Se n’è andato il re della musica gitana

(Articolo uscito anche su “Diario” in edicola oggi)

Un infarto ha portato via per sempre Šaban Bajramović, soprannominato il “Nat King Cole” della città serba di Niš. Aveva 72 anni ed è stato il più rappresentativo e prolifico cantante rom contemporaneo.

Nella Jugoslavia di Tito era diventato uno dei musicisti più amati del Dopoguerra. La sua popolarità l’aveva portato ben presto a varcare i confini balcanici per diventare uno dei migliori cantanti jazz viventi. Dopo averlo invitato per una serie di concerti in giro per l’India, Nehru e Indira Gandhi lo definirono “il re indiscusso della musica gitana”. Soffriva già di gravi disturbi cardiaci quando, nell’estate del 2004, si esibì in diverse serate memorabili a New York, Chicago e Washington. Fu in quell’occasione che la stampa specializzata statunitense arrivò a paragonarlo a Frank Sinatra e a Ray Charles. Nato a Niš nel 1936, era cresciuto praticamente analfabeta, perché la guerra gli aveva impedito di frequentare la scuola. A diciannove anni, con i nazisti cacciati da tempo dalla Jugoslavia, abbandonò l’esercito per amore di una ragazza e fu condannato per diserzione a tre anni di carcere da scontare nell’“isola calva”, nel famigerato gulag di Goli Otok. “Quando mi lamentai per la lunghezza della pena – ricordò qualche tempo fa – mi aggiunsero altri due anni e mezzo”. Ma alla fine gli anni passati in carcere ebbero anche conseguenze inaspettate. Goli Otok divenne il suo luogo d’ispirazione, la sua università: lesse migliaia di libri, imparò le note, sviluppò un raffinato orecchio musicale e cominciò a suonare il contrabbasso. La sua carriera artistica iniziò di fatto nell’orchestra del carcere, cantando brani di Coltrane, Armstrong e Sinatra. Del periodo trascorso nella prigione riservata agli oppositori del regime titino ricordò però anche il lavoro forzato, i pestaggi e i maltrattamenti da parte della polizia, particolarmente dura con chi non apparteneva all’ambiente politico. Il suo lungo percorso discografico ebbe inizio subito dopo, nel 1964, quando riuscì a far pubblicare il primo di una lunga serie di dischi – alla fine saranno circa una ventina – e partì per un giro del mondo con il suo gruppo “Crna mamba”. In oltre quarant’anni d’attività ha composto circa settecento canzoni e ha collaborato con tantissimi musicisti jazz, latin, blues e rock. Qualcuno gli attribuisce erroneamente anche la paternità di “Djelem, djelem”, l’inno ufficiale della nazione rom, diventato negli anni ‘70 uno dei cavalli di battaglia dei suoi concerti. Di certo le sue opere sono state un punto di riferimento per tantissimi artisti: alcuni onesti, come Goran Bregovic, che ha riconosciuto in più occasioni di essersi ispirato alla sua musica, altri che hanno invece sfruttato la sua innata idiosincrasia nei confronti della grande industria discografica e del mondo dei diritti d’autore. “Ho scelto la musica perché è una cosa divina – spiegò qualche anno fa al quotidiano serbo Novosti – non ho mai guardato al modo in cui la facevano gli altri, ho considerato la musica dal mio punto di vista. Nessuno mi può sostituire, in qualsiasi cantante posso ritrovare almeno metà delle mie canzoni”. A partire dagli anni ’80 ha recitato anche in alcuni film di registi serbi, ma neanche questo gli ha impedito di invecchiare povero, solo e con gravi problemi di salute. Sparsi per il mondo ha lasciato quattro figli e dodici nipoti.

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