Il governo tradisce la memoria di Paolo Borsellino

(di Giuseppe Di Lello)

Subito dopo la strage di Capaci, con quella di via D’Amelio del 19 luglio ’92 la mafia raggiungeva l’apice dell’attacco alla magistratura italiana, non potendosi catalogare come «conti» riduttivamente siciliani quelli saldati con giudici dello spessore di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Dell’impegno civile e professionale di Paolo Borsellino, altre volte abbiamo scritto nelle ricorrenze dell’eccidio e ne abbiamo sottolineato la consapevolezza del destino di morte cui andava incontro e al quale non si era voluto sottrarre. Per questo ci era parso ovvio definirlo «un eroe borghese» come Giorgio Ambrosoli, dato che con tale espressione venivano accomunati quanti, in questa Italia delle mafie e del malaffare, avevano sacrificato la vita per onorare fino in fondo la loro fedeltà allo Stato di diritto.
Paolo Borsellino, almeno per un lungo periodo della sua vita, in politica aveva scelto la destra, mentre come magistrato, e fino alla fine, aveva scelto di battersi contro il potere mafioso. In questo suo impegno professionale, assolutamente non scindibile da quello civile, aveva incontrato il vasto movimento palermitano antimafia e con questo, accanto a Nino Caponnetto, si era «mischiato» anche con rabbia, specie dopo la strage di Capaci. Si sentiva, soprattutto, un magistrato: pienamente attivo nell’Anm e nella sua corrente di Magistratura indipendente, legato ai valori dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura, nonché all’etica del lavoro cui dedicava un tempo spropositato della sua giornata.
In questi giorni viene commemorato ufficialmente – e legittimamente -. dalle personalità politiche e istituzionali di un centrodestra in piena azione di smontaggio dell’autonomia e indipendenza dell’ordine giudiziario così come delineate dalla Costituzione con, in più, una recente denigrazione del Csm ridotto dal senatore Gasparri a «cloaca» e una meno recente esaltazione del mafioso Mangano beneficiato del titolo di «eroe» da Berlusconi.
Cosa potesse pensare oggi Paolo Borsellino di questa situazione istituzionale non è lecito immaginare dato che per i morti vale solo quello che hanno detto e pensato in vita. Noi, però, possiamo dirlo contrastando innanzitutto questa subdola opera di isolamento di giudici come Falcone e Borsellino dal resto dell’ordine giudiziario per poter più facilmente commemorare per un giorno i morti e denigrare per tutto l’anno i magistrati al fine di facilitare la soppressione della loro indipendenza. Non abbiamo attitudini reverenziali verso i magistrati e l’inaccettabile sentenza per i fatti di Bolzaneto docet. Il problema, però, è la tenuta democratica dell’amministrazione della giustizia nel suo complesso che questo governo ha deciso di smontare per asservirla all’esecutivo: non saranno certo i discorsi di rito e i volti compassati dei suoi rappresentanti nelle commemorazioni a sanare queste contraddizioni.

(Da “Il Manifesto” di ieri)

Un commento su “Il governo tradisce la memoria di Paolo Borsellino”

  1. Sembra di assistere ad una lenta costruzione di un sistema anti Falcone-Borsellino. E’ evidente che i nostri poltici di giorno depongono fiori sulle tombe dei martiri e di notte tramano come tradirli. Troppi avvoltoi svolazzano intorno alle bare.
    Il 18 luglio,a Palermo, si è svolto il convegno “La seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino”. Sono intervenuti grandi magistrati antimafia. Hanno ricostruito i fatti della strage e prospettato l’esistenza di partecipazioni esterne. Si è invocata verità e giustizia. In via D’Amelio ci fu una strage di Stato. I media hanno deciso di oscurare l’evento e ricordare Paolo martellando il paese con le immagini del presidente del Senato Schifani che depone una corona di fiori in onore del giudice. QUELLO CHE LORO NASCONDONO NOI DOBBIAMO DIFFONDERE.

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