Martin Luther King è ancora vivo

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A quarant’anni esatti dalla sua morte, Martin Luther King  viene ricordato in centinaia di manifestazioni negli Stati Uniti. La cerimonia più importante si è svolta al Congresso, a Washington: fu proprio lì che il 28 agosto 1963 MLK pronunciò il più celebre dei suoi discorsi, “I have a dream…” (qui sotto è possibile rivedere un estratto).
Oggi il dibattito sulla questione razziale è tornato ad attraversare l’America, rilanciato dal discorso tenuto in campagna elettorale dal senatore nero dell’Illinois, Barack Obama. Tra le centinaia di manifestazioni organizzate per ricordare Martin Luther King, è prevista una marcia proprio a Memphis, in Tennessee, dove il pastore battista fu ucciso. Una commemorazione, stasera, anche a Roma.

Un estratto video del famoso discorso “I have a dream”:

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Nessun mea culpa inglese per l’Irlanda. Neanche sulla “Bloody Sunday”

Dieci anni di pace non sono bastati per convincere finalmente Londra che è tempo di ammettere le proprie gravissime responsabilità storiche sulla guerra che ha devastato l’Irlanda del nord per circa trent’anni. E’ quanto si evince dal libro appena uscito scritto dal diplomatico inglese Jonathan Powell, braccio destro e ‘uomo ombra’ di Tony Blair durante tutto il processo di pace anglo-irlandese. La versione della storia è purtroppo la solita di sempre: il governo inglese – con i suoi soldati e le sue forze di polizia che torturavano e ammazzavano civili – avrebbe svolto un ruolo di pacificazione. La guerra sarebbe stata causata soltanto dai soliti ‘terroristi’ e dagli ‘odi ancestrali tra le comunità irlandesi’. Un delirio che vale, manco a dirlo, anche per le 14 vittime della “Bloody Sunday” del 1972. Se non fosse tragico, sarebbe tutto da ridere. Sembra proprio che il tempo, tra i palazzi del potere di Downing street, sia trascorso invano.

Approfondimenti nell’articolo uscito oggi su “Avvenire”.

Dieci anni di pace in Irlanda del Nord. Un convegno a Roma

E’ trascorso un decennio esatto dalla firma dell’Accordo del Venerdì Santo di Belfast, storico approdo del lungo processo di pace anglo-irlandese. Nell’occasione, la mattinata di sabato 5 aprile si tiene a Roma il convegno “Ulster: storia di un conflitto e di un processo di pace”. Interverranno  John Gibney, docente all’Università di Galway e Silvia Calamati, giornalista e scrittrice, autrice del pluripremiato libro “Figlie di Erin”.

L’appuntamento, rivolto a insegnanti, cultori della materia e appassionati, si terrà presso la sede dell’AICI, associazione interculturale italo-irlandese, in Via Tiberio Imperatore 5, Roma. Tel. +39 06 5412597 – Fax +39 06 54275266 – aiciroma@tin.it

Questo video ripercorre a grandi linee la storia del processo di pace anglo-irlandese:

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La derubricazione del fascismo

In un articolo comparso alcuni giorni fa su “La Stampa”, lo storico Giovanni De Luna  ripropone il problema della cosiddetta “memoria per legge”. Con la conversione in legge del “decreto milleproroghe”, il governo italiano ha affidato agli ebrei il restauro del padiglione italiano di Auschwitz, dimenticando di fatto i deportati politici. Ecco l’intervento (come sempre lucido e condivisibile) di De Luna: memorial.jpg

