L’Argentina tra Memoria e resistenza

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Da oggi a domenica 30 marzo si tiene a Roma “Argentina: ieri e oggi. Memoria, lotta e resistenza”, un’iniziativa organizzata dall’associazione di cooperazione italo-argentina Progetto Sur per contribuire alla costruzione della Memoria Collettiva. Immagini, cinema, incontri, testimonianze e dibattiti
per ricordare la necessità di avanzare verso una società diversa, che obbliga ad esercitare la memoria, appropriandosi criticamente del passato. Il programma, ricco e molto interessante, si svolge in Largo Dino Frisullo, all’interno del Campo Boario dell’ex mattatoio, zona Testaccio, a Roma. Ingresso libero

Olimpiadi da boicottare?

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Tanto da qui all’estate sarà uno dei principali argomenti di discussione. E allora tanto vale chiederselo subito. E’ giusto boicottare i Giochi estivi di Pechino? O è forse meglio propendere per una campagna come quella lanciata mesi fa da Amnesty International? L’Ong a difesa dei diritti umani è contraria al boicottaggio e pensa che le Olimpiadi siano un’occasione unica per mobilitare l’opinione pubblica e spingere il governo cinese verso una svolta radicale. Chi scrive la pensa esattamente allo stesso modo. Intanto durante la cerimonia per l’accensione della fiaccola è andata in scena la prima protesta mediatica. Non da parte degli attivisti tibetani, ma ad opera dei rappresentanti di Reporters sans Frontières, l’associazione che si batte per i diritti della libera stampa. Sono entrati in azione mentre parlava Liu Qi, presidente del comitato organizzatore di Pechino 2008: uno ha sventolato una bandiera con i cinque cerchi olimpici a forma di manette e la scritta «boicottate i Paesi che disprezzano i diritti umani», l’altro ha cercato di impadronirsi del microfono. Sono stati subito bloccati dal servizio di sicurezza. Una dozzina di manifestanti ha poi inscenato una protesta nelle strade di Olimpia. La tv cinese, manco a dirlo, ha sospeso la trasmissione in diretta della cerimonia, senza alcuna spiegazione.

Qui sotto è possibile rivedere le immagini censurate della protesta

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L’altra faccia del Kosovo indipendente

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Quando il Kosovo era parte della Serbia, la popolazione albanese, maggioritaria nella regione, era ovviamente una minoranza all’interno della repubblica serba. Ignorati per lunghi anni, i problemi della minoranza hanno guadagnato l’attenzione della “comunità internazionale” (cioè filoamericana) soltanto quando gli Stati Uniti hanno deciso di bombardare Belgrado. Era il 1999: due anni prima dell’11 settembre 2001, la capitale serba veniva colpita dalle bombe della Nato. Mai come allora è stata chiara la differenza fra Europa e Occidente: la Serbia faceva (e fa) parte della prima, ma non del secondo. Questo spiega perchè ogni anno la “comunità internazionale” commemora le vittime delle Twin Towers, civili innocenti, ma dimentica quelli di Belgrado, civili altrettanto innocenti.
Nel 1999 la difesa della minoranza albanese è stata inserita nel campionario delle cause occidentali: a un certo punto, è parso che l’unico modo per garantire questa minoranza fosse quello di trasformarla in maggioranza attraverso l’indipendenza. In realtà la posizione favorevole all’indipendenza del Kosovo non deriva da una sincera partecipazione ai problemi della minoranza albanese, ma dall’avversione nei confronti della Serbia. La secessione appare lecita perchè diventa il modo per “punire” Belgrado. Quando si sente dire che “i serbi non sono degli zuccherini” si capisce che l’indottrinamento dei media fedeli a Washington ha colpito un’altra volta nel segno. La Serbia è diventata così l’ennesimo “stato canaglia”, accanto alla Bolivia, all’Iran, al Venezuela.

Quale indipendenza?
La maggior parte dei paesi europei, Italia compresa, ha riconosciuto l’indipendenza del nuovo stato. Pochi hanno rifiutato di farlo: Grecia, Romania, Spagna. Si è detto che questi, in particolare la Spagna, l’hanno fatto per non incoraggiare i rispettivi movimenti indipendentisti. Ma si tratta di un’argomentazione semplicistica. Anzitutto perché la Catalogna e i Paesi Baschi sono inseriti in contesti del tutto diversi. Dal 1990 al 2006, inoltre, l’Europa ha visto cadere tre federazioni (Cecoslovacchia, Jugoslavia e Unione Sovietica) che si sono trasformate in ventitre stati. Dopo un simile terremoto continentale, quindi, i separatisti non avevano certo bisogno dell’esempio del Kosovo.
Ma il nodo centrale è un altro: l’indipendenza del Kosovo è un falso problema. La realtà si chiama Bondsteel, nome che indica la base Nato situata nei pressi di Uroševac (Kosovo orientale). Si tratta della più grande struttura militare costruita dagli Stati Uniti dopo la guerra del Vietnam (vedi foto sotto). Come dimostra il giornalista Michel Collon nel libro Media Lies and the Conquest of Kosovo (Unwritten History, 2007), la secessione del Kosovo riveste un’importanza centrale per l’espansionismo americano nell’area balcanica. La verità è questa: altro che indipendenza.
(A. Mich.)

