I muri di Belfast, paradosso di una capitale europea

di Luca Sebastiani

Il conflitto in Irlanda del Nord si è ufficialmente concluso nel 1998, con la firma del Belfast Agreement, ma la situazione, a distanza di oltre venti anni, non è ancora del tutto pacificata. In tutta la regione, infatti, sono presenti e ben visibili dei segnali e dei simboli che lo testimoniano in maniera palese. Il caso della città di Belfast è piuttosto indicativo sotto questo punto di vista. Mentre il centro città ha un aspetto tipico da città moderna, da capitale europea nel ventunesimo secolo, basta allontanarsi e addentrarsi nei quartieri più periferici e popolari, che si possono individuare delle immagini anacronistiche. Muri, barriere, cancelli, recinzioni si stagliano nel panorama cittadino, tra le classiche case a schiera.
Sono i cosiddetti “peace lines”, costruiti soprattutto dalla fine degli anni’60 ovvero nei primi anni del conflitto dei Troubles, dove le violenze erano all’ordine del giorno; dovevano servire ad evitare che gli abitanti delle due comunità, una cattolica nazionalista e l’altra protestante unionista, che risiedevano nelle stesse aree, venissero a contatto facilmente. Il fatto che la città di Belfast non sia divisa perfettamente a metà tra le due comunità, stile Berlino del secondo dopoguerra, ha fatto sì che queste divisioni fisiche “fiorissero” in diversi punti urbani. Non c’era infatti una sola zona di “confine” dove si concentravano le violenze ma per tutta la città potevano esserci focolai di tensione. Ci sono infatti quartieri nazionalisti, come Short Strand, completamente circondati da aree unioniste, così come il contrario, quartieri unionisti circoscritti da quelli nazionalisti, per esempio Shankill. È piuttosto sorprendente il fatto che nessuno, sotto la soglia dei cinquanta anni, possa ricordarsi della città di Belfast senza un “peace wall”. La prima barriera, come detto in precedenza, fu installata nel 1969, e da quel momento ne spuntarono molte altre. Anche nel periodo in cui i gruppi paramilitari avevano dichiarato il proprio ‘cessate il fuoco’, e quindi la violenza diminuiva, venivano alzate barriere e muri, spesso per volontà stessa degli abitanti delle zone a rischio. Con il venir meno della difesa che in qualche modo i paramilitari assicuravano alle rispettive comunità, infatti, i cittadini delle zone di interfaccia necessitavano di qualcosa che li facesse sentire al sicuro, protetti. Le persone preferivano essere quasi ghettizzate, ma vivere con qualche protezione in più, reale o fittizia.
La cosa particolare è che nessuno sa esattamente quanti muri, cancelli ed interfacce (ovvero spazi contestati dove le tensioni possono arrivare a confronti fisici) ci siano attualmente a Belfast. Queste zone cambiano, escluse quelle più tradizionali, cambiano abbastanza rapidamente. Nel 2012 il Belfast Interface Project, un’organizzazione che ha come scopo quello di rivitalizzare le aree cittadine abbandonate o a rischio degrado, ha pubblicato un catalogo elencandone 99. I “peace walls” sono delle barriere fisiche che separano comunità ancora molto, troppo divise psicologicamente nelle loro convinzioni e nelle loro ragioni. Sicuramente nacquero come elementi di sicurezza e molto probabilmente senza un intento così duraturo, ma col passare del tempo hanno assunto un ruolo di barriere sostanzialmente insuperabili, ai cui opposti lati lo spirito settario e razzista è stato coltivato dalle due comunità contrapposte. Ad oggi queste zone sono teatro ancora purtroppo frequente del cosiddetto “recreational rioting”, ovvero il basso ma persistente livello di disordini creati dai ragazzi e dei giovani. Un fattore quindi di ostacolo al dialogo inter-comunitario, escludendo alcuni casi dove le zone di interfaccia sono divenute il luogo necessario e privilegiato per stabilire i contatti e le relazioni pacifiche tra le parti. Tra l’altro