Breivik, la vacuità del male

Da “Avvenire” di oggi

Oslo, 22 luglio 2011. Anders Breivik esce dall’appartamento di sua madre dicendole che sarà di ritorno all’ora di cena, poi si mette alla guida del camioncino dove ha stipato il potente ordigno che ha preparato ispirandosi a un video di Al-Qaida trovato su internet. Lo fa esplodere in pieno centro, davanti al palazzo del primo ministro, uccidendo otto persone e ferendone oltre duecento. Poi si dirige verso il campo estivo giovanile del partito laburista, sulla vicina isoletta di Utøya. Compare all’improvviso, vestito da poliziotto, e comincia a sparare con fucili di precisione, uccidendo a sangue freddo 69 persone, in gran parte ragazzi e ragazze. La storia e i retroscena di quel giorno maledetto sono ricostruiti nel dettaglio nel nuovo libro di Asne Seierstad, One of Us, appena tradotto in lingua inglese e uscito negli Stati Uniti. Già autrice del fortunatissimo Libraio di Kabul, inviata di guerra nei fronti più caldi degli ultimi anni – dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Bosnia alla Cecenia – la giornalista norvegese ha indagato stavolta sulla più grave strage della storia del suo paese. breivik_2194965bUn lavoro interamente basato sulle dichiarazioni e gli scritti di Breivik, sugli atti del processo e le interviste alle persone coinvolte nella mattanza, i superstiti e i familiari delle vittime. Quello che emerge è il profilo inedito di un mediocre che è riuscito a cambiare per sempre la storia della Norvegia. “Un uomo diviso tra il narcisismo e il disprezzo di sé, ossessionato dalla lotta contro l’islamizzazione dell’Occidente, che desiderava a tutti i costi essere notato”. Seierstad evita di demonizzarlo e di giungere a conclusioni affrettate sulle motivazioni del suo gesto ma ironicamente, il suo ritratto di Breivik assomiglia a quello dei jihadisti che lui diceva di voler combattere: l’infanzia difficile, i fallimenti affettivi e sociali, il senso di frustrazione e isolamento. Fino alle fantasie violente declinate prima su internet e poi nella realtà, con esiti drammatici.
Lei ha seguito il processo a Breivik come fece Hannah Arendt per quello di Adolf Eichmann a Gerusalemme. È corretto parlare di ‘banalità del male’ per il killer di Utoya?
Sì, anche se probabilmente nel caso di Breivik è più corretto parlare di vacuità, dal momento che i suoi ideali erano del tutto vuoti. Usava termini roboanti per parlare dell’islamizzazione dell’Europa e di come i musulmani europei dovessero essere convertiti, deportati o uccisi. Le oltre 1500 pagine del suo manifesto d’intenti affermano che le persone come lui hanno il compito di governare e ripulire l’Europa. E ha spiegato anche di aver ucciso i giovani sull’isola di Utøya per salvare la cultura norvegese e la cultura cristiana dell’Europa. Ma quando è stato chiamato a rispondere di fronte al tribunale su quali valori intendesse salvare, non ha saputo cosa rispondere. Si è trovato in grave difficoltà a parlare della cultura norvegese, non ha fatto altro che sproloquiare. Si è persino messo a criticare fenomeni televisivi come la serie “Sex and the City” e l’Eurovision Song Contest dicendo che ci sono troppi cantanti di colore. È per questo che ha ucciso 77 persone? Anche i giudici sono rimasti esterrefatti dalla vuotezza e dalla superficialità del suo pensiero.
Lei ha incontrato e intervistato sua madre. Quali elementi ha aggiunto alla sua indagine?

La sua ricostruzione dell’infanzia di Breivik e la sua totale rimozione dei momenti difficili di quegli anni. È una donna capace di vedere soltanto quello che vuol vedere, anche se almeno ha riconosciuto di aver fallito nel suo ruolo di madre. Non sono stata all’altezza, mi ha detto. Ma è stato abbastanza agghiacciante sentirle dire di aver perdonato suo figlio. Per cosa? Per i 77 morti, o piuttosto per il dolore che lui le ha causato? Hanno uno strano rapporto tra loro, molto intimo, ma al tempo stesso molto distante.
Breivik si è rifiutato di concederle un’intervista. Quali domande avrebbe voluto fargli?

