La banalità del male

C’è un genocida tra noi. O meglio, c’è stato. Ha vissuto accanto a noi, a un passo dalle nostre case, ha fatto lezioni di catechismo ai nostri figli, ha recitato messa e confessato tanti fiorentini. Ma qualche anno prima di riempirsi la bocca con parole come “perdono”, “pace” e “solidarietà”, si era reso responsabile della morte di almeno 1500 ruandesi di etnia tutsi. Stiamo parlando di “Don Atanasio”, al secolo Athanase Seromba, il simpatico e brillante prete di colore che nella seconda metà degli anni ’90 ha fatto parte attivamente della parrocchia fiorentina di S. Martino a Montughi, nei pressi di via Vittorio Emanuele. seromba.jpg

Ieri la Corte d’Appello del tribunale internazionale per il crimini del Ruanda l’ha condannato all’ergastolo per aver commesso atti di genocidio e sterminio durante la mattanza che sconvolse il piccolo Paese africano nel 1994. Una valanga di prove e testimonianze hanno accertato che don Atanasio aveva attirato all’interno della sua parrochia a Nyange, nella prefettura di Kibuye, almeno 1500 persone. Aveva assicurato a tutti che lì, al cospetto di Gesù e della Madonna, protettrice del Ruanda, sarebbero stati in salvo. Le bande armate hutu non avrebbero osato entrare nella cattedrale. Invece mentre i rifugiati pregavano, ha chiuso a chiave le porte della chiesa, e ha ordinato all’autista di un bulldozer di abbattere l’edificio mentre gli assassini sparavano e lanciavano granate dalle finestre. Fu un massacro soprattutto di donne, vecchi e bambini. Dicono che durante il lungo processo il candido don Atanasio non abbia mostrato alcun segno di pentimento e non abbia riconosciuto le sue responsabilità. La corte ha constatato che senza la sua autorità morale quel massacro non sarebbe stato commesso.
A coprire la sua fuga in Italia era stato il Vaticano: con l’aiuto delle gerarchie vaticane si era rifugiato a Firenze, aveva cambiato nome, (padre Anastasio Sumbabura) e aveva continuato a officiare messa come se nulla fosse accaduto. Era stato poi riconosciuto e denunciato, ma l’allora procuratrice del Tribunale dell’Onu, Carla del Ponte, aveva avuto difficoltà a ottenere l’estradizione perché il Vaticano aveva esercitato pressioni sul governo italiano per evitare che prendesse una decisione in proposito. I parrocchiani fiorentini, convinti a priori della sua innocenza, avevano addirittura costituito un comitato in sua difesa. Chissà cosa penseranno adesso che la sentenza del tribunale internazionale ha finalmente chiuso l’incredibile storia di questo genocida della porta accanto.

Spionaggio ideologico

muhe.jpgÈ ormai risaputo che tanti tedeschi dell’est siano stati spiati, durante il regime, dai vicini, dai colleghi, nonché da amici e familiari. L’apertura degli archivi della Stasi, la famigerata polizia politica della Germania (anti)democratica, non ha fatto che confermare la vastità del fenomeno descritto in modo magistrale nello splendido film “Le vite degli altri”. Un rapporto appena pubblicato afferma che gli informatori della Stasi in servizio al momento della caduta del Muro di Berlino erano nientemeno che 189.000. Secondo Helmut Müller-Enbergs, il ricercatore che ha diretto la ricerca, almeno uno su venti membri del partito comunista della Germania dell’est ha lavorato come informatore per la polizia segreta del regime. La maggior parte di loro aveva un’età compresa tra i 25 e i 40 anni. Viene spontaneo chiedersi perché l’abbiano fatto. Ebbene, la prima motivazione, secondo lo stesso rapporto, era “una ferma convinzione nell’ideologia politica dello stato comunista”. Contenti loro…

Su calcio e dittatura

Tra i tanti anniversari significativi che cadono quest’anno, c’è anche quello del Mondiale di calcio del 1978 in Argentina. Un campionato del mondo tristemente noto per essersi svolto nel bel mezzo del famigerato regime militare. Negli stessi giorni in cui Crujiff e Passarella, Bettega e Rummenigge si sfidavano per conquistare l’ambita coppa e migliaia di tifosi seguivano le loro gesta con trepidazione, i militari della giunta del generale Videla imprigionavano, torturavano, ammazzavano un’intera generazione di argentini. Anche a Buenos Aires in quegli anni calcio e dittatura hanno stretto un patto di sangue che oggi viene raccontato in un documentario appena uscito – intitolato “Tapa Sangre” – nel quale il giovane regista argentino Christian Remoli ha intervistato i giocatori della nazionale argentina di allora. Sollecitandoli a raccontare, per la prima volta, le pressioni e le intimidazioni ricevute dai militari. Cercando anche di chiarire la vicenda della partita “sospetta”, quel 6 a 0 che i biancazzurri di Menotti inflissero al Perù.
Una vicenda che puzza addirittura di narcotraffico…

Italiani brava gente?

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Lidia Santarelli, storica italiana della New York University, ha realizzato un documentario “La guerra sporca di Mussolini”, nel quale fa luce su uno dei tanti crimini italiani dimenticati della Seconda Guerra Mondiale. È l’eccidio di Domenikon del 1943, la piccola Marzabotto di Tessaglia, e fu il primo massacro di civili in Grecia durante l’occupazione delle nostre truppe. Gli uomini della Divisione Pinerolo circondarono il villaggio, rastrellarono la popolazione e la radunarono sulla piazza centrale. Poi i caccia scaricarono bombe incendiarie cancellando cose e persone. Ovviamente il documentario va in onda su History Channel. La Rai, come sempre troppo impegnata tra fiction istituzionali, marchette politiche e intrattenimento-spazzatura, non ha tempo per informare la popolazione su fatti del genere. Per fortuna ne ha parlato L’Espresso.

Brendan O’Regan (1917-2008)

Imprenditore “visionario” e pacifista ante litteram, nel 1979 dette vita a “Cooperation Ireland”, la prima Ong che voleva riavvicinare gli abitanti delle due parti dell’isola attraverso progetti di cooperazione. Mentre il conflitto in Irlanda del nord viveva gli anni più drammatici, lui si convinse che solo creando rapporti costruttivi tra la Repubblica e il nord britannico sarebbe stato possibile promuovere uno sviluppo socio-economico per tutta l’isola, e che questo poteva essere il grande motore della pace. All’epoca sembrò un’impresa utopica, invece col tempo si rivelò rivoluzionaria e lungimirante, tanto da lasciar intravedere quale sarebbe stato il futuro del paese nei decenni successivi.

Nel corso della sua vita O’Regan aveva già mostrato grandi capacità di guardare lontano: nel 1950, da responsabile del servizio ristorazione presso il piccolo aeroporto di Shannon, sulla costa atlantica, trasformò un minuscolo chiosco di alimentari nel primo negozio al mondo che adottò la formula del “duty free”, poi imitata in tutto il mondo. In seguito, mentre i suoi connazionali continuavano ad emigrare, si è dedicato allo sviluppo dell’economia turistica dirigendo l’Ente del turismo irlandese per quindici anni. Da imprenditore, ebbe sempre a cuore lo sviluppo sociale del suo paese. Quando la pace sembrava irraggiungibile, continuava a sostenere che la via della cooperazione avrebbe avuto successo e sarebbe stata un’esperienza utile anche in altre aree di conflitto. Il tempo doveva dargli ragione.