La nave-prigione

Focus Storia, n. 165, luglio 2020

Decenni di silenzi e censure hanno sepolto a lungo nell’oblio la terribile vicenda dell’Arandora Star, la nave britannica piena di internati che venne affondata nell’Atlantico il 2 luglio 1940. Oltre settecento civili, in gran parte italiani, rimasero uccisi da un siluro lanciato da un sottomarino tedesco pochi giorni dopo l’ingresso in guerra dell’Italia. Fu il primo massacro di italiani della Seconda guerra mondiale. Un massacro dimenticato due volte: dall’Italia fascista perché la nave era stata affondata dagli alleati tedeschi in un’azione di guerra, e poi dall’Italia del Dopoguerra, perché nel frattempo gli inglesi erano diventati i nuovi alleati che avevano sconfitto i nazisti. Una vicenda riemersa dal dimenticatoio soltanto in anni recenti, anche grazie ad alcuni studi che sono riusciti a gettare luce, una volta per tutte, sulla dinamica della strage.
Quando Mussolini dichiarò guerra alla Gran Bretagna, il 10 giugno 1940, gli italiani che vivevano al di là della Manica divennero improvvisamente dei nemici per Londra. Da tempo il governo britannico aveva elaborato dei piani per identificare e tenere sotto stretta sorveglianza gli emigrati italiani nel timore che potessero agire da “quinta colonna”, ovvero rivelarsi spie e collaboratori sotto copertura, segretamente in contatto con il nazismo e pronti a entrare in azione in caso di invasione delle truppe tedesche. Già dal 11 giugno Scotland Yard e i servizi segreti MI5 lanciarono massicce retate, arrestando non soltanto gli italiani iscritti alle liste del fascio ma anche tutti gli uomini di età compresa tra i 15 e i 70 anni che risiedevano da tempo nel Regno Unito. La celebre espressione di Winston Churchill “Collar the Lot” (“metteteli tutti al guinzaglio”) ricorda la misura preventiva contro lo spionaggio che stabilì l’internamento di tutti i cittadini originari dei paesi nemici. Il quotidiano Daily Mirror, in quei giorni, fu ancora più esplicito: “il governo italiano – scrisse – ha migliaia di discepoli tra noi. Italiani di nascita, fascisti di razza. Speriamo che si tenga conto di tutto ciò quando i membri della ‘quinta colonna’ verranno esaminati”. Da un giorno all’altro centinaia di persone si ritrovarono nella scomoda condizione di stranieri indesiderati e finirono rinchiusi nei campi di internamento, sospettati di simpatie fasciste e di legami più o meno diretti con il regime.
Molti di loro vennero caricati sull’Arandora Star, una nave da crociera britannica requisita per esigenze belliche che salpò dal porto di Liverpool all’alba del 1° luglio 1940, diretta in un campo di prigionia canadese. La nave era stata ridipinta di grigio, armata con un paio di cannoni e non mostrava alcun segnale di riconoscimento sulla natura non bellica della propria missione. Al suo interno furono stipate oltre 1500 persone, un numero tre volte superiore alla sua capienza. Tra questi, più di 700 italiani e circa 500 tedeschi. Poi i militari di scorta e i membri dell’equipaggio, tutti inglesi. Ma soltanto un’ottantina erano prigionieri di guerra: tutti gli altri erano civili strappati alle loro famiglie e ignari del proprio destino. Nel suo libro Esuli ed emigrati italiani nel Regno Unito (1920-1940) il giornalista e storico Alfio Bernabei ha spiegato: “Mandare in mare una nave con oltre mille internati e ordinare al capitano di avventurarsi in una rotta nota per essere diventata uno dei territori di caccia favoriti dai sottomarini nemici equivaleva a giocare alla roulette russa con delle vite umane. I passeggeri ignoravano dov’erano diretti e immaginavano che la destinazione fosse la vicina isola di Man, al largo delle coste inglesi del mare d’Irlanda, dov’erano stati aperti diversi campi di internamento”.
Il giorno seguente, intorno alle sei del mattino, l’Arandora Star incrociò la rotta del sottomarino tedesco U-47, uno dei più all’avanguardia della flotta tedesca, reduce da una lunga missione in cui aveva affondato otto navi nemiche. Il capitano di corvetta Gunther Prien, comandante del sottomarino, la vide procedere a zig-zag come una nave militare, notò i cannoni che aveva a bordo e decise di attaccarla. Il siluro lanciato da oltre due chilometri di distanza colpì in pieno la sala macchine dell’Arandora Star, che colò a picco in poco meno di quaranta minuti, con centinaia di persone imprigionate sottocoperta e nelle cabine. Chi si trovava nella stiva e nella grande sala da ballo usata come dormitorio non ebbe scampo. Inoltre, alcune vie di uscite della nave erano state chiuse con rotoli di filo spinato che ostruivano la passeggiata del ponte e alcuni punti strategici. Ciò impedì a tanti di raggiungere la salvezza mentre la nave stava affondando. Il numero esatto delle vittime non è mai stato accertato. Secondo la lista d’imbarco compilata dal governo britannico mancavano all’appello almeno 446 dei 712 deportati italiani. Risultavano dispersi anche 175 tedeschi, 42 membri dell’equipaggio e 37 soldati. In totale circa 700 persone. La percentuale di italiani risultò la più alta perché al momento di salire a bordo era toccato a loro occupare gli spazi sottocoperta. E non ci fu pietà neanche per i superstiti, molti dei quali furono caricati su un’altra nave e spediti in un campo di prigionia in Australia.
Per lunghi anni l’Arandora Star si è portata dietro la fama di essere una nave carica di oppositori fascisti. A bordo c’erano invece molti antifascisti convinti e persino alcuni ebrei scappati dall’Italia dopo la promulgazione delle leggi razziali. “Solo una minoranza era dichiaratamente fascista. La gran parte era composta da ristoratori, proprietari di caffè e ristoranti che si erano iscritti al fascio per poter esercitare le proprie attività e usufruire della protezione dei consolati”, spiega la storica Maria Serena Balestracci, autrice di Arandora Star. Dall’oblio alla memoria. “Osservando da vicino le loro storie, ci si rende subito conto che questi uomini non avrebbero mai potuto rappresentare una minaccia alla salvezza di un paese che, tra l’altro, aveva permesso loro di raggiungere una certa agiatezza e, in alcuni casi, li aveva addirittura riconosciuti come propri cittadini”.
Subito dopo la tragedia, a Londra venne aperta un’indagine per stabilire i metodi di selezione utilizzati per imbarcare gli internati sull’Arandora Star. Vennero individuati gravi errori nella scelta delle persone da deportare sulla nave ma alla fine fu insabbiato tutto e i familiari delle vittime non ricevettero alcun risarcimento. Al termine della guerra la posizione politicamente fragile dell’Italia verso gli Alleati vittoriosi impedì al governo italiano di porre domande al Regno Unito sul trattamento subito dagli internati e sugli oltre quattrocento italiani morti sulla nave. Il silenzio sull’episodio è durato circa vent’anni. Nel 1960 fu interrotto da un’inchiesta giornalistica del quotidiano britannico Sunday Express, che per la prima volta rivelò la presenza di filo spinato a bordo dell’Arandora Star, definendola “un orrendo campo di concentramento sul mare”. Seppur tardivamente, il rinnovato interesse per la vicenda ha favorito la raccolta delle testimonianze dei sopravvissuti e nuovi studi storici che hanno infine reso giustizia alle vittime.
RM

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