Si può distruggere la storia di una nazione?

(Articolo uscito anche su “Avvenire” di ieri)

Meno di trecento pagine per confutare secoli di storia della Scozia, per demolire la sua tradizione letteraria, per mettere in dubbio alcuni dei suoi capisaldi culturali. A firmarle è Hugh Trevor Roper, storico inglese morto da cinque anni, tanto famoso quanto controverso per aver autenticato i diari di Hitler rivelatisi poi un colossale falso, che torna adesso nelle librerie britanniche con un lavoro inedito scritto molti anni fa. Nel suo “The Invention of Scotland”, il professore di Oxford lancia un attacco frontale al cuore pulsante dell’Antica Caledonia, provando a minarne innanzitutto le basi fondanti: la Dichiarazione d’indipendenza redatta ad Arbroath e presentata sotto forma di lettera a Papa Giovanni XXII, nel 1320, per confermare l’indipendenza e la sovranità dello stato scozzese. Quella che i nazionalisti considerano una specie di Bibbia, per Trevor-Roper sarebbe in realtà un documento dal dubbio valore storico, perché pieno zeppo di inesattezze e citazioni di re immaginari. Ma questa è solo la miccia che innesca un fuoco di fila di argomentazioni, secondo le quali l’intero apparato delle tradizioni letterarie, culturali e politiche scozzesi, lungi dal risalire all’epoca romana o tardomedievale, sarebbe stato in gran parte inventato a partire dal XVIII secolo. Con buona pace di William Wallace, l’eroe nazionale morto nel 1305 e celebrato anche dal cinema col soprannome di “Braveheart”.
La tesi centrale del libro cerca di smentire intere generazioni di storici affermando che nel Medioevo la Scozia era un paese popolato da razze miste d’origine incerta, e quanto si è creduto finora è solo la conseguenza della creazione di un passato immaginario. “Credo che tutta la storia della Scozia – sentenzia lo storico – sia infarcita di miti che perdurano nel tempo, e che non sono mai stati cacciati via dalla realtà, o dalla ragione”. Non stupisce quindi che Trevor-Roper riaccenda anche la vecchia polemica sull’autenticità dei “Canti di Ossian”, l’opera nata dalla fantasia dello scrittore scozzese James Macpherson nel 1760 ma a lungo attribuita al leggendario bardo, detto “l’Omero del nord”. La controversia, chiusa da tempo, sarebbe a suo avviso una pietra miliare e un simbolo del modo col quale è stata tramandata l’intera storia della Scozia: dopo l’Atto di Unione del 1707 gli scozzesi avrebbero cercato invano d’individuare un poeta o uno scrittore in grado di competere con Shakespeare, e avrebbero poi cominciato a falsificare vecchi testi nel tentativo di spacciarli come letteratura antica. L’offensiva dello storico – titolare della cattedra di storia moderna a Oxford per ben 23 anni – travolge poi anche il kilt, uno dei simboli scozzesi più noti al mondo. Il tradizionale indumento maschile degli abitanti delle Highlands, le regioni montuose del nord, non risalirebbe al XVI secolo, come sostengono le credenze popolari, ma sarebbe stato inventato nel 1727 da Thomas Rawlinson, un imprenditore inglese del Lancashire che fece accorciare le vesti dei suoi operai per renderle più confortevoli. Soltanto in seguito sarebbe diventato un elemento d’identificazione nazionale utile anche a sostenere l’industria tessile locale. Le repliche sdegnate degli storici scozzesi non si sono fatte ovviamente attendere: Tom Devine, dell’università di Aberdeen, ha spiegato che gli Highlanders sono ritratti col kilt in molte immagini risalenti almeno al ‘500 e che quello di Trevor-Roper è solo l’ultimo di una serie di maldestri tentativi revisionistici, praticamente tutti andati a vuoto. Michael Fry, altro illustre storico scozzese, ha ricordato i dubbi sulla buona fede dell’autore del libro che emersero nei primi anni ’80, quando autenticò i falsi diari di Hitler per farli pubblicare a puntate sul “Sunday Times”. È passato invece al contrattacco il primo ministro scozzese Alex Salmond, affermando che la Scozia ha in Sant’Andrea un santo patrono più credibile dell’Inghilterra: “almeno nel suo caso esistono le prove che sia esistito, essendo stato uno dei dodici apostoli. San Giorgio, invece, è solo una figura mitica di cui si sa molto poco”. L’obiettivo evidente che si cela dietro la pubblicazione di questa opera postuma è proprio quello di delegittimare le istanze degli indipendentisti di Edimburgo, in vista di un referendum sull’indipendenza dagli esiti non scontati che dovrebbe tenersi nel 2010. Il libro sta già contribuendo ad accendere il dibattito politico sul futuro costituzionale della Scozia, per la gioia degli editori e degli eredi dello storico che hanno deciso di riesumare il velenoso pamphlet, la cui prima stesura risale addirittura ai primi anni ’70. All’epoca doveva essere un’arma della campagna lanciata dai conservatori inglesi contro l’autonomia scozzese. Una svolta politica che rimase congelata per anni in seguito all’ascesa della Thatcher, e fu infine concessa da Blair nel 1997. Oggi però la posta in palio contempla addirittura l’indipendenza e una storica secessione. Non a caso lo stesso Gordon Brown – scozzese di nascita – ha ribadito che farà tutto il necessario per “salvare la Gran Bretagna dalla disintegrazione”.

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