Spionaggio ideologico

muhe.jpgÈ ormai risaputo che tanti tedeschi dell’est siano stati spiati, durante il regime, dai vicini, dai colleghi, nonché da amici e familiari. L’apertura degli archivi della Stasi, la famigerata polizia politica della Germania (anti)democratica, non ha fatto che confermare la vastità del fenomeno descritto in modo magistrale nello splendido film “Le vite degli altri”. Un rapporto appena pubblicato afferma che gli informatori della Stasi in servizio al momento della caduta del Muro di Berlino erano nientemeno che 189.000. Secondo Helmut Müller-Enbergs, il ricercatore che ha diretto la ricerca, almeno uno su venti membri del partito comunista della Germania dell’est ha lavorato come informatore per la polizia segreta del regime. La maggior parte di loro aveva un’età compresa tra i 25 e i 40 anni. Viene spontaneo chiedersi perché l’abbiano fatto. Ebbene, la prima motivazione, secondo lo stesso rapporto, era “una ferma convinzione nell’ideologia politica dello stato comunista”. Contenti loro…

Su calcio e dittatura

Tra i tanti anniversari significativi che cadono quest’anno, c’è anche quello del Mondiale di calcio del 1978 in Argentina. Un campionato del mondo tristemente noto per essersi svolto nel bel mezzo del famigerato regime militare. Negli stessi giorni in cui Crujiff e Passarella, Bettega e Rummenigge si sfidavano per conquistare l’ambita coppa e migliaia di tifosi seguivano le loro gesta con trepidazione, i militari della giunta del generale Videla imprigionavano, torturavano, ammazzavano un’intera generazione di argentini. Anche a Buenos Aires in quegli anni calcio e dittatura hanno stretto un patto di sangue che oggi viene raccontato in un documentario appena uscito – intitolato “Tapa Sangre” – nel quale il giovane regista argentino Christian Remoli ha intervistato i giocatori della nazionale argentina di allora. Sollecitandoli a raccontare, per la prima volta, le pressioni e le intimidazioni ricevute dai militari. Cercando anche di chiarire la vicenda della partita “sospetta”, quel 6 a 0 che i biancazzurri di Menotti inflissero al Perù.
Una vicenda che puzza addirittura di narcotraffico…

Italiani brava gente?

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Lidia Santarelli, storica italiana della New York University, ha realizzato un documentario “La guerra sporca di Mussolini”, nel quale fa luce su uno dei tanti crimini italiani dimenticati della Seconda Guerra Mondiale. È l’eccidio di Domenikon del 1943, la piccola Marzabotto di Tessaglia, e fu il primo massacro di civili in Grecia durante l’occupazione delle nostre truppe. Gli uomini della Divisione Pinerolo circondarono il villaggio, rastrellarono la popolazione e la radunarono sulla piazza centrale. Poi i caccia scaricarono bombe incendiarie cancellando cose e persone. Ovviamente il documentario va in onda su History Channel. La Rai, come sempre troppo impegnata tra fiction istituzionali, marchette politiche e intrattenimento-spazzatura, non ha tempo per informare la popolazione su fatti del genere. Per fortuna ne ha parlato L’Espresso.

Brendan O’Regan (1917-2008)

Imprenditore “visionario” e pacifista ante litteram, nel 1979 dette vita a “Cooperation Ireland”, la prima Ong che voleva riavvicinare gli abitanti delle due parti dell’isola attraverso progetti di cooperazione. Mentre il conflitto in Irlanda del nord viveva gli anni più drammatici, lui si convinse che solo creando rapporti costruttivi tra la Repubblica e il nord britannico sarebbe stato possibile promuovere uno sviluppo socio-economico per tutta l’isola, e che questo poteva essere il grande motore della pace. All’epoca sembrò un’impresa utopica, invece col tempo si rivelò rivoluzionaria e lungimirante, tanto da lasciar intravedere quale sarebbe stato il futuro del paese nei decenni successivi.

Nel corso della sua vita O’Regan aveva già mostrato grandi capacità di guardare lontano: nel 1950, da responsabile del servizio ristorazione presso il piccolo aeroporto di Shannon, sulla costa atlantica, trasformò un minuscolo chiosco di alimentari nel primo negozio al mondo che adottò la formula del “duty free”, poi imitata in tutto il mondo. In seguito, mentre i suoi connazionali continuavano ad emigrare, si è dedicato allo sviluppo dell’economia turistica dirigendo l’Ente del turismo irlandese per quindici anni. Da imprenditore, ebbe sempre a cuore lo sviluppo sociale del suo paese. Quando la pace sembrava irraggiungibile, continuava a sostenere che la via della cooperazione avrebbe avuto successo e sarebbe stata un’esperienza utile anche in altre aree di conflitto. Il tempo doveva dargli ragione.

Vent’anni fa, quelle tre esecuzioni a Gibilterra

L’8 marzo 1988 tre cittadini irlandesi, Mairead Farrell, Dan McCann e Sean Savage, furono crivellati di proiettili dalle teste di cuoio britanniche. L’esecuzione sommaria ordinata dal governo di Londra fu compiuta in pieno giorno, in una strada dell’isola di Gibilterra. I tre volontari dell’I.R.A. erano disarmati e le perizie balistiche hanno dimostrato che gli uomini dei Sas non intimarono loro di arrendersi prima di sparare. Sulla vicenda il governo britannico è stato anche condannato dalla Corte europea per i Diritti Umani nel 1995. Il ventennale della morte dei tre giovani viene celebrato con grande commozione in Irlanda del nord.