Prima di tutto, dubito fortemente che sarebbe stato sincero con me. Probabilmente avrebbe continuato con le menzogne che ha pronunciato in tribunale. Ma anche dopo aver letto le migliaia di pagine di deposizioni rilasciate alla polizia, gli interrogatori alle persone che lo conoscevano, averlo ascoltato in aula, aver letto il suo manifesto e aver infine scritto 500 pagine su di lui, ancora non sono in grado di rispondere alla domanda centrale: perché l’ha fatto? Certo, ha detto di aver voluto dare una segnale, di aver voluto far conoscere il suo manifesto – l’assassinio di 77 persone l’ha definito ‘il lancio del suo libro’ – e che doveva uccidere i traditori che avevano venduto la Norvegia ai musulmani. Eppure nel mio paese c’è una delle più piccole minoranze musulmane presenti in Europa. Ma perché l’ha fatto? Alla fine, credo che l’abbia fatto soltanto per sé stesso.
Quali contatti ha avuto contatti con lui mentre stava lavorando al suo libro?

Mi ha scritto un paio di lettere, dove di fatto mi chiedeva di scrivere il libro insieme, a quattro mani. Io avrei dovuto scrivere l’inizio e la conclusione – secondo la sua proposta – e lui la parte centrale. Solo a quella condizione mi avrebbe concesso un’intervista. Ovviamente ho rifiutato.
Cosa risponde a chi sostiene che il suo libro non fa altro che dare ulteriore risalto all’opera di un serial killer?
Chi ha letto il libro non può affermare una cosa del genere. La madre di una ragazzina uccisa sull’isola mi ha scritto di averlo letto, pur con grande sforzo, e di esser giunta alla conclusione che rappresenta una dichiarazione d’amore nei confronti delle vittime. Se può leggerlo anche una madre distrutta dal dolore – nonostante l’inevitabile attenzione che viene data all’uomo che ha ucciso sua figlia a sangue freddo – allora credo che possa farlo chiunque. So invece che Breivik odia questo libro. Mi hanno detto che non vuol neanche sentirne parlare.
Le stragi di Utoya e di Oslo hanno cambiato il suo paese?

Per fortuna la Norvegia poggia su fondamenta assai solide, che non possono esser spazzate via dall’opera di un terrorista. Il mio paese è ovviamente segnato, tutti siamo segnati da quanto è accaduto. Abbiamo vissuto una terribile tragedia che ci ha divisi e uniti allo stesso tempo, una ferita dalla quale stiamo ancora cercando di riprenderci.
RM

3 commenti su “Breivik, la vacuità del male”

  1. Spero che, quanto prima sia disponibile in italiano il libro della Sig.ra Seierstad, lo leggerò senz’altro, non molto tempo fa è comparso un testo che parlava di Breivik, intitolato “vita umana sul pianeta terra” scritto da un italiano, che, per la verità, non mi è parso eclatante. Di certo la Sig.ra Seierstad, essendo una sua connazionale, potrà inquadrare meglio la personalità di costui. Mi preme però ricordare che, a quel che è emerso sulla vita di Breivik, per così dire “prima di Breivik” si riscontrano elementi piuttosto bizzarri che, probabilmente, se meglio vagliati prima dei fatti di cui quest’uomo si è reso responsabile, avrebbero potuto allarmare chi di dovere e, forse, impedire il tutto. Mi sono spesso chiesto, inoltre, se la particolare atmosfera di libertà e di rispetto quasi religioso per le prerogative del singolo individuo, vigente nei paesi scandinavi non abbiano in qualche maniera favorito o comunque reso più facile la trasformazione dello spostato Breivik nello stragista Breivik. Forse la vacuità del male è stata accompagnata e aiutata dal concetto utopista di società perfetta che i paesi scandinavi propugnano da decenni e che si è tradotto, non di rado, in qualcosa di tutt’altro che ideale, come le recenti rivelazioni sui programmi eugenetici svedesi e non solo svedesi hanno evidenziato.

