Enrico Calamai, autore del libro in questione, è stato console italiano a Buenos Aires durante gli anni del terrore, dei desaparecidos, delle brutalità e delle torture inflitte a un’intera generazione mentre la vita del paese scorreva come se niente fosse. È stato un eroe perché – proprio come Oskar Schindler al tempo della persecuzione degli ebrei – ha messo a rischio la propria vita per aiutare le vittime dei militari durante gli anni in cui dominava una concezione fondamentalista della Ragion di Stato. Contravvenendo leggi, regolamenti e convenzioni ha salvato alcune centinaia di persone, nascoste in casa propria, in un negozio, in un convento per settimane, fornendo loro documenti falsi per apparire turisti italiani e un passaggio in nave o in aereo con destinazione Roma. Calamai era convinto che quello fosse il modo migliore anche per servire il proprio paese: non il governo che come molti altri all’interno del mondo occidentale si rese complice dei militari argentini, ma la popolazione, quella popolazione sdegnata (e poco informata) di quanto accadeva in Argentina. In sette anni, dal 1976 al 1983, trentamila persone vennero uccise o furono fatte scomparire nei centri di tortura argentini o con i voli della morte. Contrariamente al Cile di Pinochet, osserva Calamai, gli orrori della dittatura argentina furono una sorta di delitto perfetto, perché quasi del tutto privo di visibilità. Mentre la vita a Buenos Aires e nel resto del paese proseguiva in un’apparente normalità, il nostro governo, imbrigliato negli schemi imposti dalla Guerra Fredda, preferì fingere di non sapere qual’era la sorte di migliaia di persone – molte delle quali con origini italiane – e scelse un’inerzia che divenne complicità con i macellai. Rientrato in Italia, Calamai è stato chiamato in anni recenti a testimoniare nel processo che ha portato alla condanna di otto militari argentini. Il suo libro è una lezione di vita.

Il genocidio in Bosnia e le colpe dello stato serbo

Pubblicare i verbali delle sedute del Consiglio Supremo della Difesa di Belgrado sarebbe l’unico modo per fare luce definitivamente sul ruolo della Serbia nel genocidio bosniaco. È quanto sostiene un gruppo di 54 docenti universitari, intellettuali e attivisti per i diritti umani che in una lettera aperta alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja critica la sentenza che nel febbraio 2007 ha negato il coinvolgimento dello stato serbo nelle mattanze dei primi anni ’90. “Il verdetto della Corte è il risultato dell’assenza di prove e di concessioni politiche al governo serbo. E tenere segreti quei verbali è come svolgere il processo di Norimberga celando le prove a carico dei gerarchi nazisti”, si legge nell’appello, firmato tra gli altri da Bianca Jagger e dalla presidentessa del Comitato dei giuristi serbi per i diritti umani, Biljana Kovacevic.

Peppino, che non voleva convivere con la Mafia

La “Veleggiata Antimafia” in memoria di Peppino Impastato partirà lunedì 14 aprile da Sanremo. Raggiungerà le coste siciliane l’8 maggio, trentesimo anniversario dell’uccisione del coraggioso giovane simbolo della lotta alla mafia. Un’iniziativa promossa dal Centro Culturale Peppino e Felicia Impastato di Sanremo, che prevede tappe a Savona, Genova, La Spezia, Livorno, Anzio, Napoli, Troppa, Messina. In ogni località l’imbarcazione sosterà per una media di due giorni organizzando concerti, spettacoli proiezioni di filmati e incontrando associazioni, enti locali, istituzioni pubbliche e private, scuole e i cittadini del posto.

In quel tragico 9 maggio del 1978 il corpo di Peppino Impastato, assassinato dai sicari della mafia, fu rinvenuto sui binari della ferrovia di Cinisi con una carica di tritolo posta sotto il suo corpo. All’epoca Peppino era candidato alle amministrative comunali nelle file di Democrazia Proletaria e nonostante la sua scomparsa i cittadini di Cinisi lo votarono ugualmente eleggendolo simbolicamente al consiglio comunale. I giornali parlarono di un atto terroristico e si cercò di sviare le indagini ipotizzando un probabile suicidio.
Solo nel 2001 dopo un iter processuale durato quasi 23 anni Vito Palazzolo fu giudicato colpevole materiale dell’omicidio Impastato e condannato a 30 anni di reclusione. L’anno successivo Gaetano Badalamenti, mentre scontava una pena di 45 anni nelle carceri americane, fu indicato inequivocabilmente come il mandante del delitto e gli fu inflitto l’ergastolo. L’urlo di denuncia contro la mafia che ha accompagnato la vita di Peppino Impastato è un ricordo indelebile, e a distanza di trent’anni rimane un segno di straordinario impegno politico, sociale e culturale. Un esempio per tutti coloro che non intendono gettare la spugna contro l’insinuante fenomeno mafioso.

L’Olocausto dei bambini ceceni

Già autrice de “Il libraio di Kabul” e tra le più accreditate reporter di guerra d’Europa, la giornalista norvegese Asne Seierstad è tornata in Cecenia, nel disastrato paese dov’era già stata alla fine del 1995, quando da giovane cronista seguì gli eserciti di Yeltsin che avevano appena attaccato Grozny. “Il bambino dal cuore di lupo. Storie dall’inferno della Cecenia in guerra” è il suo drammatico libro a metà tra reportage e racconto letterario appena uscito in edizione italiana per Rizzoli. Di fronte all’incancrenimento di un conflitto che ha ucciso più di centomila civili, Seierstad ha sentito il bisogno di dare un volto alle vittime documentando l’umiliazione di un paese schiacciato dalla politica russa dell’era Putin. Una recensione del libro è uscita qualche giorno fa su “Avvenire”.