Fu’ad al-Takarli (1927-2008)

Ci ha lasciati uno degli esponenti di spicco della generazione di scrittori che a partire dagli anni ’50 ha reso grande la letteratura irachena. Fu’ad al-Takarli se ne andò dal suo paese durante la prima guerra del Golfo, seguendo la rotta di un esilio che lo portò in giro per il mondo arabo.

“Non c’è posto per me a Baghdad. Questa non è più l’Iraq che conoscevo”. Nel 2004 uno dei massimi letterati iracheni contemporanei lasciava per l’ultima volta il suo paese per non farvi ritorno mai più. Ad amareggiarlo non era la distruzione materiale ma il definitivo disgregamento di un tessuto sociale e la constatazione che di fatto l’Iraq non fosse più un paese realmente laico. Aveva appena appreso che nel parlamento che stava per insediarsi proprio nei giorni della sua ultima visita sarebbe stato assegnato solo un seggio ai nazionalisti laici e soltanto tre ai comunisti. Tutto ciò mentre gli scontri religiosi tra sunniti e sciiti stavano devastando il paese. Neanche la lunga dittatura di Saddam Hussein – notò – era mai arrivata a tanto. Si chiudeva così, simbolicamente, una storia che lo aveva visto prima protagonista, poi attento osservatore dei cambiamenti sociali che avevano attraversato l’Iraq nell’ultimo mezzo secolo. Nato a Baghdad nel 1927 e laureato in legge ventidue anni dopo, Al-Takarli era diventato un rispettato membro dell’establishment lavorando al ministero della Giustizia e intraprendendo una lunga e brillante carriera di magistrato. Una volta ebbe modo di raccontare che proprio la professione l’aveva aiutato a capire fino in fondo il suo paese, a conoscere le istanze delle realtà sociali più disagiate, a comprendere le frustrazioni del suo popolo per un desiderio di libertà mai appagato. Aveva iniziato a scrivere racconti di nascosto, all’età di 15 anni, pubblicando i primi all’inizio degli anni ’50, ma il grande pubblico cominciò ad apprezzarlo ben più tardi con “Il ritorno lontano”, una lunga epopea familiare che descriveva i tumultuosi eventi sfociati nel colpo di stato del partito Ba’th nel 1963. All’epoca fu uno dei pochi romanzi che osò criticare il regime: per questo ne fu vietata la pubblicazione in Iraq, anche se la forma acuta e indiretta delle sue critiche riuscì a salvare l’autore dalla prigione. Mentre all’estero si moltiplicavano gli apprezzamenti e i riconoscimenti anche per le sue opere successive, in patria dovette subire boicottaggi, intimidazioni e minacce. Finché alla fine degli anni ’80 non decise di lasciare definitivamente il suo paese per trasferirsi prima in Tunisia, poi in Siria e in Giordania. È morto ad Amman all’età di 81 anni. Se la cultura irachena non è uscita distrutta da decenni di guerre e dittatura il merito è anche suo.
Riccardo Michelucci

Questo articolo è stato pubblicato anche su “Diario” n. 6, anno XIII

Nuova condanna per il capo dei torturatori cileni

Manuel Contreras, capo della famigerata DINA, la polizia segreta cilena ai tempi della dittatura di Pinochet, è stato condannato a quindici anni di carcere da un tribunale di Santiago per la scomparsa del dissidente Marcelo Salinas, arrestato nel 1974. I giudici hanno ritenuto che l’uomo sia uno delle migliaia di “desaparecidos” uccisi dalla dittatura fra il 1973 e il 1990, vittime che si aggiungono ai circa 3200 morti accertati. Salinas, all’epoca trentunenne, lavorava come tecnico radiofonico ed era membro di un movimento della sinistra cilena. Fu visto l’ultima volta a Villa Grimaldi, uno dei principali centri segreti di detenzione e tortura, poche settimane dopo il suo arresto. Manuel Contreras, oggi quasi 80enne si trovava già in carcere, condannato per l’omicidio del noto dissidente Orlando Letelier. Ha accumulato condanne per 57 anni ed è sotto processo in casi che potrebbero costargli altri 197 anni. Nel 2005 confessò davanti alla corte di giustizia cilena la sua responsabilità nella sparizione e omicidio di almeno 580 persone e confermò che tutti gli ordini di sequestro, tortura e assassinio venivano direttamente da Pinochet. Il dittatore, come noto, finì più volte agli arresti domiciliari ma per motivi di salute è riuscito sempre a evitare di essere processato.

