Il genocidio in Bosnia e le colpe dello stato serbo

Pubblicare i verbali delle sedute del Consiglio Supremo della Difesa di Belgrado sarebbe l’unico modo per fare luce definitivamente sul ruolo della Serbia nel genocidio bosniaco. È quanto sostiene un gruppo di 54 docenti universitari, intellettuali e attivisti per i diritti umani che in una lettera aperta alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja critica la sentenza che nel febbraio 2007 ha negato il coinvolgimento dello stato serbo nelle mattanze dei primi anni ’90. “Il verdetto della Corte è il risultato dell’assenza di prove e di concessioni politiche al governo serbo. E tenere segreti quei verbali è come svolgere il processo di Norimberga celando le prove a carico dei gerarchi nazisti”, si legge nell’appello, firmato tra gli altri da Bianca Jagger e dalla presidentessa del Comitato dei giuristi serbi per i diritti umani, Biljana Kovacevic.

Peppino, che non voleva convivere con la Mafia

La “Veleggiata Antimafia” in memoria di Peppino Impastato partirà lunedì 14 aprile da Sanremo. Raggiungerà le coste siciliane l’8 maggio, trentesimo anniversario dell’uccisione del coraggioso giovane simbolo della lotta alla mafia. Un’iniziativa promossa dal Centro Culturale Peppino e Felicia Impastato di Sanremo, che prevede tappe a Savona, Genova, La Spezia, Livorno, Anzio, Napoli, Troppa, Messina. In ogni località l’imbarcazione sosterà per una media di due giorni organizzando concerti, spettacoli proiezioni di filmati e incontrando associazioni, enti locali, istituzioni pubbliche e private, scuole e i cittadini del posto.

In quel tragico 9 maggio del 1978 il corpo di Peppino Impastato, assassinato dai sicari della mafia, fu rinvenuto sui binari della ferrovia di Cinisi con una carica di tritolo posta sotto il suo corpo. All’epoca Peppino era candidato alle amministrative comunali nelle file di Democrazia Proletaria e nonostante la sua scomparsa i cittadini di Cinisi lo votarono ugualmente eleggendolo simbolicamente al consiglio comunale. I giornali parlarono di un atto terroristico e si cercò di sviare le indagini ipotizzando un probabile suicidio.
Solo nel 2001 dopo un iter processuale durato quasi 23 anni Vito Palazzolo fu giudicato colpevole materiale dell’omicidio Impastato e condannato a 30 anni di reclusione. L’anno successivo Gaetano Badalamenti, mentre scontava una pena di 45 anni nelle carceri americane, fu indicato inequivocabilmente come il mandante del delitto e gli fu inflitto l’ergastolo. L’urlo di denuncia contro la mafia che ha accompagnato la vita di Peppino Impastato è un ricordo indelebile, e a distanza di trent’anni rimane un segno di straordinario impegno politico, sociale e culturale. Un esempio per tutti coloro che non intendono gettare la spugna contro l’insinuante fenomeno mafioso.

L’Olocausto dei bambini ceceni

Già autrice de “Il libraio di Kabul” e tra le più accreditate reporter di guerra d’Europa, la giornalista norvegese Asne Seierstad è tornata in Cecenia, nel disastrato paese dov’era già stata alla fine del 1995, quando da giovane cronista seguì gli eserciti di Yeltsin che avevano appena attaccato Grozny. “Il bambino dal cuore di lupo. Storie dall’inferno della Cecenia in guerra” è il suo drammatico libro a metà tra reportage e racconto letterario appena uscito in edizione italiana per Rizzoli. Di fronte all’incancrenimento di un conflitto che ha ucciso più di centomila civili, Seierstad ha sentito il bisogno di dare un volto alle vittime documentando l’umiliazione di un paese schiacciato dalla politica russa dell’era Putin. Una recensione del libro è uscita qualche giorno fa su “Avvenire”.

C’è un partigiano su Youtube

“La Costituzione italiana? Non va cambiata, va applicata. La libertà? E’ una pianta che va bagnata tutti i giorni”. Il più sincero e commovente video-appello agli elettori, soprattutto a quelli più giovani, non arriva da un candidato, ma da un uomo che in gioventù ha fatto politica a rischio della propria vita. Enio Sardelli detto “Foco”, 82 anni, cieco, è il presidente della sezione A.N.P.I. Oltrarno di Firenze. Avendo fatto la Resistenza, crede fermamente che i valori sanciti nella nostra Carta costituzionale siano sacri e imprescindibili.

E lo ricorda a tutti, con una passione straordinaria.

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Chi ricorda le vittime dei regimi comunisti?

Il processo di integrazione europea, ormai da anni aperto ai paesi ex comunisti, rischia di favorire indirettamente un meccanismo di rimozione nei confronti della memoria delle vittime delle dittature filo-sovietiche. In alcuni casi questo atteggiamento è funzionale ai governi in carica, che preferiscono evitare di confrontarsi con un passato tanto recente quanto scomodo. Meno male che a cercare di contrastare questa tendenza ci pensano gli storici, aiutati dall’accesso a nuove fonti archivistiche. È il caso, per esempio, di Stefan Appelius, docente di scienza politica all’università di Oldenburg, che un giorno si è imbattuto quasi per caso in un referto sull’assassinio di un giovane tedesco in Bulgaria. Appelius ha cominciato a indagare e attraverso le interviste ad anatomopatologi e ed ex guardie di frontiera bulgare è riuscito a ricostruire una delle vie verso la libertà.

Secondo le sue ricerche almeno 4500 persone di vari paesi comunisti cercarono di attraversare la frontiera fra la Bulgaria e la Grecia. Almeno un centinaio di essi vennero uccisi. Una coppia di Lipsia nel 1975 venne eliminata con una raffica di colpi sparati a breve distanza: 35 pallottole toccarono a lui, 25 a lei. La polizia bulgara e la Stasi cercarono di catalogare questi omicidi come “incidenti stradali” ma ora le ricerche d’archivio stanno riportando a galla la verità. Quello che emerge dalle ricerche di Appelius è un fenomeno di grandi dimensioni, se si pensa  che furono mille le persone uccise durante i tentativi di lasciare la Germania Est. I caduti nel tentativo di attraversare il muro di Berlino furono 134. Purtroppo, pare che l’attuale governo bulgaro non stia collaborazndo alla ricostruzione dei fatti.
A raccontare questa storia è stato l’International Herald Tribune