Il Senato in buone mani

Certo non si può dire che la seconda carica dello Stato italiano non sia in buone mani. Negli anni ’80 Renato Schifani è stato socio del futuro boss di Villabate Antonino Mandalà (8 anni in primo grado per associazione mafiosa) e dell’imprenditore Benny D’Agostino (condannato per concorso esterno in associazione mafiosa) nella società di brokeraggio Sicula Brokers. Quelli di Mandalà e D’Agostino sono nomi che a Palermo indicano quella zona grigia in cui impresa, politica e mafia si confondono.
Politico di scuola democristiana, Schifani è stato eletto nel collegio di Corleone, cuore di quella Sicilia che ha dato il cento per cento degli eletti a Forza Italia. Qualche anno prima di diventare presidente del Senato, Schifani si segnala anche per aver firmato il lodo che porta il suo nome e che prevedeva l’immunità e la sospensione dei processi in corso per le cinque più alte cariche dello Stato. Quasi un atto premonitore. Peccato che la Corte costituzionale l’abbia bocciato nel gennaio 2004.

Ciao “Foco”, Firenze non dimenticherà

Si è spento ieri, a 82 anni, il partigiano Enio Sardelli detto “Foco”, uno dei simboli della Liberazione di Firenze, da sempre impegnato per far conoscere i valori e la storia della Resistenza. Ormai cieco e malato, dal suo ricovero in ospedale continuava a essere responsabile della sezione Oltrarno dell’Anpi. Non ha mai rinunciato a raccontare la sua storia e a parlare ai giovani, nelle piazze, nelle scuole, ovunque possibile. Qualche giorno prima delle ultime elezioni politiche, ha voluto lasciare una toccante testimonianza alle giovani generazioni su Youtube.
Intanto sempre ieri, nel giorno dell’elezione di Gianni Alemanno a sindaco di Roma, qualcuno ha distrutto a martellate la targa in memoria delle vittime delle Fosse Ardeatine che si trovava in piazza della Stazione vecchia ad Ostia, quartiere del litorale romano. Al suo posto hanno lasciato la scritta “il popolo di Ostia inneggia al Duce”. Ovviamente il gesto si commenta da solo.

Onore alla blogger cubana

Nel suo popolarissimo blog “Generación Y”, la 32enne Yoani Sanchez racconta tutta l’insofferenza dei cubani nei confronti del regime. Sebbene sia filtrato dai server ufficiali del governo, lo spazio di dibattito senza censure creato da questa blogger dell’Avana ha raggiunto nel marzo scorso i quattro milioni di contatti ed è diventato il simbolo del cambiamento a Cuba, paese definito da Reporters Sans Frontieres “uno dei principali nemici di internet”. Ma se si escludono gli assalti degli hacker, nessuno ha finora cercato di intimidire Yoani, che spiega il suo successo con la scelta di non usare pseudonimi: il suo nome e la sua faccia sono infatti bene in vista nel suo blog. E all’inizio di aprile si è aggiudicata uno dei più prestigiosi riconoscimenti giornalistici spagnoli, il premio “Ortega y Gasset” per il giornalismo digitale. L’indirizzo del blog di Yoani Sanchez è http://www.desdecuba.com/generaciony

Il 25 aprile e le altre memorie contese in Italia

In un articolo uscito alcuni giorni fa sul domenicale del Sole 24 ore, lo storico Emilio Gentile ha parlato delle ricorrenze nazionali che in Italia continuano a essere un’occasione di scontro politico, invece che un momento d’unità. Nel nostro paese il problema dell’assenza di una memoria condivisa continua, purtroppo, a essere di grande attualità, e non soltanto in occasione del 25 aprile. Ma vediamo insieme a Gentile quali sono queste ricorrenti occasioni di scontro.

Prima di tutto il 20 settembre 1870: l’anniversario dell’annessione di Roma al Regno d’Italia ha visto mancare per circa un secolo i cattolici, i quali non parteciparono alle elezioni almeno sino al patto Gentiloni del 1913 e, direttamente, sino al 1919, quando si impose il partito popolare. Cinquant’anni di vita politica dimezzata, insomma, dopodiché è arrivata la dittatura.

Anche il 1861 non è una data che unì. Ricorda Gentile che “nel 1911, quando lo Stato celebrò i primi cinquant’anni di unità, gli italiani cattolici, socialisti, repubblicani, nazionalisti e internazionalisti protestarono contro l’Italia monarchica nella quale non si riconoscevano.

Che dire poi del 4 novembre 1918, simbolo della vittoria (dimezzata) che contrappose fascisti e antifascisti, nazionalisti e internazionalisti, in uno scontro con toni da guerra civile che si concluse con l’avvento della fascismo?

Fascismo dal quale ci liberammo il 25 aprile. “Nel 1945 celebrammo uniti – ricorda Gentile – Poi con la Guerra Fredda cominciò una guerra civile ideologica fra gli italiani comunisti e gli italiani anticomunisti, che reciprocamente si accusarono di essere traditori della Patria, al servizio dello straniero”.

Le elezioni del 13-14 aprile, potrebbero davvero aver segnato la fine di questa guerra ideologica perché dal parlamento italiano mancano per la prima volta sia sigle comuniste o postcomuniste sia sigle postafasciste. La speranza è l’ultima a morire…

L’articolo di Emilio Gentile è qui

In occasione del 25 aprile consiglio a tutti di guardare il video di “Poveri partigiani” di Ascanio Celestini (cliccate qui sotto)

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=HhoRtJSTgNM]

La silenziosa scomparsa dell’Armenia

Oggi gli armeni di tutto il mondo ricordano “Metz Yeghern”, il Grande Male, ovvero la tragedia di cui fu responsabile il governo turco nel 1915 e che Ankara ancora nega con ogni mezzo. Centinaia di migliaia, secondo alcuni oltre un milione e mezzo di uomini, donne e bambini scomparvero in base a un piano di deportazioni verso il nulla, i deserti della Siria da cui non sarebbero più tornati. Uccisi in maniera atroce, per fame, malattie, privazioni. Il 24 aprile di 93 anni fa a Costantinopoli iniziava il primo genocidio del secolo XX: sarebbe diventato una sorta di “modello” per altri orrori del genere. In quegli anni scomparve così una delle più grandi comunità cristiane del vicino Oriente. Ma il processo di rimozione della memoria storica degli armeni prosegue ancora oggi, e non soltanto attraverso il violento negazionismo messo in atto dal governo turco. I monasteri e le chiese che ricordano la storia armena (in alcuni casi risalenti fino al IV secolo d.c.) stanno lentamente scomparendo. Come si vede in alcune sconvolgenti foto del Genocide Education Project.

Questo era il monastero armeno di Arakelots, a Moush, nel 1960:

E questo è lo stesso monastero quarant’anni dopo, nel 2000:

Altre foto del genere si possono vedere qui