 

Lo Schindler argentino

Lo tenevo da qualche mese impilato tra i libri da leggere. Alla fine mi sono deciso ad affrontarlo consapevole che, come tutti i libri sulla dittatura che ha insanguinato l’Argentina dalla metà degli anni ‘70, non si trattava di un piacevole intrattenimento letterario. Certo non immaginavo che “Niente asilo politico” (Feltrinelli) raccontasse una vicenda di straordinario coraggio, la storia di una coscienza che si ribella di fronte all’orrore e cerca di usare con destrezza e grande umanità una posizione di privilegio per aiutare il prossimo. Enrico Calamai, autore del libro in questione, è stato console italiano a Buenos Aires durante gli anni del terrore, dei desaparecidos, delle brutalità e delle torture inflitte a un’intera generazione mentre la vita del paese scorreva come se niente fosse. È stato un eroe perché – proprio come Oskar Schindler al tempo della persecuzione degli ebrei – ha messo a rischio la propria vita per aiutare le vittime dei militari durante gli anni in cui dominava una concezione fondamentalista della Ragion di Stato. Contravvenendo leggi, regolamenti e convenzioni ha salvato alcune centinaia di persone, nascoste in casa propria, in un negozio, in un convento per settimane, fornendo loro documenti falsi per apparire turisti italiani e un passaggio in nave o in aereo con destinazione Roma. Calamai era convinto che quello fosse il modo migliore anche per servire il proprio paese: non il governo che come molti altri all’interno del mondo occidentale si rese complice dei militari argentini, ma la popolazione, quella popolazione sdegnata (e poco informata) di quanto accadeva in Argentina. In sette anni, dal 1976 al 1983, trentamila persone vennero uccise o furono fatte scomparire nei centri di tortura argentini o con i voli della morte. Contrariamente al Cile di Pinochet, osserva Calamai, gli orrori della dittatura argentina furono una sorta di delitto perfetto, perché quasi del tutto privo di visibilità. Mentre la vita a Buenos Aires e nel resto del paese proseguiva in un’apparente normalità, il nostro governo, imbrigliato negli schemi imposti dalla Guerra Fredda, preferì fingere di non sapere qual’era la sorte di migliaia di persone – molte delle quali con origini italiane – e scelse un’inerzia che divenne complicità con i macellai. Rientrato in Italia, Calamai è stato chiamato in anni recenti a testimoniare nel processo che ha portato alla condanna di otto militari argentini. Il suo libro è una lezione di vita.

Il genocidio in Bosnia e le colpe dello stato serbo

Pubblicare i verbali delle sedute del Consiglio Supremo della Difesa di Belgrado sarebbe l’unico modo per fare luce definitivamente sul ruolo della Serbia nel genocidio bosniaco. È quanto sostiene un gruppo di 54 docenti universitari, intellettuali e attivisti per i diritti umani che in una lettera aperta alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja critica la sentenza che nel febbraio 2007 ha negato il coinvolgimento dello stato serbo nelle mattanze dei primi anni ’90. “Il verdetto della Corte è il risultato dell’assenza di prove e di concessioni politiche al governo serbo. E tenere segreti quei verbali è come svolgere il processo di Norimberga celando le prove a carico dei gerarchi nazisti”, si legge nell’appello, firmato tra gli altri da Bianca Jagger e dalla presidentessa del Comitato dei giuristi serbi per i diritti umani, Biljana Kovacevic.