L’Irlanda vede la riunificazione

Avvenire, 23 aprile 2021

“Non consentiremo alla storia di ripetersi”: da bambino Séan Murray vide il suo quartiere dato alle fiamme, nell’estate del 1969. Ancora oggi vive di fronte a uno dei cosiddetti “muri della pace” che dividono Belfast, nell’area intorno al monastero Redentorista di Clonard, nel cuore della roccaforte cattolica di Falls Road. Nei giorni scorsi è sceso in strada insieme al deputato di Sinn Féin Gerry Kelly e ad alcuni esponenti del clero locale per convincere i ragazzi del quartiere a non rispondere alle provocazioni della vicina area unionista-protestante di Shankill Road. Dal lato opposto del muro piovevano sassi, mattoni, bottiglie incendiarie, persino un’auto è stata usata come ariete per cercare di sfondare i cancelli metallici del muro divisorio. Scene di violenza che si credevano legate a un passato ormai lontano. Eppure nessun politico o rappresentante della comunità unionista ha cercato di fermare gli scontri con la polizia che si sono protratti per giorni in molte località dell’Irlanda del Nord, causando il ferimento di decine di agenti e numerosi arresti di ragazzi poco più che adolescenti. Quanto accaduto a Belfast, in particolare, rappresenta un segnale allarmante per il futuro del processo di pace perché in almeno un paio di aree sensibili della città è stato cercato uno scontro con la comunità cattolica e le violenze si sono verificate nelle stesse strade dove circa mezzo secolo fa una serie di spaventosi pogrom lasciarono senza casa centinaia di famiglie cattoliche e innescarono la fase moderna del conflitto.
Pochi luoghi della città sono stati un crocevia della guerra e della pace in Irlanda come l’area del monastero di Clonard, che negli anni ‘80 divenne anche uno dei luoghi-chiave del dialogo interconfessionale. L’azione diplomatica segreta del sacerdote redentorista Alec Reid convinse infine la leadership dell’IRA a cessare la lotta armata e a dialogare con il governo britannico e con la comunità presbiteriana, favorendo il primo storico avvicinamento tra due mondi a lungo inconciliabili. Anche grazie a lui, l’eroe sconosciuto del processo di pace scomparso alcuni anni fa, nel 1998 fu sottoscritto un Accordo di pace che ha trasformato l’Irlanda del Nord in un modello di risoluzione dei conflitti da replicare in altre parti del mondo. Ma in alcuni casi, alle tregue dei gruppi paramilitari e alla messa fuori uso degli arsenali non ha fatto seguito la fine del settarismo e della rabbia identitaria e così oggi ci troviamo nuovamente di fronte a un’escalation di violenza dalle conseguenze imprevedibili. La gravità di quanto accaduto nei giorni scorsi vicino a Clonard non è sfuggita agli abitanti dell’area e neanche ai governi che furono coinvolti in prima persona nel processo di pace, come dimostrano le reazioni allarmate del premier britannico Boris Johnson, di quello irlandese Michéal Martin e persino della Casa Bianca, che ha lanciato ripetuti appelli alla calma.
Il risentimento unionista è mosso in parte dagli effetti del protocollo sulla Brexit, che ha allontanato Belfast dal resto del Regno Unito con una frontiera commerciale in mezzo al mare e ha aperto la strada allo scenario che più di ogni altro gli unionisti vogliono evitare, ovvero una separazione effettiva e tangibile tra Belfast e Londra. All’inizio di marzo i principali gruppi paramilitari protestanti – ancora attivi e ben radicati nella piccola criminalità e nel commercio di droga – hanno ritirato il proprio appoggio all’accordo di pace, minacciando di fatto un ritorno alla violenza. Il primo ministro nordirlandese Arlene Foster, capo del Dup – il principale partito unionista -, li ha assecondanti chiedendo a gran voce la sospensione del protocollo. E pensare che nel 2016 lo stesso Dup si era schierato apertamente a favore della Brexit credendo che l’addio all’Ue sarebbe stato un mezzo per consolidare la permanenza dell’Irlanda del Nord all’interno del Regno Unito.