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Verso la riunificazione dell’Irlanda

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“La riunificazione dell’Irlanda non è un sogno lontano ma un obiettivo al quale stiamo lavorando”: l’ha affermato oggi il presidente di Sinn Féin Gerry Adams nel corso delle celebrazioni svolte a Dublino per il 92esimo anniversario della Rivolta di Pasqua del 1916. Adams ha ribadito l’appello a tutti i partiti irlandesi che sostengono il progetto di riunificazione affinché lavorino a stretto contatto per raggiungerla prima possibile. “Dobbiamo impegnarci soprattutto per convincere il mondo unionista dei benefici dell’unità dell’isola e di un futuro condiviso fondato sul rispetto per le singole tradizioni. Stiamo per completare il lavoro iniziato dai ribelli del 1916.” Altri dettagli sulle dichiarazioni di Adams sono in questo articolo dell’Irish Times.

Sarebbe straordinario che la riunificazione dell’Irlanda arrivasse entro il 2016, per il centesimo anniversario dell’Easter Rising

Sono finalmente on-line anche le gallerie fotografiche sui murales di Belfast

 

Morta la psichiatra del processo di Norimberga

Alice Ricciardi Von Platen è morta a Cortona alcune settimane fa. Era rimasta uno degli ultimi simboli della Germania che usciva dal nazismo. Nel 1946 prese parte alla Commissione medica del secondo processo di Norimberga, quello che vide salire sul banco degli imputati medici, psichiatri e personale sanitario. Il suo lavoro iniziò a suscitare dibattito in Germania soltanto mezzo secolo più tardi a causa del lungo processo di rimozione cui fu sottoposta la memoria della “soluzione finale”. Soltanto nel 1993, a riunificazione avvenuta, il suo libro “Il nazismo e l’eutanasia dei malati di mente” è stato ristampato ed è cominciato a circolare, divenendo quasi un best-seller.

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Il volume (tradotto anche in italiano nel 2000) contiene la più meticolosa e agghiacciante ricostruzione dei crimini compiuti dalla psichiatria nazionalsocialista con il ‘programma di eutanasia’ che ebbe ufficialmente avvio con una breve lettera datata 1 settembre 1939, con la quale Hitler incaricò Karl Brandt, suo medico personale, di operare affinché venisse concessa “la morte per grazia ai malati considerati incurabili”. Nacque così Aktion T4, il piano che dal gennaio 1940 all’agosto dell’anno successivo portò all’eliminazione di circa 70.000 persone tra disabili, malati di mente e malati cronici considerati inguaribili. Per la prima volta i nazisti sperimentarono l’uso delle camere a gas, in una spaventosa prova generale dell’Olocausto. Nel settembre 1941 Aktion T4 venne ufficialmente sospesa ma le uccisioni proseguirono fino alla fine della guerra: almeno altre 120.000 persone vennero uccise nelle cliniche, negli ospedali e negli ospizi con diete di fame, con overdose di tranquillanti e medicinali per uso psichiatrico. Von Platen sintetizzò magistralmente i comportamenti dei medici, spiegando che “nessuna distinzione scientifica veniva fatta tra i malati, tutti ugualmente considerati folli, mentre i cervelli venivano scambiati, per gli esperimenti di frenologia, tra un istituto e l’altro. Nel progetto furono coinvolti un centinaio di medici, fra cui alcuni giovani molto ideologizzati, le nuove leve mediche delle Ss”.
La giovane scienziata aveva frequentato le scuole insieme a uno dei figli di Thomas Mann, Golo (poi diventato uno dei più grandi storici tedeschi), si era laureata in medicina nel 1934 e aveva iniziato a dedicarsi alla psichiatria frequentando gli istituti che accoglievano pazienti affetti da epilessia, schizofrenia e disturbi mentali. Ebbe poi modo di spiegare che l’avevano sempre colpita la diversità e il modo in cui queste persone venivano maltrattate e non considerate malate. Divenne presto allieva di Michael Balint, lo psicanalista ungherese che predicava il recupero del paziente come “persona” e cercava di sensibilizzare i medici alle componenti interpersonali della terapia. Dopo la guerra continuò a lavorare a lungo su follia e pulizia etnica, continuando a battersi contro l’eutanasia e contro la violazione dei diritti dei malati negli ospedali psichiatrici. Fondò istituzioni per la formazione di gruppo analisi in Inghilterra, in Germania e in Ucraina. Dopo aver sposato un italiano cominciò a dividere la sua vita tra Roma e Cortona, dove ha trascorso i suoi ultimi anni lavorando come psicoterapeuta. Accettando sempre – anche negli ultimi anni – di portare la sua preziosa testimonianza a dibattiti, incontri nelle scuole e a seminari sulla psicanalisi.
(Riccardo Michelucci, da “Diario” n 4/2008)