Morta la psichiatra del processo di Norimberga

Alice Ricciardi Von Platen è morta a Cortona alcune settimane fa. Era rimasta uno degli ultimi simboli della Germania che usciva dal nazismo. Nel 1946 prese parte alla Commissione medica del secondo processo di Norimberga, quello che vide salire sul banco degli imputati medici, psichiatri e personale sanitario. Il suo lavoro iniziò a suscitare dibattito in Germania soltanto mezzo secolo più tardi a causa del lungo processo di rimozione cui fu sottoposta la memoria della “soluzione finale”. Soltanto nel 1993, a riunificazione avvenuta, il suo libro “Il nazismo e l’eutanasia dei malati di mente” è stato ristampato ed è cominciato a circolare, divenendo quasi un best-seller.

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Il volume (tradotto anche in italiano nel 2000) contiene la più meticolosa e agghiacciante ricostruzione dei crimini compiuti dalla psichiatria nazionalsocialista con il ‘programma di eutanasia’ che ebbe ufficialmente avvio con una breve lettera datata 1 settembre 1939, con la quale Hitler incaricò Karl Brandt, suo medico personale, di operare affinché venisse concessa “la morte per grazia ai malati considerati incurabili”. Nacque così Aktion T4, il piano che dal gennaio 1940 all’agosto dell’anno successivo portò all’eliminazione di circa 70.000 persone tra disabili, malati di mente e malati cronici considerati inguaribili. Per la prima volta i nazisti sperimentarono l’uso delle camere a gas, in una spaventosa prova generale dell’Olocausto. Nel settembre 1941 Aktion T4 venne ufficialmente sospesa ma le uccisioni proseguirono fino alla fine della guerra: almeno altre 120.000 persone vennero uccise nelle cliniche, negli ospedali e negli ospizi con diete di fame, con overdose di tranquillanti e medicinali per uso psichiatrico. Von Platen sintetizzò magistralmente i comportamenti dei medici, spiegando che “nessuna distinzione scientifica veniva fatta tra i malati, tutti ugualmente considerati folli, mentre i cervelli venivano scambiati, per gli esperimenti di frenologia, tra un istituto e l’altro. Nel progetto furono coinvolti un centinaio di medici, fra cui alcuni giovani molto ideologizzati, le nuove leve mediche delle Ss”.
La giovane scienziata aveva frequentato le scuole insieme a uno dei figli di Thomas Mann, Golo (poi diventato uno dei più grandi storici tedeschi), si era laureata in medicina nel 1934 e aveva iniziato a dedicarsi alla psichiatria frequentando gli istituti che accoglievano pazienti affetti da epilessia, schizofrenia e disturbi mentali. Ebbe poi modo di spiegare che l’avevano sempre colpita la diversità e il modo in cui queste persone venivano maltrattate e non considerate malate. Divenne presto allieva di Michael Balint, lo psicanalista ungherese che predicava il recupero del paziente come “persona” e cercava di sensibilizzare i medici alle componenti interpersonali della terapia. Dopo la guerra continuò a lavorare a lungo su follia e pulizia etnica, continuando a battersi contro l’eutanasia e contro la violazione dei diritti dei malati negli ospedali psichiatrici. Fondò istituzioni per la formazione di gruppo analisi in Inghilterra, in Germania e in Ucraina. Dopo aver sposato un italiano cominciò a dividere la sua vita tra Roma e Cortona, dove ha trascorso i suoi ultimi anni lavorando come psicoterapeuta. Accettando sempre – anche negli ultimi anni – di portare la sua preziosa testimonianza a dibattiti, incontri nelle scuole e a seminari sulla psicanalisi.
(Riccardo Michelucci, da “Diario” n 4/2008)

Tolstoj in Cecenia

Non esistono mezze misure per chi racconta la guerra in Cecenia: o finisce ammazzato perché cerca di scoprire la verità (la povera Anna Politkovskaya è solo l’ultimo esempio) o viene celebrato come il nuovo Tolstoj perché riesce a trasformare in letteratura uno tra i più oscuri conflitti moderni. A Mosca non hanno ancora trovato una soluzione alla matassa cecena, ma in compenso sono certi di aver scovato nientemeno che l’erede intellettuale dell’autore di “Guerra e pace”.

Molti elementi suggeriscono un parallelismo tra Lev Tolstoj e il trentenne Arkady Babchenko. Entrambi soldati nel Caucaso (in Crimea e, appunto, in Cecenia), si mettono a scrivere dopo essere tornati profondamente cambiati dall’esperienza del fronte. Entrambi subiscono tentativi di censura perché gettano pesanti ombre sul comportamento dell’esercito russo. Come il suo illustre predecessore, anche Babchenko racconta la guerra dall’interno con una sintesi perfetta di realismo e immaginazione, crudezza e lirismo. Il suo “A soldier’s war in Chechnya” è stato paragonato ai “Racconti di Sebastopoli” di Tolstoj, ha vinto il premio come miglior debutto letterario in patria e sta raccogliendo grandi consensi anche all’estero: dopo l’edizione inglese appena uscita, nei prossimi mesi sarà tradotto anche in francese, in tedesco e in italiano.