Purtroppo la generazione di leader che aveva costruito la pace alla fine del XX secolo è stata sostituita da una classe politica che oggi è incapace di controllare le frange unioniste più violente e tenere a freno le generazioni più giovani. Foster ha condannato la violenza di questi giorni ma è riuscita a scaricare la colpa degli scontri sui suoi partner di governo di Sinn Féin per una questione marginale come il mancato rinvio a giudizio di alcuni membri del partito accusati di aver infranto le norme anti-Covid durante un funerale. Invece di calmare gli animi della sua gente ha insinuato un trattamento preferenziale nei confronti della comunità cattolica, evidenziando una volta di più che il governo nordirlandese non è basato su una reale condivisione dei poteri – come previsto dall’accordo di pace – ma soltanto da una convivenza forzata tra due mondi ancora molto distanti tra loro.
Dal 1998 a oggi si è allargato il solco tra le due comunità perché una di esse ha guardato al futuro mentre l’altra ha continuato a vivere nel passato: nelle aree cattoliche sono state create nuove condizioni di vita e di lavoro, sono stati costruiti quartieri più accoglienti e quasi irriconoscibili rispetto agli anni ‘90. Nelle aree protestanti i politici si sono invece limitati a soffiare sul fuoco delle divisioni senza offrire alcuna reale alternativa alle classi lavoratrici e alle giovani generazioni che oggi hanno i livelli di istruzione più bassi d’Europa. La Brexit ha mandato definitivamente in cortocircuito il mondo unionista perché ha messo a nudo le profonde contraddizioni geopolitiche dello stato dell’Irlanda del Nord, che fu “inventato” a tavolino degli inglesi esattamente un secolo fa, nel 1921, per creare una maggioranza protestante artificiale all’interno di un paese a stragrande maggioranza cattolica. Da allora l’appartenenza confessionale alla religione riformata è sempre stata un simbolo del dominio sociale. Gli unionisti protestanti che rappresentano la maggioranza in Irlanda del Nord sono invece un’esigua minoranza nel resto dell’isola e hanno sviluppato una “mentalità da assediati” che li porta a temere qualsiasi cambiamento.
Un banco di prova cruciale è atteso nei mesi estivi, con le tradizionali parate unioniste che in passato sono culminate spesso in episodi di violenza ma ancora più decisivo sarà il 2022. L’anno prossimo sarà infatti rinnovato il parlamento di Stormont e secondo tutte le previsioni il Sinn Féin, che è già il secondo partito nel parlamento di Dublino, diventerà il primo partito al nord ed esprimerà quindi anche il primo ministro. Inoltre saranno pubblicati i risultati del censimento svolto nelle settimane scorse e per la prima volta in trecento anni i cattolici potrebbero risultare più numerosi dei protestanti. Dall’ultima rilevazione effettuata nel 2011 emerse una maggioranza protestante sempre più ridotta (48%) mentre i cattolici si fermarono al 45%. Lo storico “sorpasso” spalancherebbe la strada a un referendum sul futuro della provincia, che dopo essere rimasta nell’orbita economica di Bruxelles potrebbe tagliare definitivamente il legame con Londra per unirsi alla repubblica di Dublino. L’Accordo di pace del 1998 obbliga infatti il governo britannico a concedere un referendum sulla riunificazione irlandese quando sarà la maggioranza della popolazione a chiederlo. Ma quasi certamente quel referendum avrebbe anche effetti destabilizzanti sulle già fragili istituzioni nordirlandesi. Le frange unioniste più radicali hanno ribadito che non accetteranno mai la riunificazione e hanno minacciato di indirizzare la protesta di questi giorni verso obiettivi politici. Di certo sarà necessario convincere gli unionisti che i loro interessi saranno garantiti anche in un’Irlanda unita poiché la sensazione sempre più diffusa, anche a Dublino, è che ormai non si tratti più di stabilire se ciò avverrà ma soltanto di capire quando.

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