  2. Come mi ero riproposto di fare ho acquistato il libro della Sig.ra Seierstad appena l’ho visto esposto in libreria cominciando subito a leggerlo avidamente. Non ho ancora portato a termine la lettura, il tomo è corposo e non è certo un romanzo, non va solo letto, deve anche essere meditato, ma qualche considerazione preliminare penso di poterla fare. Nel libro l’autrice cita innumerevoli volte la madre del Breivik, il padre è quasi del tutto assente, sembra una figura di terzo piano. Ora, per quanto distante dal figlio e dalla moglie, quest’uomo qualcosa avrà contato, se non altro da un punto di vista vuoi biologico, vuoi finanziario, non credo che possa essere dimenticato quasi totalmente, come invece accade nello scritto della Sig.ra Seierstad. Inoltre il padre di Breivik era, o forse è tuttora, un appartenente al Corpo Diplomatico del Regno di Norvegia, avrà o ha anche adesso delle entrature ad alti livelli, possibile che durante il periodo in cui il figlio si sbandava se ne sia lavato le mani totalmente, come l’autrice riporta? Possibile che non abbia interessato i personaggi altolocati, che sicuramente conosceva e frequentava, ai destini di suo figlio, se non altro per ragioni di opportunità, dato che, suppongo, anche a Oslo un rampollo delinquente non sia il miglior viatico per una luminosa carriera. L’autrice dedica molto più spazio alla madre del Breivik di cui traccia un ritratto che tutto è tranne che lusinghiero. La Sig.ra Behring sembra un’altra sbandata con una storia personale alle spalle pesante, a questo proposito non posso non manifestare la mia sorpresa nel constatare che un diplomatico ha sposato una donna di livello molto più basso del suo, fatto che mi pare alquanto bizzarro. La parte relativa alla preparazione dell’attentato e della strage che l’ha seguito mi hanno lasciato stupefatto. Le cose saranno senz’altro cambiate, da quasi cinque anni in qua, ma è evidente che, almeno all’epoca, la Norvegia doveva essere un luogo nel quale chiunque poteva impunemente farsi i proverbiali fatti (avrei scritto volentieri un altro termine) suoi senza che nessuno intervenisse. Andrò avanti nella lettura, per ora il testo è appassionante, non mancherò di offrire di nuovo il mio commento, spero senza annoiare nessuno, per adesso un grazie all’autrice, in tutti i casi il suo libro è un faro puntato non solo sul protagonista di uno dei più efferati crimini terroristici del mondo dalla seconda guerra mondiale in qua, ma anche su una nazione che, almeno qui da noi, sembra essere più mitizzata che conosciuta.

  3. Ho terminato la lettura del libro e, dopo poco, l’ho riletto completamente. Davvero un testo appassionante, da consigliare a chiunque, l’autrice si conferma un’acuta conoscitrice del suo paese e del suo popolo, contrariamente a innumerevoli cosiddetti scrittori, giornalisti e opinionisti italiani, che nulla sanno della Norvegia e poco o nulla sanno anche dell’Italia. Confermo quanto scritto sopra, una storia che, se presentata come sceneggiatura o romanzo non sarebbe, probabilmente, stata accettata, ma, si sa, la realtà supera la fantasia, sempre. In particolare mi ha lasciato basito il comportamento delle autorità e delle forze dell’ordine, prima della strage, Breivik ha agito nella più completa tranquillità, durante la stessa e anche dopo. Non voglio indulgere all’italico complottismo, ma mi pare davvero poco credibile un atteggiamento tanto superficiale. Viene davvero da pensare che ci sia qualcosa sotto. Breivik era davvero da solo? Sul serio nessuno ha sospettato qualcosa? E’ possibile che uno sconosciuto se ne vada in giro nelle immediate adiacenze dei “palazzi del potere” indisturbato, parcheggi un furgone (non uno scooter) sotto agli uffici del primo ministro senza che qualcuno intervenga? Davvero non era disponibile un pilota per l’unico elicottero a disposizione della polizia? Sul seri la polizia norvegese non disponeva di natanti per raggiungere l’isola? Ovvio che la Sig.ra Seierstad, nel suo libro non si ponga che “di striscio” queste domande ma, visto l’accaduto, forse bisognerebbe farsele. Se non si è trattato di un complotto, ripeto non voglio crederlo, allora in Norvegia, almeno in quel frangente, l’inettitudine è stata piramidale. Anche il dopo Utoya mi lascia perplesso. Da quanto scrive l’autrice sembra che i suoi connazionali siano più desiderosi di dimenticare che non di capire. Ma Breivik non credo possa essere considerato un “incidente di percorso”. Il comportamento dei vertici dell’AUF nei confronti dei genitori delle vittime mi è sembrato ignobile, a tutt’oggi il fatto pare già passato nel dimenticatoio, qui in Itaklia di certo, in Norvegia non so. Può chi conosce meglio quella realtà intervenire e far sapere qualcosa di più?

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