un fattore fondamentale, quasi inaspettato, per l’economia delle zone di interfaccia è quello relativo al turismo. I muri sono diventati negli anni dei simboli, quasi dei monumenti. Con i loro murales storici e i siti legati al conflitto, ogni anno vengono visitati da centinaia di migliaia di turisti. Si può dire che, per certi versi, sono comunque una fonte di guadagno per la città. A controbattere questa visione, oltre alle conseguenti divisioni psicologiche, si aggiunge un rapporto fatto dall’azienda Deloitte nel 2007, in cui viene valutato il prezzo altissimo da pagare di una società divisa come quella dell’Irlanda del Nord. Considerando sia i costi diretti, per intenderci quelli per la costruzione e il mantenimento delle barriere, sia i costi meno evidenti, ad esempio quelli necessari alla duplicazione di servizi, come le strutture ospedaliere, i parchi ed i centri ricreativi, la relazione di Deloitte ha stimato e riassunto i costi della divisione in un miliardo e mezzo di sterline annue, una cifra spaventosa.
La speranza è quella di riuscire a creare le condizioni per abbattere questi muri nel prossimo futuro. Qualcosa negli ultimi anni si è mosso. Nel 2013 le autorità a Stormont, l’allora primo ministro Robinson e il suo vice McGuinness (venuto a mancare nel marzo del 2017), si sono impegnati ad attuare una strategia volta a migliorare le relazioni tra le comunità per costruire una società unita e condivisa. All’interno dell’atto ministeriale si prometteva prima di ridurre e poi di demolire tutte le barriere ed i muri in Irlanda del Nord entro il 2023. Fino ad adesso i primi passi per mantenere questa promessa sono stati compiuti e qualche muro è stato rimosso e smantellato, purtroppo però appare piuttosto irrealizzabile il raggiungimento del risultato sperato entro la data indicata all’inizio. Abbattere i muri, senza però stravolgere il delicato equilibrio che, più o meno, è stato raggiunto nel corso degli anni dalle due comunità. I rischi a cui si potrebbe andare incontro, eliminando le barriere in zone in cui le comunità non sono ancora pronte per affrontare una condivisione totale, sono enormi. Un ritorno delle violenze dopo più di venti anni dall’Accordo di Pasqua, sarebbe una sconfitta per tutte le forze in causa. Alcuni muri sono già stati smantellati ma è stato necessario demolire localmente prima quelli psicologici, costruiti nella testa delle persone tra pregiudizi e paure. I cittadini, almeno la stragrande maggioranza, vogliono fortemente la pace, ma sono proprio loro spesso a volere che le barriere rimangano in piedi. L’Irlanda del Nord deve puntare molto su di un’educazione sana e egualitaria, in cui le nuove generazioni possano sentirsi liberi da tradizioni settarie secolari, che minano la pace e la serenità di questa regione troppo a lungo martoriata. Un ruolo importante all’interno delle due comunità possono e devono svolgerlo le Chiese, di entrambe le confessioni, per favorire il mantenimento della tranquillità, per non acuire le divisioni ma al contrario per focalizzarsi sugli aspetti e le tradizioni comuni. Anche gli stessi partiti politic devono vivere, e far vivere ai cittadini, la politica in modo corretto senza sfociare in atti e toni anti-democratici, in cui poi una piccola parte della popolazione può prendere spunto o sentirsi giustificata a compiere azioni violente. La speranza è che se le comunità dove le barriere sono state abbattute riusciranno a convivere in pace ed in serenità, l’esempio che ne scaturirebbe in tutta la città ed in tutte le zone di interfaccia sarebbe enorme. In un periodo storico nel quale costruire muri sembra essere tornato di moda, riuscire ad eliminare dei simboli di divisione presenti da decenni in una capitale europea come Belfast, e in tutta la regione dell’Ulster, sarebbe un successo straordinario.
(Luca Sebastiani)

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