“Troppi intellettuali russi hanno chiuso gli occhi sul regime”

Intervista a Sergej Lebedev
Avvenire, 19 aprile 2022

“Un solco profondo divide gli ucraini dai russi. Oggi in Ucraina vediamo il coraggio, la responsabilità, la solidarietà. In Russia soltanto la negazione della realtà, l’impotenza o la lealtà verso i criminali. L’idea di vicinanza, o fratellanza delle Nazioni, come si chiamava ai tempo dell’Unione Sovietica, è stata usata dai russi come strumento di dominio. Adesso parlare di vicinanza è persino irrispettoso nei confronti delle sofferenze degli ucraini”. Lo scrittore moscovita Sergej Lebedev, 41 anni, una delle voci più autorevoli della letteratura russa contemporanea, pronuncia un duro atto d’accusa nei confronti del suo Paese e non lesina critiche neanche nei confronti degli intellettuali russi, spiegando che “negli ultimi vent’anni hanno chiuso gli occhi di fronte al regime”. Nonostante la sua giovane età Lebedev può vantare una conoscenza profonda dell’anima della Russia contemporanea. Prima di diventare un autore di successo ha infatti lavorato per sette anni come geologo, partecipando a operazioni di scavo alla ricerca delle tracce dei gulag. Luoghi dove ancora oggi si manifesta l’archeologia dell’orrore sovietico, che gli hanno fatto comprendere la necessità di mantenere vivo il ricordo delle centinaia di migliaia di persone inghiottite nei gulag. Preservando la memoria del passato sulla scia di autori come Aleksandr Solženicyn e Varlam Šalamov è riuscito a spiegarci molto della nostra contemporaneità. Perché in fondo, come ha spiegato il premio Nobel Svetlana Aleksievic, “Lebedev scrive del nostro presente, della nostra incapacità di comprendere fino in fondo l’epoca di Stalin”. Il suo ultimo romanzo tradotto in italiano, Gente d’agosto (ed. Keller, pagg. 336, euro 18,50, traduzione di Rosa Mauro) torna a quei giorni del 1991 in cui un colpo di stato depose Gorbaciov e la gente scese in strada a protestare rimuovendo la statua di Dzeržinskij, il fondatore della famigerata polizia politica. Con un linguaggio potente e sontuoso ci conduce in un viaggio all’indietro nell’universo sovietico, dove i segni delle antiche ingiustizie prepararono il terreno per le future violenze. E il sogno della fine di un passato di oppressione si rivelò soltanto un interludio prima della frantumazione del Paese.
In che modo gli anni che ha trascorso lavorando come geologo hanno influenzato la sua scrittura?
Quando crollò l’Unione Sovietica ebbero inizio spedizioni alla ricerca di vecchi depositi e miniere abbandonate. Raccoglievamo esemplari per venderli ai musei e ai collezionisti privati. Il crollo del regime sovietico fece venir meno ogni confine e autorità. Era un’epoca simile a quella della Guerra Civile di cui mi parlò mia nonna. Mi imbattei per la prima volta nei resti dei gulag. In rovine di ponti e caserme. In vecchie strade e radure. In cumuli ciclopici di roccia esausta, come l’insieme delle vite cancellate dei prigionieri di quei campi di lavoro. Fu davvero scioccante. Fino ad allora avevo pensato che esistessero soltanto nelle memorie lontane. Invece erano ancora ben presenti ma nessuno li vedeva più. La geologia lavora con sostanze trasformate più volte dal tempo. Un po’ come la storia sovietica, che l’URSS riscriveva continuamente negando il passato e costruendo un futuro nuovo. Nella ricerca dei minerali contano anche l’intuizione, la fortuna, il sesto senso. Sei come un detective che indaga su ciò che è accaduto centinaia o migliaia di milioni di anni fa. È la palestra perfetta per uno scrittore.
Quanto hanno contribuito il suo passato e la sua storia familiare a fare di lei uno scrittore?
