“La rabbia delle banlieue non è Islam”

Intervista alla scrittrice franco-marocchina Saphia Azzeddine
(Avvenire del 8.4.2017)

Saphia Azzeddine

“Credevo in Dio. Facevo il ramadan. Non mangiavo maiale. Non bevevo alcol. Ero vergine. Non sparlavo. Cioè, solo un po’. Ero quello che si chiama comunemente una musulmana laica, che non rompe le palle a nessuno. Ci tengo a precisarlo, perché visti da lontano si ha l’impressione che oggi i musulmani rompano le palle, sempre, continuamente e a tutti quanti. Quando non bruciano le macchine, bruciano le donne, quando non sono le donne, sono le sinagoghe e quando non sono le sinagoghe, se la prendono con le chiese, i musei e i neonati. Ma Dio è misericordioso, la Francia molto clemente e il musulmano abbastanza filosofo, in fin dei conti”. Un fiume interrotto di parole condito da una vena ironica e a tratti irriverente ci racconta la realtà odierna delle banlieue parigine e la vita degli immigrati marocchini in Francia, dei quali spesso si sente parlare quasi esclusivamente attraverso i fatti di cronaca. La voce narrante è quella della giovane Fairouz, protagonista di La Mecca-Phuket, il nuovo romanzo tradotto in italiano della scrittrice franco-marocchina Saphia Azzeddine, appena uscito nella collana Altriarabi Migrante della casa editrice Il Sirente. Fairouz vive con la sua famiglia a Créteil, un sobborgo di Parigi, in “un casermone dove i pettegolezzi facevano da fondamenta e il cervello da cemento” ed è desiderosa di emanciparsi dalle proprie origini arabo-musulmane. Un giorno decide insieme a una delle sue sorelle di raccogliere i soldi necessari per regalare il sogno di una vita ai suoi devoti genitori: il hajj, ovvero il pellegrinaggio islamico canonico alla Mecca. Ma finirà invece per spendere quei soldi in altro modo, cioè prendendo dei biglietti per andarsi a divertire in un resort di Phuket, in Thailandia. “Alla fine preferirà ringraziare Dio per i piccoli piaceri della vita, invece che chiedergli perdono”, ci spiega Azzeddine. Dopo i precedenti romanzi Confidences à Allah e Mio padre fa la donna delle pulizie (quest’ultimo tradotto in italiano alcuni anni fa da Giulio Perrone editore), La Mecca-Phuket completa la trilogia letteraria che la scrittrice ha dedicato al confronto con la propria religione, un tema apparentemente complesso del quale lei riesce a parlare in un modo disincantato e divertente ma non frivolo, convinta com’è che non sia necessario essere sempre seri o, peggio, arrabbiati, quando si parla di religione. Nata ad Agadir nel 1979, Saphia Azzeddine ha lasciato il Marocco all’età di nove anni e da allora vive in Francia, dove lavora anche come attrice e regista. Ha già sei romanzi all’attivo, “e il settimo già consegnato all’editore”, precisa. Da quello di esordio sono stati tratti una pièce teatrale e un fumetto, da La Mecca-Phuket persino una trasposizione cinematografica. Quest’ultimo – tradotto dal francese da Ilaria Vitali – presenta anche una particolare attenzione al linguaggio, e ci fa conoscere i codici linguistici nati nelle periferie disagiate con funzioni di riconoscimento identitario e generazionale.
In questo caso è stata una precisa scelta linguistica dovuta all’ambientazione del romanzo?
Per la verità no. Di solito non costruisco niente, non programmo alcunché prima di mettermi a scrivere, né come, né quanto e scrivo sempre in modo molto spontaneo. In tutti i miei romanzi mi sono sforzata di anteporre i miei personaggi a me stessa. Sono io ad adattarmi a loro, alla loro vita, e quindi anche al loro modo di esprimersi.
Fino a che punto il personaggio di Fairouz è ispirato alla sua personalità? Ci sono altri elementi autobiografici nella storia?
Io sono dentro tutti i miei personaggi, non mi nascondo mai dietro la finzione. Li amo e li comprendo. Non necessariamente la penso sempre come loro, però. Fairouz mi assomiglia perché ha la mia stessa rabbia ma anche un suo modo molto personale di concepire Allah, che la porta molto più spesso a ringraziarlo piuttosto che a chiedergli scusa.
Cosa pensa dell’attuale situazione nelle banlieue francesi? L’immagine che si ha dall’esterno, forse superficiale, è quella di una situazione esplosiva che la politica non sa più come affrontare, e che anche per questo si incancrenisce con il passare del tempo.
È una la situazione difficile, certo, ma di certo non soltanto a causa del malcontento delle comunità e delle derive di natura religiosa, come vengono descritte tutti i giorni dai mezzi d’informazione. Il problema delle periferie è innanzitutto di carattere sociale, ed è alimentato dalle ingiustizie subite dalla popolazione.
Pensa che questo problema sia andato ad aggravarsi negli ultimi decenni?
Sicuramente. Le televisioni e i giornali non hanno mai smesso di costruire una sorta di islamismo immaginario che con l’andar del tempo, per reazione, è diventato una realtà. Da almeno trent’anni i musulmani francesi vengono stigmatizzati, criminalizzati, se le giovani donne indossano un foulard c’è chi ne fa subito un affare di stato. L’Islam ha dimostrato di avere le spalle larghe. A forza di descrivere i padri come torturatori e aguzzini, i figli come dei bruti e le donne come degli individui sottomessi, c’è stato come un rigetto nei confronti dello Stato e un allontanamento di queste comunità dalla vita sociale del paese nelle quali vivono. È stata una reazione abbastanza spontanea. Senza parlare del problema della colonizzazione che è stata un crimine e come tale ha lasciato delle tracce e delle conseguenze che si sentono tuttora, dopo tanti anni.
Cosa si aspetta dall’esito delle prossime elezioni presidenziali francesi?
Non so, non mi aspetto niente. Prima eravamo soliti votare per il male minore. Adesso è diventato difficile anche distinguere, siamo di fronte a dei burattini privi di anima. Qualcuno potrà anche ritenerla una posizione demagogica ma se è così, è colpa dei politici.
RM

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