Ad allestire il padiglione italiano del Museo di Auschwitz (inaugurato nel 1980) furono chiamati Primo Levi per i testi, Luigi Nono per la colonna sonora, Ludovico di Belgioioso per l’architettura, Mario Samonà per l’affresco che decora le pareti. Si tratta quindi di un monumento di grande valore artistico. Il problema è capire oggi se quella rappresentazione della storia della deportazione sia ancora in grado di trasmettere conoscenza storica, se i criteri validi negli anni ‘70, quando l’opera fu concepita, possano resistere validamente alle rotture e alle discontinuità del post-Novecento. Una cosa è un’opera d’arte, un’altra è la sua ricezione nel tempo, che cambia così come cambiano gli sguardi delle generazioni e i significati che le si attribuiscono. Il Memorial italiano fu allora fortemente voluto dall’Aned, l’associazione degli ex deportati politici; ed è oggi fieramente difeso nella sua integrità dalla stessa Aned che ha reagito con asprezza alle critiche di chi – come me – ritiene del tutto inadeguata quella forma di allestimento espositivo. In una lettera aperta, il suo presidente, l’avvocato Gianfranco Maris, critica con toni allarmanti l’iniziativa della Presidenza del Consiglio («un attacco alla democrazia»), esprimendo il timore che si tratti del tentativo di sostituire «una memoria civile della deportazione politica e della lotta antifascista della resistenza» con «una memoria tematica e didattica sul genocidio ebraico». È un fatto che quel provvedimento ha modificato i termini di un confronto che fin qui si era svolto su un terreno storiografico e culturale. L’Aned, che pure resta la proprietaria del blocco 21, non solo non è stata coinvolta nell’elaborazione, ma non viene neanche invitata a far parte della Commissione che deve avviare il restauro del padiglione. Il progetto del governo sembra invece rivolgersi direttamente a organizzazioni ebraiche come il CDEC e l’UCEI, lasciando affiorare un conflitto di memoria che ha già coinvolto molti paesi europei, specialmente la Francia. Se da un lato, per decenni la memoria della Resistenza, dell’antifascismo e della deportazione politica era così straripante da annettersi anche quella della Shoah, oggi la situazione si è capovolta e nel segno della Shoah a rischiare di sparire dal discorso pubblico e dalla nostra memoria collettiva è proprio l’antifascismo. Quella che si definisce memoria collettiva non è affatto il risultato di un ricordo ma di un patto per cui ci si accorda su ciò che è importante trasmettere alle generazioni future. I confini storici e culturali che circoscrivono questo patto sono fluidi, dinamici, cambiano a seconda delle fasi che scandiscono il corso politico degli eventi; in Italia, quelli su cui si fondava la memoria della Shoah, ad esempio, all’inizio erano circoscritti ai sopravvissuti e alle loro famiglie: poi si sono estesi fino ad abbracciare per intero lo schieramento politico di sinistra. Anzi, negli anni Settanta, la memoria della Shoah poteva essere considerata un elemento costitutivo dell’identità della sinistra, uno di quegli ambiti in cui era possibile distinguerla senza esitazioni dalla «destra». Oggi quei confini sono amplissimi e hanno inglobato, anche Gianfranco Fini e il suo partito. Con effetti paradossali. Per prendere le distanze dal fascismo basta condannare l’infamia delle leggi razziali del 1938, quasi che quelle leggi esaurissero per intero la dimensione totalitaria del regime e possano oggi costituire un ottimo pretesto per chi vuole dimenticare che il fascismo prima uccise la libertà e la democrazia e poi perseguitò gli ebrei.Una memoria collettiva diventa ufficiale quando a stabilire i confini del patto su cui si fonda interviene la sanzione dello Stato, quando, cioè, la Memoria si incontra con la Politica. Oggi la Shoah rischia di essere imbalsamata in una elefantiaca dimensione istituzionale: le celebrazioni per la «giornata della memoria», gli sforzi per diffondere nella scuole una specifica «didattica della Shoah», l’intervento della Presidenza del Consiglio su un «luogo» come il Memorial, adombrano una monumentalizzazione che avrebbe effetti devastanti proprio sui delicati meccanismi della trasmissione della memoria alle nuove generazioni: una storia sovraccarica di «ufficialità» favorisce più l’oblio che il ricordo.
(Giovanni De Luna, da “La Stampa”, 28 febbraio 2008)

Se la campagna elettorale strumentalizza la Memoria

In Italia, purtroppo, la campagna elettorale ammette qualsiasi genere di scorrettezza o pusillanimità. Dunque non stupisce che Giuliano Ferrara si produca in un uso fuorviante e truffaldino della Memoria dell’Olocausto per i suoi fini elettorali. Distorcendo pro domo sua la realtà storica in un articolo uscito sul suo quotidiano “Il Foglio”. Il pezzo (firmato da Giulio Meotti, candidato nella lista anti-abortista di Ferrara) racconta la storia di Wanda Poltawska, ex deportata nel lager nazista di Ravensbruck per cercare di ribadire ancora una volta che la vita va difesa sempre e comunque. Anche a costo, ovviamente, di raccontare falsità. Meno male che a ristabilire i fatti, come sono realmente andati, ci ha pensato il sempre illuminante Wlodek Goldkorn.