Poco prima dei trent’anni ho scoperto che un membro della mia famiglia, all’epoca già morto da tempo, era stato un funzionario statale di alto rango, a capo di un gulag. Non era una vittima del sistema sovietico ma un carnefice. Un criminale, il male in persona. Ormai era troppo tardi per andare alla ricerca di testimoni ma capii che avrei dovuto scrivere un romanzo su di lui per cercare di affrontare quel passato e accettarne le responsabilità. Quel romanzo, che poi sarebbe diventato Il confine dell’oblio, ha rappresentato il mio primo approccio alla letteratura. Non mi considero uno scrittore ma un investigatore che si cala nell’oscurità e cerca di scoprire come certi crimini impuniti del passato condizionino ancora le nostre vite di oggi, come l’inquinamento radioattivo che impiega secoli a svanire del tutto. Per raccontare certe memorie dimenticate e rimosse ho sentito anche il bisogno di trovare una lingua particolare. La macchina dello stato totalitario ha cercato di cancellare tali memorie, e per contrastare l’oblio non basta raccontare la verità, ma serve anche un modo efficace per farlo.
Perché ritiene che l’Unione Sovietica non sia svanita del tutto trent’anni ma abbia semplicemente assunto dimensioni più ridotte?
La storia della Russia moderna è stata plasmata da due eventi interconnessi tra loro. Il primo è stato il collasso dell’Unione Sovietica nel 1991, quando la Russia ha perso molti territori occupati dagli zar e dai bolscevichi. Il secondo è stata la guerra iniziata nel 1994 contro la repubblica di Cecenia che aveva proclamato l’indipendenza dalla federazione russa. Allora la Russia abbandonò del tutto l’ideale democratico e iniziò a ricostituire l’impero con la forza. Quella guerra e le successive hanno cambiato profondamente la morale della società, hanno riacceso l’odio e hanno infine reso possibile l’elezione alla presidenza di Putin, il rappresentante perfetto della macchina totalitaria sovietica. In dieci anni è nato un Paese completamente nuovo e tutte le conquiste democratiche dei primi anni Novanta sono state cancellate.
Perché ritiene che l’intellighenzia russa abbia chiuso gli occhi di fronte a Putin negli ultimi vent’anni?
I grandi della letteratura russa sono sempre stati assai sensibili alla causa della libertà, dei diritti umani e della lotta alla repressione. Ma nel recente passato la cultura ha evitato di trattare quei temi. Tra le poche eccezioni posso citare i romanzi di Vladimir Sorokin, sebbene lo stile fantasmagorico della sua scrittura sia stata anche un modo per non trovarsi faccia a faccia con quella terribile realtà. Svjatlana Aleksievič con Tempo di seconda mano e Anna Politkovskaya con Un piccolo angolo di inferno hanno scritto saggistica. Questi due libri ci fanno sperare che lo spirito di rivolta della letteratura russa e la sua volontà di difendere la verità e i diritti umani possa rinascere di nuovo.
Questa guerra comprometterà per sempre la vicinanza, un tempo definita addirittura “fratellanza”, tra russi e ucraini?
In realtà penso che ucraini e russi siano molto diversi tra loro. In Ucraina oggi vediamo il coraggio, la responsabilità, la solidarietà. In Russia soltanto la profonda negazione della realtà, l’impotenza o la lealtà verso i criminali. L’idea di vicinanza (o fratellanza delle nazioni, come veniva chiamata nell’Unione Sovietica) è sempre stata determinante per la Russia come strumento di dominio. È stata un modo per cancellare la soggettività, l’indipendenza e il diritto all’autodeterminazione dell’Ucraina. Ora parlare di vicinanza è irrispettoso nei confronti della lotta e della sofferenza degli ucraini, perché l’aggressore usa la stessa narrazione per giustificare le sue azioni omicide.
La guerra in Ucraina ha emarginato la Russia a livello internazionale, almeno in Europa. Basterà la caduta di Putin per ricostruirne l’immagine e la credibilità?
No. Quella della Russia contro l’Ucraina non è solo la guerra di Putin ma un crimine di Stato su vasta scala. In un modo o nell’altro, l’intera Federazione Russa ne condivide le responsabilità. Quindi, anche se la caduta del regime potrà ripulire l’immagine della Russia, per rimetterci in marcia verso la democrazia abbiamo bisogno di giustizia, di chiarezza e di punizioni esemplari nei confronti di chi si è macchiato di crimini contro l’umanità.

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