Ecco il mio articolo uscito su “Avvenire”

 

 

L’equivoco tibetano

I tragici fatti degli ultimi giorni hanno riportato in primo piano la questione tibetana. L’avvicinarsi delle XXIX Olimpiadi, che si terranno in varie città cinesi dall’8 al 27 agosto, hanno contribuito a ravvivare l’attenzione per un tema che buona parte dell’opinione pubblica aveva accantonato. Il Tibet vive da 58 anni sotto l’occupazione cinese. Gli effetti sociali, culturali ed ecologici di questa situazione sono spaventosi. Preoccuparsi e manifestare è sacrosanto, ma senza dimenticare che in Cina esistono anche altre minoranze ugualmente oppresse. Gli Uiguri, musulmani dell’estremo nordovest, vengono repressi ancora più duramente che in passato, nel nome della “lotta al terrorismo”. Come chiunque puù intuire, la loro adesione alla religione islamica li penalizza ulteriormente. Restano avvolti nel buio più totale, invece, i 5.000.000 di mongoli che vivono nella cosidetta “Mongolia interna”, ai confini con l’omomina repubbica indipendente. Come è accaduto in Tibet, Pechino ha promosso una massiccia immigrazione interna di Han (i cinesi propriamente detti) in modo da ridurre la percentuale della popolazione autoctona. Ai popoli suddetti dobbiamo poi aggiungere le altre 52 nazionalità indigene riconosciute da Pechino. Minoranze che in molti casi si contano in milioni.
In sostanza, l’insieme delle minoranze supera i 100 milioni e rappresenta quasi il 9% della popolazione, mentre occupa il 60% della sconfinata repubblica asiatica. Denunciare soltanto quello che accade in Tibet, quindi, non ha senso. Anzi, non fa altro che gettare gli altri in un oblio ancora più profondo. Oggi si parla molto di diritti negati: in campo sociale, politico, religioso. Ma spesso si dimentica che la denuncia di tali realtà non dovrebbe mai essere selettiva: se è vero che questi diritti appartengono a tutti, non possono essere un privilegio di pochi. Se si eccettua il caso tibetano, le minoranze della Cina non hanno, e non avranno mai, un Dalai Lama che garantisca loro visibilità internazionale. Allora spetta agli altri, cioè a noi, decidere se contano soltanto le tragedie che colpiscono chi dispone di questa visibilità. Quella dei popoli tibetani – che non sono solo i monaci – è una tragedia immane, ma non dovrà mai legittimare l’oblio delle altre minoranze, torchiate quotidianamente con la stessa durezza spietata.
(A.Mich.)

Che fine hanno fatto i pacifisti?

baghdad.jpgA cinque anni dall’aggressione statunitense all’Iraq, Firenze dedica una giornata di approfondimento e riflessione sullo stato di salute e le prospettive del movimento pacifista. L’evento a ingresso gratuito si svolgerà al Viper Theatre di via Lombardia, zona Le Piagge. Alle 18.30 discussione/aperitivo con Lisa Clark (Beati i costruttori di Pace), Tommaso Fattori (Forum mondiale alternativo dell’acqua), Marco Romoli (un Tempio per la Pace), Martina Taci (Volontaria del Campo di lavoro in Libano coordinato dal Servizio Civile Internazionale). Coordinerà Riccardo Michelucci.
Alle 21 la compagnia ‘Saverio Tommasi’ metterà in scena in anteprima assoluta ‘il mio nome è mai più’ di Domenico Guarino, tratto dall’omonimo racconto vincitore del premio 2007 “Firenze per le culture di pace”, intitolato a Tiziano Terzani. Il monologo è la storia del movimento pacifista visto attraverso gli occhi di una bandiera della pace. Occhi critici, disillusi, ma ancora pieni di speranza. Saranno inoltre allestite due mostre fotografiche (una retrospettiva sul movimento pacifista fiorentino a cura di Marco Quinti e A sud di Tyro: Fotogrammi tra Libano e Palestina”. una collettiva di immagini dai campi profughi palestinesi in Libano). In sala video saranno proiettati i filmati prodotti dai ragazzi e dalle ragazze palestinesi impegnate nel progetto di Media Education che si è tenuto dal 22 dicembre 2007 al 5 gennaio 2008 in 5 villaggi del sud del Libano.

“Iraq Body Count”: le vittime civili della crisi irachena seguita all’aggressione Usa sono ormai quasi 90.000