Irlanda, la frontiera impossibile

Avvenire, (9 luglio 2017)

“Pettigo, questo piccolo villaggio di quattrocento anime al confine tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, rappresenta uno dei più grandi paradossi della guerra. Alcune strade, alcune case e alcuni abitanti sono coinvolti nel conflitto ma basta attraversare un ponte per trovare la pace, cibo in quantità, alcol e tabacco”. È quanto scrisse in un giorno d’agosto del 1945 Phillip Callahan, un aviatore dell’esercito statunitense arrivato in quel paesino della contea di Donegal durante gli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale. Il suo sguardo stupito di osservatore straniero spiega come la neutralità di Dublino e la belligerenza di Belfast avessero messo impietosamente a nudo l’assurdità della divisione artificiale dell’Irlanda. Un confine schizofrenico correva ormai da oltre vent’anni lungo 500 chilometri dell’isola, dall’estuario del fiume Foyle al mare d’Irlanda, formando una delle più atipiche frontiere del mondo, la cui stessa esistenza sarebbe stata a lungo oggetto di controversie per il diritto internazionale e per la costituzione irlandese. Un paradosso geopolitico e amministrativo che rischia di riesplodere anche adesso, in tutta la sua complessità, a seguito del referendum sulla Brexit. Alla consultazione del 2016 la maggioranza assoluta degli elettori dell’Irlanda del Nord si è espressa infatti a favore del “Remain” aprendo scenari del tutto impensabili fino a qualche mese fa, e non privi di implicazioni d’interesse europeo. Con l’uscita di Londra dall’Unione anche quella tra le due parti dell’Irlanda diventerebbe infatti una frontiera esterna all’UE – e dunque sensibile come quella tra Grecia e Turchia – e alcuni, a Dublino, temono persino che l’irrigidimento di quel confine possa avere conseguenze negative per il processo di pace irlandese. In questo quadro è dunque assai interessante e opportuna la retrospettiva storica sul tema compiuta da Peter Leary, studioso di Oxford e autore del recente volume Unapproved Routes: Histories of the Irish Border, 1922-1972 (Oxford University Press). Quasi un secolo fa, dopo anni di sanguinose guerre anticoloniali, Londra impose a tutta l’Irlanda il durissimo compromesso della divisione. Sei delle nove contee dell’Ulster andarono a costituire un’entità politica mai esistita fino ad allora, frutto della convergenza di interessi tra il governo britannico e la borghesia industriale dell’Ulster: lo stato dell’Irlanda del nord, pari al 17% scarso del territorio dell’isola, con un proprio parlamento nel palazzo di Stormont, alle porte di Belfast. Formato da quattro contee a maggioranza protestante (Antrim, Armagh, Down e Londonderry) e due a maggioranza cattolica (Fermanagh e Tyrone), il nuovo staterello aveva confini tracciati in modo tale da assicurare complessivamente una maggioranza di due terzi ai protestanti. Da allora l’Irlanda sarebbe rimasta divisa sine die, contro la volontà della maggioranza della popolazione e qualsiasi logica politico-giuridica.
Fin dall’inizio, come racconta il libro di Leary, quella divisione stravolse la vita di migliaia di persone – soprattutto quelle che vivevano nei villaggi, nei paesi e nelle piccole città di confine – ed ebbe effetti realmente distruttivi sulle comunità del sud e dell’ovest dell’Irlanda. I protestanti rimasti nella Repubblica si sentirono abbandonati a loro stessi nella “parte sbagliata” del paese, mentre i cattolici del Nord divennero cittadini di seconda classe in un’entità geopolitica artificiale incentrata sul settarismo e la discriminazione. Le famiglie si ritrovarono le terre e i campi divisi letteralmente a metà e dovettero imparare a convivere con giurisdizioni in lotta tra loro che favorirono la tensione e la violenza. Il confine divenne una terra di nessuno dov’era possibile aggirare la legge e sfruttare un caos che incoraggiava i traffici illeciti. “Diventammo tutti piccoli criminali”, racconta nel libro un contadino della contea di Fermanagh, “improvvisamente da quel confine cominciò a passare in gran segreto di tutto, pane, burro, scarpe, auto, té, libri proibiti e anticoncezionali”. Per molti il contrabbando divenne una necessità che in alcuni casi finì per rovesciare le rigide norme sociali dell’epoca. Le donne usavano qualsiasi cosa, dalle carrozzine alla biancheria intima, per nascondere cibo e altri oggetti, mettendo in difficoltà gli uomini addetti alla dogana, spesso impossibilitati a effettuare le perquisizioni. Leary riporta anche aneddoti curiosi, come quelli dei funzionari zelanti che chiedevano alle donne di stare sedute davanti ai camini delle stazioni di polizia per far sciogliere il burro che avevano nascosto negli abiti. Dalle controversie sulla pesca, agli asfissianti controlli stradali che creavano enormi disagi alla popolazione, fino alle attività illegali come il cock fighting, i feroci combattimenti tra galli che divennero popolarissimi nelle aree di confine richiamando migliaia di persone da tutto il paese. L’Irish Border assunse un’importanza strategica a partire dagli anni ’60, ai tempi del conflitto in Irlanda del Nord, ma è ormai svanito di fatto: le ispezioni doganali sono state abolite nel 1993 per effetto delle normative europee mentre i controlli ai checkpoint militari sono stati rimossi nel 2005, in seguito all’implementazione del processo di pace. Quali che oggi siano gli scenari che si apriranno in seguito al referendum sulla Brexit, gli irlandesi, al nord come al sud, concordano sul fatto che il ripristino di quel confine sarebbe del tutto anacronistico e controproducente. Fintan O’Toole, noto editorialista dell’Irish Times, è arrivato ad affermare che i nazionalisti inglesi desiderosi di staccarsi dall’UE hanno messo “una bomba sotto al processo di pace”. Fortunatamente quel processo ha basi solide e sembra ormai in grado di resistere a qualunque sollecitazione.
RM

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